Di Marco Gollinelli

C’è un momento in cui occorre fermarsi e guardare la realtà senza veli, ma con occhi capaci ancora di stupore. Controcanto è la rubrica di Marco Gollinelli che osa andare controvento: uno sguardo schietto, a volte duro, ma sempre intriso di poesia. Analizziamo la nostra società senza paura di toccarne le crepe, perché è proprio da lì che entra la luce. Ogni parola è un atto di libertà, ogni riflessione un invito a pensare — non come tutti, ma come sé stessi.
Ogni quindici giorni con Marco Gollinelli proporremo un nuovo canto: un pensiero fuori dal coro, per chi non teme di ascoltare la verità con il cuore.
In Italia la salute è un diritto, dicono, ma, come tutti i diritti, è diventato un favore.
Qui non si guarisce: si sopravvive. A colpi di prenotazioni, di attese infinite, di timbri e di risposte che non rispondono.
Il malato non è più una persona: è un numero di pratica e, sei fortunato, arrivi al medico prima che la malattia si stufi e se ne vada da sola.
Il nostro sistema sanitario sembra scritto da Pulcinella in persona: maschera bianca, sorriso beffardo, e dietro il sorriso una smorfia d’angoscia.
Abbiamo ospedali senza infermieri, medici che devono scegliere tra la coscienza e la burocrazia, pazienti abbandonati nei corridoi come pacchi smarriti.
Eppure, ogni ministro della salute sorride davanti alle telecamere: “Stiamo migliorando.”
Certo. Come no. Come il vino allungato con l’acqua: più lo allunghi, più sembra tanto.
Il pronto soccorso è diventato il confessionale della disperazione: si entra con la speranza, si esce con un codice e una bestemmia.
Le barelle si ammucchiano nei corridoi come le coscienze sporche di certi dirigenti.
E mentre i cittadini aspettano un’ecografia per sei mesi, qualcuno trova sempre un posto letto in clinica privata prima ancora di avere la febbre.
Ma in fondo è tutto così, da noi: ci indigniamo, urliamo, condividiamo sui social, poi torniamo a fare la fila.
Perché Pulcinella è dentro ognuno di noi.
Ride, scherza, ma sa che non cambierà nulla.
Perché il problema non è il medico che non c’è.
Il problema è che ci abbiamo creduto: che la sanità fosse pubblica, che la salute fosse uguale per tutti.
Ma in Italia tutto è uguale solo sulla carta.
Il resto è commedia e la commedia è finita da un pezzo.
Eppure, c’è un momento in cui la farsa generale s’interrompe bruscamente e si trasforma in un dramma da camera per un solo attore. Quando il sipario si chiude sull’indignazione collettiva, lo spettacolo della disperazione continua in sordina, nell’arena solitaria del malato che, da numero statistico, diventa un nome: un nome senza volto, condannato a confrontarsi con l’orologio. Non con l’orologio della guarigione, ma con quello della scadenza burocratica, in un Paese che ha trasformato l’attesa in una forma legale di eutanasia amministrativa. È qui che si sente la vera voce, quella che il sistema ignora.
Mi chiamo nessuno. Ho prenotato una visita cardiologica otto mesi fa. Oggi mi hanno detto che l’appuntamento è stato spostato… di altri tre mesi. Forse il cuore nel frattempo si è arreso, così risparmiano anche la visita.
Quando entro in ospedale, sento l’odore del disinfettante mescolato alla rassegnazione. Gli infermieri corrono come formiche impazzite, i medici parlano a bassa voce tra di loro.
Nessuno guarda negli occhi nessuno. Forse per pudore, forse per paura.
Una donna piange in silenzio: tiene una cartella clinica come fosse una condanna. Un vecchio rantola su una sedia rotta, con una flebo appesa a un bastone da scopa.
Lo guardo. Sorrido. È la nostra sanità: tiene insieme i vivi con lo scotch e la fede.
Mi chiamano dopo cinque ore. Il medico mi parla come si parla a un numero:
— Allora, vediamo… Sfoglia le carte, guarda il computer, poi me.
— Sa, il sistema non funziona, ma noi facciamo il possibile.
Già, il possibile. In un Paese dove anche il “possibile” è un’eccezione.
Esco. Il cielo è grigio, come il volto di chi non ha più forza di arrabbiarsi. Mi chiedo se valga la pena pagare le tasse, credere, sperare. Ma poi penso a Pulcinella, a quel sorriso storto che sembra dire: “Che vuoi farci? È sempre andata così.”
Solo che adesso non ride più nessuno. Nemmeno Pulcinella.
E l’assenza di quel riso, di quella tipica, fatalista smorfia napoletana, è il referto più devastante che possa uscire da quel sistema. Quando l’ultima scintilla di ironia si spegne sul volto del popolo, la cenere che resta non è rassegnazione, ma un’amara, fredda domanda che non ammette dilazioni. La si porta addosso, come il codice del triage, uscendo dal grigio palazzo della salute verso un cielo che promette solo la prossima fila.
La domanda, allora, è una sola: quanto deve soffrire ancora un popolo per capire che la propria salute non può essere messa in mano a chi vive di slogan e non di competenza?
Forse non lo capiremo mai.
Perché, in fondo, ci piace l’inganno, ci fa sentire vivi, ci consola pensare che un giorno cambierà tutto.
Ma la sanità di Pulcinella resta lì: con le sue maschere, le sue bugie e le sue attese infinite.
L’unico vero malato è il sistema stesso, e la cura non l’hanno ancora inventata.
O forse sì, ma è finita in lista d’attesa.
