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Il nichilismo imperante accompagna il venire meno dell’identità nazionale mediante l’azzeramento della cultura e della istruzione

La cultura viene definita come quel complesso di idee, di simboli, di azioni e di disposizioni tramandate, acquisite e condivise da individui che formano una comunità, tant’è che ciascuna comunità è caratterizzata dalla propria cultura: corretto pertanto il riferimento alle diverse “culture” caratterizzanti le singole comunità. Si tratta infatti della rivendicazione da parte di ciascuna comunità di un patrimonio di idee, di valori, di conoscenze storiche, religiose, filosofiche e scientifiche, in costante evoluzione, che la caratterizzano profondamente nel tempo.

E’ noto come per molti secoli abbiano convissuto due visioni politiche contrapposte, entrambe proprie del mondo occidentale, quella di un ordine di nazioni indipendenti, impegnate nel perseguire il bene dei propri cittadini secondo la propria cultura e le proprie tradizioni, e quella fautrice di un ordine sovranazionale, con un unico sistema di leggi cui siano assoggettati numerosi popoli. La prima visione, caratterizzata da un ordine di nazioni indipendenti, richiama l’idea di una condivisione di valori all’interno di una comunità, pertanto di una condivisa comprensione della storia, della religione, della lingua che accomuna in prima battuta le tribù e, successivamente, la nazione, che dalla mutua fedeltà tra le tribù (tra i membri delle famiglie, in precedenza) sorge. La sopravvivenza di detta idea di nazione, originata da una cultura condivisa, è incompatibile con la seconda di dette visioni politiche, che sembra prevalere in questa fase storica, coincidente con l’idea di “impero universale”, caldeggiata negli ultimi decenni da molti settori della finanza e della politica, dai fautori appunto della scomparsa delle nazioni che in forza di quel nichilismo imperante denunciato a più riprese da Papa Paolo Giovanni II (enciclica Centesimus Annus) e di quel relativismo contro cui si è ripetutamente espresso Papa Ratzinger (Omelia della vigilia del conclave dell’anno 2005), mirano  a cancellare quel patrimonio appunto di idee, di valori, di conoscenze storiche, religiose, filosofiche e scientifiche che compongono la cultura stessa. Ed ecco allora l’impoverimento della lingua propria di una nazione, con la riduzione del vocabolario ed il costante ricorso ad una lingua comune delle nazioni, la distruzione della storia e della religione (come dimostra il mancato riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa all’interno della Costituzione – Trattato –  europea), funzionali tutte alla perdita di ogni identità nazionale che, lo ripetiamo, è frutto della perdita della identità culturale di un Paese, ed alle quali consegue inesorabilmente la perdita della sua sovranità. Ed allora è legittimo chiedersi se detta scelta di politica sovranazionale non sia la causa dell’impoverimento della istruzione cui assistiamo oramai da molti anni, come ben evidenziato dal sociologo Luca Ricolfi in uno degli ultimi suoi saggi (La Società Signorile di Massa), con una riduzione inarrestabile di quel livello – definito  “standard” da Ricolfi – di istruzione che era in passato tipico della nostra scuola, con conseguente rallentamento se non azzeramento della crescita anche  culturale di ciascuno di noi. D’altronde, al di là della diffusa informazione priva però di approfondimento, come tale superficiale ed inidonea alla formazione di un cervello strutturato, pertanto di un soggetto pensante, si assiste ad una riduzione del vocabolario, che passa anche attraverso la supremazia della lingua parlata su quella scritta, ad una analfabetizzazione diffusa costituita dalla incapacità di molti giovani ad avvicinarsi a letture che non siano semplici romanzi di avventura, con persone poste in ruoli chiave della istruzione propense ad eliminare la lingua latina dalla scuola, fondamento della nostra cultura, presente nella maggior parte delle lingue occidentali, capace di strutturare la logica dell’individuo. D’altronde, per privare l’individuo e la comunità della propria cultura la strada maestra è rappresentata dal vietare ciò che consente all’individuo di ragionare e di speculare, ragionamento e speculazione proprie della nostra lingua latina: “quello che a noi viene presentato come un progresso è, in realtà, una marcia verso il nichilismo, un’avanzata verso il nulla, un movimento verso la distruzione” (Michel Onfray, Teoria della dittatura), al quale dobbiamo opporci con tutti gli strumenti che la nostra oramai fragile democrazia pone a nostra disposizione, riaffermando la nostra cultura e la nostra identità,  rivendicando una istruzione che sappia rendere i giovani individui pensanti e come tali liberi, opponendosi a quella idea di mondo-patria che sta diventando un luogo senza alcuna identità, “una terra senza storia” (Valeurs actuelles), chiedendo a gran voce il ritorno a quei principi che hanno caratterizzato la civiltà occidentale di matrice cristiana, che ha plasmato l’occidente e la sua bellezza.

Avv. Silvio Pittori