I RACCONTI DI MARK W. MCDOWEL

Jannette si svegliò con il sapore del ferro in bocca. Non sangue — quello lo avrebbe riconosciuto — ma qualcosa di più antico, come se avesse masticato la ruggine dei cancelli che un tempo proteggevano il giardino di sua nonna. Aprì gli occhi nella penombra della sua camera, quella vera, quella che aveva affittato tre mesi dopo essere tornata, con Marta, dal Villaggio dei Sogni, e per un istante non riconobbe il soffitto. Le crepe formavano costellazioni che non aveva mai visto prima, o forse sì, in un’altra vita, in un altro risveglio.
Da quando aveva recuperato la capacità di sognare — pagandola con il ricordo del volto di sua madre — le notti erano diventate un territorio ostile. Non più il vuoto nero e misericordioso degli anni precedenti, ma una giungla di immagini che si accavallavano senza senso: scale che salivano verso fondali marini, stanze piene di orologi che segnavano ore diverse, e sempre, ossessivamente, un giardino che non riusciva mai ad attraversare completamente prima che il sogno si dissolvesse.
Si alzò, le gambe incerte, e andò in cucina. Il caffè era diventato un rituale necessario, l’unica cosa che ancorava la mattina a qualcosa di tangibile. Mentre l’acqua bolliva nella moka, guardò fuori dalla finestra. Il cortile condominiale era deserto, come sempre a quell’ora, ma c’era qualcosa di diverso: accanto al cassonetto dell’immondizia, qualcuno aveva abbandonato una poltrona di velluto verde bottiglia, identica a quella che sua nonna teneva nello studio, quella su cui Jannette si sedeva da bambina per ascoltare le storie.
Il cuore le batté più forte. Impossibile. Quella poltrona era stata venduta decenni prima, insieme a tutto il resto, quando la casa era stata svuotata dopo il funerale. Eppure, eccola lì, con lo stesso ricamo sul bracciolo destro, la stessa macchia di vino sulla spalliera che nessuno era mai riuscito a togliere completamente.
Jannette scese le scale senza nemmeno prendere il caffè, ancora in pigiama, i piedi nudi sulle piastrelle fredde dell’androne. Attraversò il cortile come una sonnambula, e quando fu abbastanza vicina, allungò una mano per toccare il velluto. Era reale. Tiepido, come se qualcuno ci fosse stato seduto fino a pochi minuti prima.
«Bella, vero?»
La voce la fece sobbalzare. Un uomo era apparso dall’angolo del cortile, sui cinquant’anni, vestito con un completo grigio che sembrava troppo elegante per quell’ora del mattino. Aveva gli occhi chiari, quasi trasparenti, e un sorriso che non raggiungeva lo sguardo.
«L’ho trovata in un mercatino,» continuò lui, avvicinandosi. «Peccato doverla buttare, ma non entra nell’ascensore del mio palazzo. Lei la vuole?»
Jannette aprì la bocca, ma non riuscì a emettere suono. L’uomo inclinò la testa, studiandola con un’intensità che la mise a disagio.
«Ci siamo già visti, vero?» chiese lui, e non era davvero una domanda.
«Non credo,» riuscì finalmente a dire Jannette, facendo un passo indietro.
«Sì, sì. Ne sono sicuro. Al Villaggio.» Il sorriso si allargò. «Lei è una di quelli che sono tornati.»
Il sangue le si gelò nelle vene. Nessuno sapeva del Villaggio. Nessuno poteva sapere. Era un segreto che si portava dentro come un tumore, qualcosa di cui non aveva mai parlato con nessuno, nemmeno con la terapeuta che aveva visto per tre sedute prima di rendersi conto che non c’erano parole per descrivere ciò che aveva vissuto.
«Non so di cosa parli,» disse, la voce più ferma di quanto si sentisse.
L’uomo rise, un suono breve e asciutto. «Certo che lo sa. Lo vedo nei suoi occhi. Quella luce particolare che hanno quelli che hanno scambiato qualcosa. Io mi chiamo Davide. Sono tornato sette anni fa.»
Jannette voleva scappare, risalire le scale, chiudersi in casa e far finta che quella conversazione non fosse mai avvenuta. Ma una parte di lei — quella parte che da tre mesi si svegliava ogni notte con domande senza risposta — rimase ferma.
«Cosa hai dato tu?» La domanda le uscì prima che potesse fermarla.
Davide guardò la poltrona, poi di nuovo lei. «Il nome di mia madre. Non ricordo più come si chiama. So che ho avuto una madre, ricordo la sua presenza, il profumo del suo profumo, il suono della sua voce. Ma il nome…» Schioccò le dita. «Svanito. Come se non fosse mai esistito.»
«E i sogni? Li hai riavuti?»
«Oh, sì. Ogni notte. Bellissimi, terribili, insopportabili.» Si passò una mano tra i capelli. «Per i primi due anni pensavo di impazzire. Poi ho capito che dovevo trovare un modo per controllarli. Per questo sono qui.»
«Qui?»
«A cercare te. E altri come noi.» Davide estrasse dalla tasca interna della giacca un biglietto da visita, glielo porse. «C’è un posto. Non come il Villaggio, niente di magico o soprannaturale. Solo un gruppo di persone che hanno fatto lo stesso scambio. Ci incontriamo ogni giovedì sera. Parliamo. Ci aiutiamo a ricordare come si fa a vivere con i sogni.»
Jannette prese il biglietto. C’era solo un indirizzo, scritto a mano con inchiostro blu, e un orario: 21:00.
«Perché dovrei venire?»
Davide la guardò con qualcosa che poteva essere compassione o forse solo stanchezza. «Perché altrimenti i sogni ti divoreranno. Perché quello che hai sacrificato continuerà a chiamarti finché non imparerai a convivere con il vuoto. E perché,» aggiunse, indicando la poltrona, «le cose che abbiamo perso hanno il vizio di tornare sotto altre forme. Bisogna imparare a riconoscerle.»
