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Il REQUIEM DELLA DEMOCRAZIA

Sono cresciuto nella convinzione che in una democrazia la sovranità appartenga al popolo, che la esercita tramite i propri rappresentanti, democraticamente eletti. Conseguenze dirette di tale certezza, da un lato la necessità di una costante interazione tra i rappresentanti democraticamente eletti e l’esecutivo, in particolare con il capo dell’esecutivo, chiamato a tenere nella debita considerazione le istanze democraticamente avanzate dai rappresentanti, coincidenti appunto con le richieste loro rivolte dai rappresentati e, dall’altro, una netta divisione tra il potere politico e quello finanziario, altrimenti capace di fagocitare il primo. Tale convincimento è venuto meno davanti alla compenetrazione assoluta, che caratterizza la nostra epoca, tra tecnica e politica, tra potere economico/finanziario e potere politico, compenetrazione non casuale, ed alla quale siamo chiamati a silenziosamente assistere, con quel rafforzamento della tecnica a discapito della politica, chiamata ad un lento tramonto, preconizzata dal filosofo Severino. Di fatto assistiamo ad una coincidenza dei due poteri, con l’effetto che il potere politico, non distinguendosi più da quello finanziario, ne è anch’esso espressione, a tale punto che l’agenda governativa è dettata oramai per la maggior parte da esigenze legate al sistema finanziario internazionale (soldi per fare fronte alla immigrazione incontrollata, soldi per la ricostruzione et cetera), e, soltanto in seconda battuta, semprechè adattabili alle prime, da necessità provenienti dai cittadini, con una distorsione dell’idea stessa di Paese e di sovranità. Lo si è visto con la supremazia della tecnica nel periodo del Covid, lo si vede tuttora con la supremazia delle esigenze finanziarie legate al cosiddetto PNRR, esigenze che hanno silenziato e silenziano le istanze di natura prettamente politica, nella convinzione che il governo debba comunque andare avanti “a prescindere”. Espressione pacifica di tale alterazione del vivere democratico di un Paese, la posizione ultimamente assunta dalla Commissione Europea che ha rappresentato all’esecutivo di Varsavia la propria volontà di ricorrere al meccanismo di condizionalità ed al taglio diretto di fondi, per l’ipotesi in cui non sia disconosciuta la sentenza della Corte Costituzionale polacca, o non ne siano disconosciuti gli effetti, in relazione alla affermata subordinazione al diritto interno di due articoli del Trattato sull’Unione Europea: ancora una volta la finanza che dovrebbe avere la meglio su questioni di natura giuridica legate al vivere democratico di un Paese tuttora, a quanto ne sappiamo, sovrano. Tutto ciò accade nel silenzio di quasi tutto l’orizzonte mediatico. Al cospetto della sopra descritta situazione, l’estrema attualità del saggio “Teoria della dittatura” (Teoria della Dittatura – Ponte alle Grazie 2020), di Michel Onfray che espone come si possa instaurare una dittatura nel nostro tempo, individuando sette fasi per la sua istituzione: “distruggere la libertà, impoverire la lingua, abolire la verità, sopprimere la storia, negare la natura; propagare l’odio, aspirare all’Impero”. La triste coesistenza nel corso di questi ultimi diciotto mesi di dette fasi è sotto gli occhi di tutti, o comunque sotto gli occhi tutti coloro che siano dotati della necessaria sensibilità per avvertirla, chiamati ad assistere ad una volontà uniformatrice del pensiero a danno della libertà sotto forma dell’imposizione dell’ideologia, sanitaria prima e finanziaria poi, con propagazione dell’odio verso il pensiero critico reso vano e attaccato persino con la violenza delle parole e dei gesti e nel ripudio di chi non è allineato, in un ostracismo costante dalle televisioni e, possibilmente, dai giornali del pericoloso sovversivo. Ciò frustrando persino le certezze provenienti dalla nostra Costituzione, sino a poco tempo fa faro illuminante della nostra democrazia e del nostro Paese
Silvio Pittori

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