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Società Autostrade diventa una public company: ma è vera gloria?

Privatizzare i profitti e socializzare le perdite è stata una delle principali colpe ascritte al fascismo all’ indomani del pesante ingresso dello Stato nell’ economia con l’istituzione dell’IRI e delle grandi holding pubbliche. Nessuno scandalo o quasi quando le medesime operazioni vengono realizzate dagli eredi dei detrattori di allora.

Eppure le operazioni appena concluse con quella che in fondo è una vera e propria nazionalizzazione della società Autostrade non è che poi vada in una direzione tanto diversa se non fosse che al termine di un lungo braccio di ferro entrambi i contendenti cantano vittoria seppure in maniera roboante il primo, molto più silenziosamente il secondo. Forse allora qualcosa non torna.

Sta di fatto che a fronte di una improbabile revoca della concessione ad autostrade per l’Italia spa, si assiste piuttosto ad una graduale estromissione dal pacchetto di controllo di questa dei Benetton e della loro cassaforte di famiglia Edizione Holding che con il loro 30% di Atlantia a sua volta controllava l’88 % di Aspi. Questo attraverso una vera e propria inedita “OPA”, ostile ma non tanto, di Cassa Depositi e Prestiti che di fatto si accinge a rastrellare il pacchetto azionario di controllo di Autostrade per l’Italia sino alla quota del 51% del capitale con conseguente rinnovamento del board del quale i Benetton non faranno più parte scendendo questi al 10% del relativo patrimonio.  

Un’operazione complessa, che richiede un anno di tempo per portare Autostrade per l’Italia in Borsa, e che partirebbe con un aumento di capitale ipotizzato tra i 3 e i 4 miliardi proprio al fine di permettere a Cdp di arrivare ad oltre il 30 % del capitale sociale. Di pari passo Atlantia, invece, cederebbe una quota oltre il 20 % ad altri investitori.

Nel giro di un anno pertanto secondo le previsioni, Autostrade diventerebbe una public company a capitale misto sotto controllo pubblico, che continuerebbe a gestire la rete in concessione senza conseguenze operative e salvando i settemila dipendenti. Una concessione a sua volta soggetta ad un profondo restyling affrontando anche la questione dei risarcimenti ed una rimodulazione delle tariffe per gli utenti. 

Di qui la ventilata vittoria e quindi il pieno successo delle operazioni che fa parte della narrativa governativa di questi ultimi giorni.

Peccato che ad una storia narrata ne corrisponde un’altra che viene ai più sottaciuta e che va in tutt’ altra direzione e che merita invece di essere pure considerata.

Ma prima ancora di questa una premessa è d’obbligo e muove dall’ annosa querelle che da sempre divide gli economisti di scuola keinesiana fautori della teoria classica del sostegno pubblico e dell’interventismo di Stato, da quelli di scuola liberista (la scuola di Chicago) da Karl Popper ad Alan Friedman, fautori del libero mercato che sulle regole della piena concorrenza è capace di regolarsi da sè.

Entrambi hanno le loro ragioni in quanto se sono indubbi gli effetti positivi del cosiddetto moltiplicatore economico laddove a fronte di investimenti pubblici viene incrementato il reddito circolante con positivi effetti sulla domanda interna che va a sua volta a stimolare l’ incremento dell’ offerta e della relativa occupazione che a sua volta genera reddito, è anche vero che alla lunga la stessa mano pubblica rischia di generare immobilismo rispetto ad un mercato perfettamente concorrenziale che a sua volta genera effetti positivi non soltanto in materia di ricerca ed innovazione, ma anche sulla stessa politica dei prezzi della quale si gioverebbe il consumatore finale.

Un libero mercato con uno Stato nella sua veste di mero regolatore piuttosto che giocatore. E sulla necessità di regole certe, almeno di quelle, nessuno pare dubitare solo che si pensi alla deregulation e alla deindustrializzazione che sole hanno permesso la grande ultima crisi oltreoceano dei subprime del 2007-2008 quando il mondo scoprì che anche le grandi banche potevano fallire. Una crisi economica che è poi divenuta finanziaria e da ultimo monetaria con il grande attacco della speculazione finanziaria sui debiti sovrani. 

E nessuno pure dubita che il trauma pandemico abbia sgomberato il campo da tutti quei pregiudizi spacciati per buon senso, con vero e proprio effetto isteresi e che ci hanno resi non solo particolarmente vulnerabili ai processi di impoverimento economico e sociale ma anche disarmati nella prevenzione di pericolose infiltrazioni malavitose in una sorta di vera e propria dark economy.

“Narrazioni ingannevoli con relativi mostri minacciosi fatti aleggiare ad arte” veniva scritto ed in effetti a sposare ciecamente l’una come l’altra teoria se appare velleitario nelle intenzioni, lo sarebbe senz’altro sul piano dei fatti.

Se, infatti, il public retail è per sua natura speculativo ed esige ritorni in termini di profitto sul breve e lungo periodo, appare al pari congenita la “pazienza” del capitale pubblico che potrebbe (o meglio dovrebbe) essere maggiormente funzionale a progetti di lungo o lunghissimo periodo. Ma si sa… i tempi della politica non sono quelli dell’economia ed anche la politica è un mercato perfettamente concorrenziale che fa si che difficilmente un politico lasci ad altri i benefici della propria azione con buona pace delle riforme strutturali a partire dalla nostra Carta Costituzionale e alla nostra macchina amministrativa di cui il Paese avrebbe bisogno.