Se ne andò senza aspettare risposta, scomparendo dietro l’angolo del palazzo con la stessa improvvisa silenziosità con cui era apparso. Jannette rimase sola nel cortile, il biglietto stretto in mano, la poltrona di velluto verde che la guardava come un testimone muto.
Quel giovedì sera Jannette si trovò davanti a un portone anonimo in una via del centro che non aveva mai notato prima, nonostante ci fosse passata centinaia di volte. Il numero civico corrispondeva a quello sul biglietto. Suonò il campanello senza nome, e dopo pochi secondi la porta si aprì con un ronzio elettrico.
Salì tre piani di scale strette, le pareti dipinte di un giallo sbiadito che le ricordò gli ospedali. All’ultimo piano, una porta era socchiusa. Dall’interno arrivavano voci sommesse, il tintinnio di tazzine.
Entrò in un appartamento piccolo ma luminoso, arredato con uno stile minimale che contrastava con l’esterno decadente del palazzo. C’erano sette persone sedute in cerchio su sedie pieghevoli. Davide era tra loro, e le fece un cenno di benvenuto.
«Jannette,» disse, e tutti si voltarono a guardarla. «Vieni, siediti. Stavamo giusto cominciando.»
Lei prese l’unica sedia libera, le mani sudate, il cuore che batteva troppo forte. Gli altri la osservavano con curiosità ma senza ostilità, come se fossero abituati a nuovi arrivi.
«Questa è Maria,» disse Davide, indicando una donna sui quarant’anni con i capelli corti e gli occhiali dalla montatura rossa. «Ha dato il ricordo del suo primo bacio. Questo è Luca, che ha scambiato il nome di suo fratello. Elena, che ha perso la memoria del giorno del suo matrimonio. Paolo, Francesca, Giulio…»
Ogni nome era accompagnato da un sacrificio. Una data. Un volto. Un luogo. Pezzi di vita barattati per la capacità di sognare.
«E tu?» chiese Maria, guardando Jannette. «Cosa hai dato?»
La domanda la colpì come un pugno. Non ne aveva mai parlato ad alta voce. Dire quella cosa, ammettere quel vuoto, significava renderlo definitivo, reale in un modo che finora era riuscita a evitare.
«Il volto di mia madre,» sussurrò. «Non ricordo più com’era il suo viso.»
Il silenzio che seguì non era di giudizio, ma di comprensione. Maria annuì lentamente, Elena si morse il labbro. Davide le sorrise con quella sua espressione stanca.
«Raccontaci dei tuoi sogni,» disse lui.
E così Jannette cominciò a parlare. Del giardino che attraversava ogni notte senza mai raggiungere il cancello dall’altra parte. Delle scale che salivano verso il mare. Degli orologi che segnavano ore impossibili. Parlò finché la voce non le si incrinò, finché le lacrime non cominciarono a scendere senza che se ne accorgesse.
Gli altri ascoltavano, e quando ebbe finito, cominciarono a raccontare i loro. Luca sognava sempre la stessa stanza vuota, con una sedia al centro e una finestra da cui entrava una luce che non proiettava ombre. Elena si ritrovava in un teatro deserto dove andava in scena sempre lo stesso spettacolo, ma ogni volta con attori diversi. Paolo camminava per città che non esistevano, con architetture impossibili che sfidavano la gravità.
«I sogni sono il modo in cui la mente cerca di riempire il vuoto,» spiegò Davide. «Quello che abbiamo perso lascia un’impronta, una forma negativa. I sogni cercano di riempirla, ma non ci riescono mai completamente. Per questo sono così intensi, così ossessivi.»
«E si può fare qualcosa?» chiese Jannette. «O dobbiamo solo… sopportare?»
Francesca, una donna minuta sui trent’anni che fino a quel momento non aveva parlato, si schiarì la voce. «C’è un modo,» disse. «Ma è pericoloso.»
Tutti si voltarono verso di lei. Davide scosse la testa. «Francesca, ne abbiamo già parlato. Non è una buona idea.»
«Cosa?» insistette Jannette. «Di cosa state parlando?»
Francesca la guardò dritta negli occhi. «Si può tornare al Villaggio. Una seconda volta.»
Il cuore di Jannette perse un battito. «È possibile?»
«Sì,» disse Francesca. «Ma c’è un prezzo. Il secondo scambio è sempre più alto del primo. E se sbagli, se chiedi la cosa sbagliata, puoi perdere tutto. Non solo un ricordo. Te stessa.»
«Francesca ha ragione,» intervenne Davide. «Conosciamo tre persone che hanno tentato il secondo scambio. Una è tornata, ma non è più la stessa. Parla, cammina, mangia, ma è come se fosse vuota dentro. Le altre due non sono mai tornate.»
«Ma quella che è tornata,» disse Jannette, la voce tremante, «ha recuperato quello che aveva perso?»
Silenzio.
«Sì,» ammise Francesca. «Ha recuperato il ricordo. Ma ha perso qualcos’altro. Qualcosa di più grande.»
«Cosa?»
«La capacità di provare gioia. Qualsiasi gioia. Può ricordare tutto, può sognare, ma non sente più niente. È come vivere dietro un vetro.»
Jannette chiuse gli occhi. Il volto di sua madre era lì, dietro una nebbia che non riusciva a penetrare. Sapeva di averla amata. Sapeva di aver passato anni ad amarla, a includerla nella sua vita. Ma non riusciva a vederla. E quella mancanza era un dolore fisico, una ferita che non si chiudeva mai.
«Come si fa?» chiese. «A tornare al Villaggio?»




