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I mondiali dell’ipocrisia

I mondiali di calcio in Qatar sono iniziati da pochi giorni e ovviamente sono già al centro del dibattito pubblico. La discutibile scelta della FIFA di assegnare la manifestazione ad una nazione fortemente arretrata sui diritti umani ha suscitato non poche polemiche. È evidente come un Paese così ricco di risorse economiche abbia fatto gola alla FIFA che ha chiuso un occhio sui temi più delicati e non ha esitato ad accettare il denaro degli sceicchi.

Una scelta che può essere ritenuta legittima se non fosse che negli ultimi anni, la stessa FIFA, ha promosso con insistenza iniziative per il rispetto delle diversità, la parità di genere, la tutela dei diritti Lgbt e dell’ambiente. Viene da riflettere sul senso del messaggio che la FIFA volesse mandare tramite queste utilissime campagne di sensibilizzazione, quando poi si decide di svolgere la massima competizione calcistica a Doha, una delle capitali dell’islam radicale, dove si applicano le leggi della Sharia, si coprono le donne con un velo, si infliggono pene di morte a chi si dichiara omosessuale e si condanna all’ergastolo chi critica il governo. Tutto questo condito da gli oltre 7.000 immigrati accolti e fatti morire in condizioni disumane durante la costruzione degli stadi e da un impatto ambientale devastante, sotto gli occhi silenti dei grandi ecologisti del pianeta. Uno di loro, il signor António Guterres, segretario generale dell’ONU, dà lezioni sul rispetto del pianeta alla Cop27 e a pochi giorni di distanza si gode la cerimonia di apertura del mondiale, seduto sulle comode poltrone della tribuna d’onore dotate di aria condizionata incorporata. Veri esempi di coerenza. Un po’ come chi si taglia una ciocca di capelli in diretta televisiva a sostegno delle donne iraniane e poi combatte in prima linea per la costruzione di nuove moschee nelle città italiane.

Con l’intento di spegnere le polemiche, il presidente della FIFA Gianni Infantino ha dichiarato in conferenza stampa: “Oggi mi sento qatariota, mi sento africano, mi sento arabo, mi sento gay, mi sento disabile, mi sento lavoratore migrante.” E ancora: “Per quello che noi europei abbiamo fatto negli ultimi 3.000 anni dovremmo scusarci per i prossimi 3.000 anni, prima di dare lezioni morali agli altri. Queste lezioni morali sono solo ipocrisia”. L’esito delle folli parole di Infantino è stato l’opposto di quello sperato e ha gettato ulteriore benzina sul fuoco. Caro Infantino, tu che ti senti gay sappi che nell’occidente “che non può dare lezioni morali” gli omosessuali lottano per i pronomi e per le desinenze, in Qatar lottano per non finire in carcere.
Oltre alla sfrenata passione per il calcio del sultano Al-Thani, il motivo che ha spinto il Qatar a voler essere il Paese ospitante di una manifestazione di questo calibro è la grande occasione di dimostrare al mondo intero di non essere la nazione retrograda e liberticida che tutti credono. Come ha sottolineato lo stesso Infantino: “Il Qatar ha attuato veri cambiamenti e la Coppa del Mondo è un’opportunità di mostrarsi in modo diverso”. In quest’ottica il Qatar ha provato a rilanciare il suo buon nome attraverso delle vere e proprie strategie di marketing che però, il più delle volte, si sono rivelate poco efficaci.
Emerge da varie inchieste come il Qatar abbia messo a libro paga non solo dei testimonial ma dei veri e propri influencer che, sotto lauto compenso, assistono al mondiale dagli spalti e veicolano sui propri social l’immagine positiva della nazione ospitante, smentendo tutte le malelingue e dando l’impressione di soggiornare in uno stato moderno, ricco e civile. Successivamente, gli sceicchi, rendendosi conto che i monumentali stadi costruiti non sarebbero mai stati riempiti, hanno assunto anche dei tifosi. Questi autentici supporters sono però per lo più immigrati indiani e pakistani, equipaggiati ad hoc con bandiere e magliette della nazionale di turno, pronti ad esprimere al meglio il loro attaccamento alla squadra, senza conoscere probabilmente né la lingua né l’inno dello stato che rappresentano in quel momento. Nonostante l’impegno e la fantasia degli organizzatori, le immagini televisive hanno mostrato, già dalle prime partite, stadi semivuoti, contrariamente ai sold-out dichiarati dalla FIFA a inizio manifestazione. Malgrado gli sforzi, l’impresa di nobilitare il buon nome del Qatar si sta rivelando fallimentare, mentre la collezione di figuracce di rilevanza internazionale ha raggiunto vette mai viste prima nella massima competizione calcistica.
Quanto si evince ogni giorno dai racconti degli spettatori paganti fa molto più rumore delle piaggerie degli spettatori pagati. In questo momento gli occhi del pianeta sono puntati su una nazione nella quale il cittadino occidentale medio andrebbe in carcere almeno una volta a settimana. Basta poco, delle banali abitudini come bersi una birra, mangiare un panino al prosciutto, baciare la propria ragazza in pubblico o avere rapporti al di fuori del matrimonio. Reati gravissimi che in Qatar sono puniti con pene che vanno dalle 20 frustate ai 7 anni di carcere. Insomma, non proprio dei sinceri liberali.

Ospitando i mondiali, il Qatar, ha voluto mostrarsi al mondo occidentale. Pagando FIFA, influencer e tifosi per essere legittimato da una grande organizzazione internazionale paladina di battaglie sull’inclusione, e per riabilitare il nome di una nazione macchiata dall’oscurantismo islamico, dal proibizionismo e dalla mancanza di diritti umani. Ciò che il Qatar ha mostrato però ha dato conferma di come tutti i pregiudizi che il mondo occidentale nutriva nei suoi confronti fossero fondati.
Da una parte emergono ancora una volta le ipocrisie di un mondo occidentale schiavo degli interessi economici e dall’altra vengono sottolineati gli aspetti più agghiaccianti di una cultura medio orientale arretrata. La differenza sostanziale è nella libertà che l’occidente ha di criticare le proprie ipocrisie. È proprio grazie a questa manifestazione sportiva che si palesa al mondo intero il contrario di quanto afferma Infantino: l’occidente ha tutto il diritto di dare lezioni morali ad un medio-oriente che ha ancora tanto da imparare.

Francesco Silveri

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