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MES, RECOVERY PLAN, RECOVERY FUND E BILANCIO UE: COME IN UNA MACEDONIA IMPAZZITA…

IL GOVERNO PROCEDE IMPERTERRITO A GUIDARE LA SUA NAVE CONTRO GLI SCOGLI.

E alla fine dicembre è arrivato con la relativa prevedibile resa dei conti che, comunque vada, servirà da antipasto a quel che accadrà al momento in cui a marzo del prossimo anno, come da ciclo economico,  la Commissione Europea farà pervenire all’ Italia come agli altri Stati dell’ Unione la famosa “letterina” in relazione a quello che sarà il prossimo disegno di Economia e Finanza che verrà inevitabilmente accompagnato dalla bocciatura dei famigerati Recovery plan  checché ne dicano Conte & co. Questo manderà in soffitta ogni aspirazione a quella parte di recovery fund a fondo perduto lasciando sul tavolo solo quelli sotto forma di prestito di cui andranno restituiti i famosi interessi. Li il castello di bugie e di pressapochismo cadrà inesorabilmente a terra ed il Re sarà finalmente nudo.

Continuare a sostenere che per marzo avremo provveduto alla riforma della giustizia, alla riforma della previdenza, della pubblica amministrazione e a tutte le altre riforme strutturali richiesteci  nell’ accordo sta ovviamente  più nel mondo delle fiabe per bambini che nella vita reale.

Nel frattempo si sta ovviamente discutendo di sesso degli angeli ossia il passaggio parlamentare di ratifica della riforma del MES: attenzione di ratifica perché l’ accordo è stato già regolarmente sottoscritto dal Governo e a meno di non smentire se stessi dopo aver già firmato non so proprio anche qui di cosa si sta parlando.

Perché sia noto a tutti il famigerato European stability mechanism (il MES,chiamiamo le cose con il loro nome), a fronte di un massimale da 702 miliardi, per il quale l’ Italia ha già versato 14,3 miliardi di premio di cui  295 miliardi già utilizzati per finanziare gli interventi di salvataggio delle banche spagnole, irlandesi e soprattutto Greche, nasce nel 2012 e, a differenza della Banca Centrale Europea, è un “prestatore di ultima istanza” con la missione di intervenire su quei  Paesi che ne facciano richiesta allorchè non riescano più a finanziarsi sul public retail, e vedano scendere il loro rating, così che, a fronte di uno spread impazzito, non riescano più a collocare i loro titoli con i quali finanziare il relativo  deficit di bilancio.

Ciò che sarebbe infatti da chiarire è che mentre sostanzialmente alla luce delle riforme detto Meccanismo è destinato parzialmente a cambiare, a non cambiare affatto resta invece  il nostro farraginoso debito pubblico, sia in termini di stock che in termini di rapporto al Pil.  

E se è pur vero che il fondo salva-Stati costituisca una difesa comune onde prevenire l’ eventuale  default di uno Stato che non riesca ad onorare i propri debiti sovrani, è altrettanto vero che esso stesso non può divenire un viatico per arrivarci.

Se oggi a decidere sul programma di aiuti, per uno Stato che ne fa richiesta, è il consiglio di amministrazione  del Fondo in cui siedono i ministri delle Finanze dei Paesi dell’Eurozona sulla base di una preventiva valutazione di sostenibilità e onorabilità del debito effettuata a cura della Commissione europea e della Bce, all’ indomani della riforma sottoscritta sarà lo stesso Consiglio di amministrazione del Mes  a partecipare insieme alla Commissione all’analisi del debito, previo un mero parere della Bce, non più chiamata a sottoscriverlo. Comunque vada anche in caso di disaccordo spetterà alla Commissione Europea la parola ultima facendo quindi prevalere il momento più squisitamente politico rispetto a quello intergovernativo rappresentato dal Fondo salva stati .  

In futuro pertanto così come ora sempre ci saranno due linee di credito precauzionali salvo che la riforma modifica, cosa di non poco conto, i criteri di accesso alla prima, rendendoli più ristretti e vincolati ai famigerati parametri  dati dal rapporto debito/Pil, rigorosamente posti sotto la soglia del 60%, e quindi con lo spettro all’ orizzonte di una necessaria ristrutturazione del debito.