Ed è quello che è avvenuto con la presunta chiamata all’appello delle forze vive del Paese per un progetto di rilancio nazionale (inopinatamente denominata Stati Generali) che alla prova dei fatti non si è rivelata capace di mobilitare energie generose e prospettare progetti di ricerca innovativi e dai quali come prevedibile non è uscito alcun progetto credibile quanto effettivamente realizzabile, laddove invece davvero occorrerebbero preziose sinergie pubblico/privato e quindi un ruolo dello Stato sicuramente necessariamente regolatore ed eventualmente, laddove realmente necessario, investitore. Della serie quando la montagna partorisce il topolino.

Ma la memoria storica (grande maestra) non fa certo parte del nostro patrimonio culturale (cattivi allievi) che solo basterebbe ricordassero il boom economico del secondo dopoguerra non a caso denominato “Miracolo Economico”, laddove investimenti mirati permisero all’ Italia un vero e proprio balzo in avanti. Si veda su tutto quel che accadde con l’avvio alla grande siderurgia di Stato che consentì di fornire ottimi prodotti a prezzi davvero concorrenziali quale presupposto dell’altro miracolo dato nella  nostra industria automobilistica, e di altri settori strategici con formidabili capacità esportative che caratterizzarono il made in Italy nel mondo.

Se tutto quanto sopra è vero, possiamo allora dire che il pesante investimento in Autostrade corrisponde ad un effettivo volano strategico per l’economia o si tratti invece in ultima analisi solo di un mero salvataggio (politico) alle spalle dei contribuenti?

I fatti per ora dicono che se il primo contendente ha buon gioco nel vantare nel breve periodo il successo della sua iniziativa ed il raggiungimento di quell’ equilibrio che solo poteva permettere di tenere unita la maggioranza, dall’ altra parte c’ è l’ altro contendente (ovviamente silente) ma che ha buon gioco nel gioire non soltanto nell’ essersi liberato dai debiti facendo cassa a spese dei contribuenti (i Benetton escono da Autostrade nel momento migliore possibile, e alle migliori condizioni possibili), ma anche assistendo ad una chiusura estremamente brillante a Piazza Affariper Atlantia(+26,65% a 14,49 euro) con un titolo che ha scambiato quasi 18 milioni di azioni, sfiorando il 2,2% del capitale.

Ad oggi pertanto, escluse le ipotesi soltanto ventilate della revoca o della decadenza (per il vero entrambe ad essere intellettualmente onesti impraticabili  dal punto di vista giuridico stante il rischio di pagare pesanti risarcimenti danni fissati in miliardi di euro come ventilato dall’ Avvocatura Generale dello Stato), ed essendo questo aspetto completamente diverso rispetto alla legittima opportuna esclusione di Autostrade dalla cordata di soggetti che avrebbero dovuto provvedere alla ricostruzione del ponte Morandi come sancito dallo stesso giudice delle leggi, rimaneva infatti solo la via di un accordo realisticamente senza pregiudizi.

Tantomeno era prefigurabile se non impossibile, che si volesse realmente far fallire una società, Atlantia, di cui i Benetton erano al solo 30%, e per il restante 45% delle azioni in mano a piccoli e grandi investitori anche internazionali.

Se si esulta quindi sulla estromissione dal controllo della società concessionaria dei Benetton, a torto o a ragione ritenuti gli artefici del disastro, sarebbe altrettanto onesto dare pari rilevanza al fatto sottaciuto che alla fine dei conti il mercato finanziario premia Atlantia, attuale proprietaria di Autostrade. Ha vinto l’uno o l’altro? Opterei per il secondo e non soltanto per un calcolo economico quanto piuttosto sui punti di domanda in ordine ad un pesante investimento che si dubita possa essere strategico e da volano per l’economia in quanto alla fine chi sarà il reale socio di riferimento ed il controllore ultimo delle autostrade italiane?

Non si vuole essere cattivi aruspici ma se è pur vero che collocare sul mercato le azioni di Autostrade per l’Italia possa contribuire ad alzare il valore nominale del titolo, è anche vero che da molto tempo il nostro Paese è letteralmente un Paese in vendita ed è pure tempo che le nostre infrastrutture sono oggetto di appetiti internazionali e preda ambita per le grandi potenze globali, in un’epoca di ridefinizione degli assetti dell’economia globale.

Non si vuole necessariamente pensare male (anche se l’andreottiana memoria ricordava che spesso ci si azzecca), ma sappiamo che già ora in Autostrade siede con circa il 7% la Appia Investiments Srl, che altro non è che un consorzio tra la tedesca Allianz Group e la francese Edf. e con il 5% la Silk Road Fund, un veicolo finanziario di proprietà, guarda caso le coincidenze, della Repubblica Popolare Cinese. Una partita quindi geopolitica finanziaria di importanza fondamentale per il controllo delle infrastrutture europee. E se infine la memoria guarda alla cinese Belt and Road Initiative, di cui noi siamo il partner europeo più pesante, e visti gli appetiti di questi ultimi sui nostri porti chissà che non esca fuori qualche altra merce di scambio per un’Italia sempre più bisognosa di investimenti e linee di credito. Un panorama fanta politico economico certo, ma forse non lontano dal vero. E non si tratta qui in un periodo recessivo di giudicare negativamente gli investimenti publbici. Si tratta semmai di chiedersi se questi investimenti pubblici nel lungo periodo saranno stati a beneficio di tutti, ovvero a salvaguardia di pochi. E’ l’eterno ritorno a quel celebre discorso dei tre Re cui accennavo in queste pagine sulla migliore forma di Governo. La risposta ce la dirà il tempo ma il finale mi pare già scritto vista la trama annunciata.

Mauro Mancini Proietti