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CEREALI GRANO E DINTORNI TRA ESIGENZE DI PRODUZIONE E DI ECOSOSTENIBILITA Di Mauro Mancini Proietti

Se per le attività produttive in generale, soprattutto per quelle industriali, è importante rinnovarsi, il processo di rinnovamento che deve riguardare la coltivazione di cereali e quella di grano duro non lo è certo da meno.

E’ allora importante anche per la produzione agricola e cerealicola sapersi attrezzare per riuscire a produrre impiegando sempre meno chimica e acqua, tutelare la biodiversità, creare le condizioni affinché con la semplice lettura di un QR code di un  pacco di pasta se ne possa conoscere tutta la sua tracciabilità ed il suo valore proteico e nutrizionale.

Ormai sono in atto tanti processi sociali che vogliono un ambiente migliore e considerano i fitofarmaci come prodotti da eliminare completamente in quanto si sta facendo strada un concetto nuovo di qualità, come sinonimo di sostenibilità economica, ambientale, e persino sociale, perché tale la richiede il consumatore.

La qualità di un prodotto corrisponde oggi alle caratteristiche che il consumatore vuole trovare in esso, per vederle confermate da una tracciabilità che sia garanzia non solo della sua provenienza, ma anche del rispetto della salute per lo stesso.

E’ per questo che la cooperazione in campo agroalimentare sta volgendo alla realizzazione di una futura filiera del grano duro per così dire “a  residuo zero”, così che le aziende cerealicole, stanno oramai realizzando l’importanza di una sostenibilità ambientale e dell’innovazione applicata al loro settore.

E questo anche se, e  bisognerà ammetterlo, non sempre queste si conciliano con la sua sostenibilità economica, come pure bisognerà ammettere che il frumento, il vero pilastro dell’alimentazione umana, è minacciato dai cambiamenti climatici non meno delle altre produzioni. Anche per le sue coltivazioni pertanto  ed in quest’ ultimo periodo le alte temperature e la siccità sono state fra le principali cause del sensibile calo delle produzioni.

Per rispondere pertanto alla necessità di produzioni stabili ed elevate, e al tempo stesso soddisfare le richieste di sostenibilità e tracciabilità da parte dei consumatori, diventa allora fondamentale investire nell’innovazione vegetale, mettendo a disposizione del mercato varietà sempre più resistenti a germi patogeni e quindi richiedenti meno interventi chimici, cioè altamente performanti in condizioni ambientali non ottimali.

Dagli anni ’70 la ricerca ha consentito di aumentare notevolmente le rese, fino a raggiungere un incremento di 19,9 kg/ha per anno, e di rispondere alle esigenze dei trasformatori.

Il completamento della sequenza del genoma del frumento apre così scenari importanti, soprattutto a fronte dei progressi che permetterebbero di garantire, in tempi rapidi e costi contenuti, le “New Breeding Techniques”.

Oggi, il settore sementiero italiano è al lavoro per mettere a disposizione varietà dall’elevato contenuto proteico. Una peculiarità che al momento è caratteristica dei grani di importazione, a supporto di filiere del made in Italy finalizzate alla produzione di pasta di qualità che non debbano più dipendere dall’estero.

Le sfide ambientali non devono pertanto spaventare gli agricoltori, senza tuttavia costringere questi solo a subire imposizioni ideologiche green che non portino grandi benefici all’ambiente, ma solo aggravi di burocrazia.

Proteggere il cereale italiano grazie alla selezione di varietà più resistenti agli stress climatici e capaci di garantire contenuti proteici sempre più elevati, è la nuova frontiera per ridurre la dipendenza in Italia dalle importazioni.

Se quindi a volte appare difficile conciliare la sostenibilità economica e quella ambientale per i duro granicoltori, occorre tuttavia  provare a unirle per raggiungere una sinergia ed una sintesi ottimale.

Oggi le tecniche di lavorazione tradizionale dei terreni non sono più tollerate, ed occorre mettere così a confronto diverse tecniche di semina dalla minima lavorazione alla  lavorazione combinata e semina su sodo.

Minori emissioni significano quindi conseguentemente un maggior rispetto dell’ambiente. Inquinare meno uguale compattare meno.

Ricercatori scientifici stanno da tempo mettendo a punto innovativi sistemi di supporto alle decisioni per la gestione sostenibile della coltura dei cereali, che si è già largamente dimostrata un efficace strumento in grado di garantire materie prime di alta qualità per la produzione ad esempio di pasta e di migliorare la sostenibilità e la resilienza dei sistemi cerealicoli a livello nazionale anche attraverso la realizzazione di prove sperimentali in campo per la caratterizzazione di diverse varietà di grano duro e per valutarne la performance nel contesto produttivo di riferimento.

