Dalla dottrina Monroe a oggi: potere, risorse e pressioni economiche nel nuovo ordine mondiale

Per capire cosa sta succedendo oggi in America Latina bisogna tornare indietro di quasi duecento anni. Nel 1823 il presidente degli Stati Uniti James Monroe dichiarò che il continente americano doveva restare libero da interferenze europee. Quella che all’epoca sembrava una semplice presa di posizione politica divenne nel tempo una vera linea guida della politica estera statunitense: l’America Latina come area di influenza naturale di Washington.
Per molti decenni questa idea rimase soprattutto teorica. Il cambiamento arrivò all’inizio del Novecento con il presidente Theodore Roosevelt, che trasformò la dottrina di Monroe in uno strumento concreto di intervento. Gli Stati Uniti si attribuirono il diritto di intervenire negli affari dei paesi dell’America Latina per “garantire stabilità”. Da quel momento, la regione fu segnata da pressioni politiche, interventi diretti e indiretti e da una forte dipendenza economica dagli Stati Uniti.
Dopo la fine della Guerra Fredda, però, l’attenzione di Washington si spostò altrove. Medio Oriente, Asia, crisi interne. L’America Latina uscì progressivamente dal centro delle priorità strategiche americane. Ed è proprio in questo spazio che è entrata la Cina. I numeri aiutano a capire la portata del cambiamento: nel 2000 il commercio tra Cina e America Latina valeva circa 12 miliardi di dollari. Oggi supera i 500 miliardi. In poco più di vent’anni, Pechino è diventata il principale partner commerciale di paesi come Brasile, Cile, Perù e Argentina.
La Cina non si è limitata a comprare e vendere. Ha investito in porti, ferrovie, dighe, miniere, reti elettriche. Un esempio emblematico è il porto di Chancay in Perù, un progetto da oltre 3,5 miliardi di dollari, che collega direttamente il Sud America all’Asia riducendo tempi e costi di trasporto. In molti casi, la Cina ha fatto ciò che altri non facevano più: costruire infrastrutture reali.
Un altro punto chiave riguarda le risorse strategiche. Il cosiddetto triangolo del litio — Bolivia, Argentina e Cile — concentra circa il 60% delle riserve mondiali di litio, materiale essenziale per batterie, auto elettriche e tecnologie digitali. Senza accesso a queste risorse, la transizione energetica globale diventa impossibile. Non a caso, molte delle aziende più presenti in quest’area sono cinesi.
Negli ultimi anni, però, gli Stati Uniti hanno cambiato atteggiamento. Con Donald Trump, la dottrina di Monroe è tornata apertamente nel dibattito politico. In modo informale si parla di una “Donroe Doctrine”: un messaggio chiaro secondo cui l’America Latina deve tornare sotto l’influenza diretta di Washington. Questa volta non solo con la diplomazia, ma anche con pressioni economiche, incentivi e minacce commerciali.
Alcuni paesi hanno scelto di riallinearsi. El Salvador, guidato dal presidente Nayib Bukele, è un esempio significativo. Il paese ha ottenuto sostegno politico dagli Stati Uniti, maggiore visibilità internazionale e un aumento di investimenti e turismo. In cambio, ha rafforzato il proprio allineamento con Washington, anche accettando di collaborare su temi sensibili come l’accoglienza di detenuti deportati dagli Stati Uniti.
Anche l’Argentina del presidente Javier Milei ha scelto una posizione molto netta a favore degli Stati Uniti. Poco prima di passaggi politici delicati, Buenos Aires ha beneficiato di un pacchetto di aiuti finanziari internazionali stimato in circa 20 miliardi di dollari, sostenuto anche dall’appoggio americano. Milei ha inoltre assunto posizioni pubbliche molto chiare a sostegno di Washington su diversi dossier strategici.
Un altro caso importante è Panama. Sotto pressione statunitense, il paese ha ridotto il ruolo della Cina nella gestione dei porti legati al Canale di Panama e ha annunciato l’uscita dalla Belt and Road Initiative, il grande progetto infrastrutturale cinese. È stato un segnale chiaro di riallineamento geopolitico.
Non tutti i paesi, però, stanno seguendo questa strada. Brasile e Messico cercano di mantenere rapporti economici forti con la Cina senza rompere con gli Stati Uniti. Altri, come Bolivia e Colombia, oscillano tra le due sfere di influenza. Questo rende la regione instabile e sempre più centrale nello scontro globale.
Un segnale di questo nuovo approccio americano arriva anche dall’Europa, con il caso della Groenlandia. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno dichiarato apertamente che l’isola è di interesse strategico per la loro sicurezza nazionale, per la posizione geografica, per le risorse presenti nel sottosuolo e per il controllo delle rotte artiche. Il messaggio è stato diretto: la Groenlandia è considerata un interesse strategico americano, anche se formalmente appartiene a un alleato europeo come la Danimarca. Questo ha creato tensioni evidenti e ha mostrato come, nel nuovo scenario globale, nemmeno i rapporti tra alleati siano più intoccabili.
Il caso Groenlandia è importante perché rende visibile una realtà più ampia: la competizione globale non riguarda solo i rivali storici, ma attraversa anche il campo occidentale. Quando entrano in gioco risorse, territori e sicurezza, le alleanze diventano più flessibili e meno automatiche. È un segnale che viene osservato con attenzione anche in America Latina.
Il risultato è un mondo che si sta dividendo in blocchi. Da una parte gli Stati Uniti e i loro alleati, dall’altra la Cina con una rete crescente di partner economici. In mezzo, molti paesi cercano di non scegliere, ma trovano sempre meno spazio di manovra. Per l’economia globale questo significa catene di approvvigionamento più frammentate, investimenti più politicizzati e un aumento del rischio paese.
L’America Latina non è più una periferia del sistema, ma uno dei luoghi in cui si decide l’equilibrio futuro dell’economia mondiale. Capire cosa sta succedendo lì aiuta a leggere meglio anche ciò che accade in Europa e negli Stati Uniti. Perché in un mondo diviso in blocchi, le scelte economiche non sono mai solo economiche: sono, sempre di più, scelte politiche.
