Le indagini del tenente Roversi, di Gavino Zucca
Commento a cura di Erika Basile
E’ la vigilia di Natale del 1962: siamo a Villa Flora, a Sassari. Il padrone di casa è Don Luigi Gualandi, medico veterinario dell’esercito.
Durante la cena i padroni di casa e gli altri commensali ricordano un delitto avvenuto anni prima a Foresta Burgos, dove c’era un centro militare in cui venivano allevati e selezionati i cavalli destinati all’esercito.
Cosa era esattamente accaduto il 21 dicembre 1953?
Nel Nuraghe di Santu Antine viene ritrovato il cadavere dello stalliere Salvatore Tamponi: “il corpo dell’uomo seduto per terra, con le spalle poggiate al muretto in pietra di un pozzo e il petto squarciato da una scarica di pallettoni”. Il colpevole perfetto è il giovane pastore Giovanni Murtas, detto Nanneddu, sorpreso dalle sentinelle di guardia al deposito carburanti mentre sta scappando dal luogo del delitto.
I carabinieri, guidati dal maresciallo Paternò, hanno già brillantemente risolto il caso: “tutte le prove sembravano accusare Nanneddu”. Infatti, accanto al corpo vengono ritrovati il suo fucile ancora caldo, il pipiolu con le sue iniziali; e poi dai testimoni viene descritta una sua particolare caratteristica: una piccola mutilazione all’anulare della mano sinistra.
C’è anche il movente perfetto. Due anni prima Tamponi aveva tradito con una soffiata gli altri due fratelli di Nanneddu: uno era stato ucciso e l’altro invece arrestato.
Ma possibile che l’assassino si sia vendicato dopo così tanto tempo di quell’informatore dei carabinieri?
Ma…troppi ma.
Si scopre che la vittima non aveva in alcun modo reagito al suo aggressore, perchè era stata narcotizzata con del potente sonnifero e stranamente dalla farmacia del Centro è scomparsa una fiala di idrato di cloralio, un potente sonnifero usato sui cavalli.
Inoltre, viene ritrovata vicino al cadavere una pietra macchiata con il sangue di Nanneddu. Tutto fa pensare al Gualandi che trattasi di una messinscena e che “Nanneddu sia stato incastrato, forse dallo stesso assassino”. Ecco che questo medico veterinario, fidandosi anche del giudizio della sua giovane governante Caterina, si trova ad indagare e a sospettare di tutti.
Colpo di scena: la mattina di Natale viene ritrovato nella pinnetta un altro cadavere, carbonizzato a causa di un incendio, ma riconoscibile da due particolari: sotto il corpo ci sono due fedi d’oro con i nomi dei genitori di Nanneddu; fedi che il pastorello portava sempre al collo; il cadavere presente quella stessa mutilazione all’anulare della mano sinistra. Quindi anche l’assassino è morto.
E poi c’è il mistero di un regalo di Natale scambiato: la piccola Anna, figlia del Gualandi, ha ricevuto dei soldatini di piombo al posto di una bambola parlante da lei tanto desiderata.
E poi si ritorna al presente: il caso è riaperto perchè nell’eremo di Oddorei, durante il trasloco, in un piccolo baule appartenente ad un frate morto da tempo, viene ritrovata una Beretta M34, proprio l’arma usata per uccidere il cadavere carbonizzato della pinnetta.
Quindi niente è come sembrava fino a quel momento: di chi è l’arma? Chi è il cadavere carbonizzato ritrovato? Chi è l’assassino?
Attenzione ed occhi aperti: l’autore con falsi indizi ci ha mandato in direzioni sbagliate, puntando i riflettori sul presunto colpevole perfetto, prima di ogni nuovo colpo di scena. Sarà proprio il tenente Roversi a puntare l’attenzione sui piccoli particolari.
Buona lettura!!!