Risulteranno infatti modificate le Clausole di azione collettiva (Cacs) finalizzate proprio a rendere la ristrutturazione più ordinata e con una decisione più rapida assunta a maggioranza con un voto unico di tutti i creditori per accettare i termini della ristrutturazione  e quindi non più, come accade oggi, con un voto separato per ogni tipologia di debito sovrano detenuto. Questo asseritamente per evitare la grande speculazione  come è accaduto per esempio all’Argentina quando alcuni fondi speculativi  hanno di fatto impedito la ristrutturazione portando il Paese in contenzioso giudiziario. Ma in realtà è proprio in questa “scorciatoia”, ossia una votazione a maggioranza singola che si sostituisce a quella a doppia votazione,  che per alcuni attenti osservatori si annida il pericolo di far aumentare nella percezione degli investitori la probabilità di una ristrutturazione in vista con gli inevitabili riflessi sullo spread.

E nemmeno convince l’ altro quid novis rappresentato dalla possibilità di alimentare da parte del Mes il Fondo di risoluzione con cui le banche europee intervengono in caso di una crisi di liquidità, visto che le attuali regole comuni già prevedono i meccanismi della ricapitalizzazione o del bail-in solo per le crisi di capitale. È in pratica un paracadute ulteriore da 60 miliardi per eventuali choc finanziari. Non è a ben vedere un regalo alle banche tedesche, ma poco ci manca.

Ecco che allora checché ne possa pensare il Governo il vero problema è e rimane che l’Italia con il suo spread potenzialmente elevato e con un rating mediocre risulterebbe penalizzata soprattutto nel suo sistema bancario che ha in portafoglio titoli governativi per 441 miliardi di euro pari al 9% degli attivi.

Il trattato è quindi potenzialmente  pericoloso sostanzialmente proprio in relazione alle predette Clausole di Azione Collettiva che dal 2022 renderebbero più facile costringere gli Stati a ristrutturare il debito e quindi se approvato subordinerebbe l’ eventuale  supporto finanziario ad alcune condizioni di buon governo quali non trovarsi in procedura d’infrazione, avere da due anni un deficit sotto il 3% e un debito pubblico sotto al 60% le quali, rebus sic stanti bus, equivarrebbero per l’Italia ad una sentenza di condanna già scritta trovandosi questa di fatto esclusa dall’ intervento del Fondo a meno di non vedersi costretta a quel punto ad una ristrutturazione del proprio debito.

Una eventualità questa di estrema criticità atteso che il nostro debito pubblico interno è pari a circa il 135% del prodotto interno lordo,  e che il 70% del debito è detenuto da operatori residenti, tramite le banche e i fondi di investimento. In queste condizioni, una ristrutturazione sarebbe un vero disastro economico ed una vera e propria distruzione del risparmio con conseguente default  di banche e imprese, già afflitte da un cronico credit crunch, disoccupazione di massa ed implosione del reddito circolante.

Ma si ripete la gran parte dei giochi è oramai fatta e la mancata ratifica equivarrebbe ad un danno che non è dato sapere se sia superiore alla beffa attesa la nostra esposizione finanziaria rispetto al fondo.

Preoccupa pertanto il pressapochismo con cui alcune forze di maggioranza stanno affrontando la questione in una maniera almeno pari a come stanno affrontando l’ altra questione dei recovery plan nella quale ancora non si comprende se non capiscano o fanno finta di non capire come la strada sia tutta in salita e che le premesse sono tutt’ altro che rosee vista la situazione di stallo in cui versa la stessa approvazione del bilancio europeo prigioniero com’ è del veto espresso da Polonia e Ungheria allorchè voglia barattarsi l’ approvazione del bilancio con l’ accettazione del ricatto legato alla disponibilità di mettersi clandestini in casa così da continuare ad arricchire le associazioni criminali che, complici alcuni governi, continuano a lucrare sullo sfruttamento del traffico di esseri umani.

E cosa se non una volontà criminale potrebbe giustificare la volontà di cancellare in piena pandemia quei decreti sicurezza che hanno posto un freno per loro intollerabile al business criminale degli Spread e di questi traffici,  sostituendoli con permessi di soggiorno truffa per pseudo motivi umanitari legati al mancato rispetto della privacy e dei diritti civili in determinate realtà  (sic) e a voler allo stesso tempo mantenere altri provvedimenti truffa come il reddito di cittadinanza buono finora a mantenere alta la disoccupazione volontaria o, nella maggiore delle ipotesi, ad  arricchire esponenti di organizzazioni criminali se non per finanziare addirittura attività di terrorismo islamico  come accertato da un’ indagine condotta dalla Guardia di finanza di Bologna.

Ma come si sa al peggio non c’ è mai fine ed infatti le pagine più inquietanti di questa vicenda sono ancora tutte da scrivere. Peccato che, comunque lo si faccia, il finale, quello si, è invece assai facilmente noto e prevedibile. Ma a quel punto svuotata la cassa, gli autori di tanto scempio faranno presto a dileguarsi. A pagare resteranno solo i nostri figli.

Mauro Mancini Proietti