Alla pompa qualche centesimo in meno si vede. Dietro quel ribasso ci sono tre meccanismi diversi, e da lunedì cambiano le regole. Con un conto che, alla fine, torna sempre allo Stato.

A cura di di Marco Fancelli
Dopo mesi di rincari, questa settimana gli automobilisti hanno finalmente visto il contatore della pompa girare al contrario: in due giorni il gasolio è calato di 4,2 centesimi al litro sulla rete ordinaria, con punte di 7,6 in autostrada. Per capire se durerà, però, bisogna guardare da dove arriva quel ribasso.
Il primo motivo è commerciale. Eni ha fissato per un mese un tetto ai prezzi, 1,99 euro per la benzina e 2,19 per il gasolio, definendolo un contributo di solidarietà; su invito del governo hanno poi aderito anche Socar e Q8. Sono impegni volontari e a tempo, non obblighi di legge. Il secondo arriva da fuori: il G7 ha deciso il rilascio di 100 milioni di barili dalle riserve strategiche in quattro mesi, con i futures americani sul diesel subito in calo di oltre il 4%. Ma le riserve servono a comprare tempo, non a sostituire il petrolio che non arriva. Il terzo motivo, infine, va nella direzione opposta: lo sconto fiscale sul gasolio, ormai sceso a 6,1 centesimi, si esaurisce il 5 ottobre.
Ed è qui che entra in scena la novità vera. Dal 6 ottobre parte il meccanismo delle accise mobili, previsto da una legge del 2007 e finora poco usato. Il principio è semplice: quando i prezzi salgono, lo Stato incassa più IVA, perché l’imposta è una percentuale; quel maggior gettito viene restituito riducendo l’accisa. In pratica, lo sconto non è più una decisione politica ma il risultato di un calcolo contabile, e si autofinanzia.
Per i conti pubblici la differenza è sostanziale. I tagli lineari delle accise sono costati allo Stato circa due miliardi di euro tra marzo e l’inizio di luglio, pari a circa dieci milioni al giorno: soldi che mancano altrove, in un anno in cui il debito italiano è stimato al 138,4% del PIL e il governo deve presentare una manovra prudente per uscire dalla procedura europea. Le accise mobili, invece, non aprono nuovi buchi: si limitano a restituire ciò che il rincaro ha già portato nelle casse pubbliche. Nell’ultima applicazione lo sconto è stato finanziato con 149,4 milioni di extragettito IVA di un solo mese.
C’è anche un argomento di equità che la Banca d’Italia ha messo nero su bianco: la spesa per carburanti cresce con il reddito, quindi un taglio uguale per tutti finisce per avvantaggiare soprattutto chi guadagna di più. Non a caso il governo ha annunciato di voler superare gli sconti generalizzati a favore di misure mirate.
Il rovescio della medaglia riguarda noi automobilisti. Con le accise mobili nessuno può più sapere in anticipo quanto varrà lo sconto: dipende da quanta IVA in più lo Stato avrà incassato il mese prima. E soprattutto lo sconto esiste solo finché i prezzi restano alti. Corretto in teoria, ma significa che non va considerato un aiuto stabile su cui contare.
Il quadro, in sintesi, è questo: i prezzi scendono grazie a misure temporanee, mentre il sostegno fiscale diventa variabile. Il petrolio resta intorno ai 100 dollari e l’inflazione italiana di settembre è salita al 4,2%, il massimo da tre anni, trainata dall’energia al 22,3% a fronte di un’inflazione di fondo ferma all’1,7%. Tetti volontari, riserve strategiche e accise mobili servono ad attutire il colpo, non a eliminarlo. Funzionano se la crisi è breve. Se il prezzo alto diventa la normalità, bisognerà decidere chi ne porta il peso: lo Stato, le compagnie o le famiglie. Finora la risposta è stata rinviata di qualche settimana alla volta.




