Berkshire ricomincia a comprare

a cura di Marco Fancelli

Trentotto milioni di dollari al giorno. Un milione e mezzo ogni ora, notti e domeniche comprese, senza che nessuno a Omaha debba alzare un dito. È quello che frutta la liquidità di Berkshire Hathaway parcheggiata in Buoni del Tesoro americani, e tenete a mente il numero perché è la chiave per capire cosa è successo in questi giorni.

Per la prima volta dopo anni, infatti, quella montagna si è abbassata. Non di molto, ma si è abbassata: dai 397,4 miliardi di dollari record di fine marzo si è scesi a 365,5 miliardi a fine giugno. Chi segue Omaha sa che è una notizia, perché per dodici trimestri buoni il movimento era stato sempre nella direzione opposta. Warren Buffett aveva smesso di trovare prezzi che gli piacessero, e chi non trova prezzi che gli piacciono aspetta.

Adesso non aspetta più. I conti del secondo trimestre, usciti l’8 agosto, raccontano di un Greg Abel che ha finalmente aperto il rubinetto. Berkshire è tornata compratrice netta di azioni — circa venti miliardi in più di quanto abbia venduto, spezzando una serie di quattordici trimestri consecutivi di vendite nette. Ha ricomprato 4,5 miliardi di dollari di azioni proprie, contro i 235 milioni miseri dei primi tre mesi dell’anno. Ha chiuso il 24 luglio l’acquisizione di Taylor Morrison, il costruttore di case pagato 72,50 dollari per azione, 6,8 miliardi di equity e circa 8,5 di enterprise value. E soprattutto ha messo dieci miliardi in Alphabet, attraverso un collocamento privato dentro l’aumento di capitale con cui Google finanzia i suoi data center per l’intelligenza artificiale. Prezzo pattuito: 351,81 dollari per le azioni di classe A e 348,20 per le C, entrambi sotto la chiusura di mercato di quel giorno. Il vecchio metodo, insomma: entrare quando qualcuno ha fretta di raccogliere capitale, e farsi pagare la fretta.

Sul resto della trimestrale c’è poco da aggiungere. La macchina industriale gira bene, con l’utile operativo salito a 13 miliardi e una crescita del sedici per cento, mentre l’anello debole restano le assicurazioni. L’utile netto contabile è raddoppiato a 25,7 miliardi, ma quel numero conta poco: dipende da come si muovono i prezzi delle azioni in portafoglio, e Buffett ha passato vent’anni a spiegare che non bisogna guardarlo.

Torniamo allora al punto di partenza, alla domanda che stranamente pochi si fanno: quei 365 miliardi fermi, quanto fruttano davvero?

La liquidità di Berkshire non è liquidità nel senso in cui la intendiamo noi, non è un conto corrente. È quasi tutta parcheggiata in titoli di Stato americani a breve scadenza, e oggi il T-bill a tre mesi rende circa il 3,8 per cento annuo. Fatti i conti della serva: 365,5 miliardi al 3,8 per cento fanno poco meno di 14 miliardi di dollari all’anno. Che significa circa 1,16 miliardi di dollari al mese, ovvero — al cambio di oggi — più o meno un miliardo di euro tondo. Da lì escono i trentotto milioni al giorno da cui siamo partiti.

Il dato non è una mia fantasia: nella trimestrale il reddito da investimenti del ramo assicurativo, che è la voce dove finisce buona parte di quegli interessi, vale 3,06 miliardi nel solo secondo trimestre. Un miliardo al mese, appunto. Sono cifre lorde, prima delle imposte; al netto restano attorno ai novecento milioni mensili. Comunque più di quanto guadagni in un anno intero la stragrande maggioranza delle società quotate a Piazza Affari.

E allora perché muoversi? Perché quel numero, i 3,06 miliardi, è sceso del nove per cento rispetto a un anno fa. Non perché ci siano meno soldi, ma perché i tassi sono più bassi. La rendita del contante si sta assottigliando mentre l’S&P 500 guadagna il tredici per cento da inizio anno e l’azione Berkshire arranca attorno al tre. È il vecchio problema di chi sta seduto sul sicuro: il sicuro rende, finché rende. Poi comincia a costare, sotto forma di occasioni mancate.

Quello che mi colpisce, guardando la faccenda da qui, è la sproporzione tra la calma di quella cassa e l’ansia con cui noi in Europa trattiamo il nostro risparmio. Berkshire tiene fermi trecentosessantacinque miliardi e nessuno la accusa di essere immobile, perché tutti sanno che sta aspettando il prezzo giusto e che quando arriverà firmerà un assegno in ventiquattro ore. Da noi il contante fermo è quasi sempre paura, non strategia: quasi duemila miliardi di euro sui conti correnti italiani che non rendono niente e che l’inflazione erode in silenzio. La differenza non sta nella cifra. Sta nel fatto che loro sanno esattamente cosa stanno aspettando.

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