La valutazione del ciclo di vita del prodotto o Life Cycle Assessment (Lca) è così una delle diverse  metodologie di analisi poste al servizio dei produttori, che valuta l’insieme delle interazioni che un prodotto ha con l’ambiente, considerando il suo intero ciclo di vita lungo la catena di approvvigionamento alimentare dall’utilizzo delle materie prime fino alla dismissione finale.

Per l’analisi del ciclo di vita della pasta, sempre ad esempio, le fasi considerate sono state: la coltivazione delle materie prime, e quindi del grano duro, la macinazione, il confezionamento (o il packaging), la produzione, la distribuzione e la fase di cottura domestica.

Gli indicatori utilizzati per verificare gli impatti ambientali della pasta lungo tutto il suo ciclo di vita sono state pertanto le “impronte di carbonio” (idrica ed ecologica, rispettivamente carbon, water ed ecological footprint), il “carbon footprint” (che indica il totale dei gas serra generati nelle diverse fasi della Fsc ed è misurato in termini di quantità di CO2 equivalente), ed infine il “water footprint” che rileva il consumo totale di acqua del sistema, includendo il consumo diretto, l’evapotraspirazione da parte delle piante, e il ripristino delle acque inquinate misurandolo in volumi d’acqua.

Ed infine, last but not least,  l’”ecological footprint” che  starà allora ad indicare   le quantità di superfici, terrestri e acquatiche biologicamente produttive, necessarie a produrre le risorse consumate e ad assorbire i rifiuti e le emissioni dei prodotti misurandolo in ettari globali.

Dallo studio Lca sulla pasta è emerso quindi che le due fasi che presentano i maggiori impatti ambientali sono la fase di cottura domestica (40% degli impatti totali) e la fase di coltivazione del grano duro (35% degli impatti totali).

E limitatamente a quest’ ultima, durante la fase agricola, l’impatto globale è stato rivelato prevalentemente legato all’uso dei fertilizzanti che emettono azoto nell’atmosfera, uno dei gas che più incide sull’effetto serra.

Pertanto, contrariamente al pregiudizio secondo cui gli imballaggi e il trasporto sono la causa di impatti ambientali più rilevanti, ci si è resi conto che in realtà questi ultimi influiscono in maniera minore sull’ambiente rispetto alla fase agricola e a quella di cottura domestica.


Di qui varie iniziative in termini di eco sostenibilità tra le quali anche il progetto “Grano duro sostenibile” lanciato in Italia nel 2010, che è stato inizialmente quello volto ad individuare nei singoli areali i sistemi di coltivazione ritenuti più sostenibili valutando i successivi  impatti ambientali, la sicurezza alimentare ed i relativi costi economici.

Questo progetto come altre ricerche nel settore hanno così evidenziato l’importanza di un approccio integrato nelle pratiche agricole che rendano i sistemi di coltivazione più sostenibili.

Ma anche la tutela dei mercati e delle concorrenze hanno fatto la loro parte: si vedano  le norme contro le pratiche sleali nella filiera agroalimentare con lo stop alle aste capestro al doppio ribasso che strangolano gli agricoltori, così come le linee di contrasto al fenomeno dell’ “italian sounding”.

L’obiettivo fra tutti è quello di vietare ad esempio che si pongano in essere pratiche commerciali eccessivamente gravose per i produttori agricoli e alimentari, come le aste elettroniche a doppio ribasso e le vendite a prezzi inferiori del 15% ai costi medi di produzione elaborati da Ismea.

L’Ispettorato centrale della tutela della qualità e della repressione frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF) è stata invece deputata quale Autorità nazionale di contrasto e all’attività di vigilanza sull’applicazione delle disposizioni che disciplinano le relazioni commerciali, l’applicazione dei divieti stabiliti dalle direttive europee nel settore e delle relative sanzioni.

Una migliore regolamentazione dei mercati in sede europea e pratiche rispettose dell’ambiente possono rendere quindi il mercato sostenibile sia economicamente che bioeticamente rendendo l’ eco sostenibilità sostenibile e addirittura vantaggiosa, apportando un aumento delle rese e un aumento dell’utile netto per gli agricoltori, grazie anche al rispetto di leali pratiche di mercato e alla riduzione dei costi di produzione rispetto alle pratiche comunemente usate.

E questo come detto vale per i principi di libera e sana concorrenza, ma vale ancor più in termini di eco sostenibilità dell’ intera produzione proprio per quel rispetto di quel patto intergenerazionale che devono legare e tenere insieme quella che potrebbe essere a tutti gli effetti definita come una reale e duratura green economy.

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