Come farsi manipolare dall’intrattenimento senza accorgersene
A cura di Marco Gollinelli

C’è un momento in cui occorre fermarsi e guardare la realtà senza veli, ma con occhi capaci ancora di stupore. Controcanto è la rubrica di Marco Gollinelli che osa andare controvento: uno sguardo schietto, a volte duro, ma sempre intriso di poesia. Analizziamo la nostra società senza paura di toccarne le crepe, perché è proprio da lì che entra la luce. Ogni parola è un atto di libertà, ogni riflessione un invito a pensare — non come tutti, ma come sé stessi.
Esiste una categoria di programmi che si presentano come finestre aperte sull’umanità, luoghi dove si “raccontano le persone”, “si mostrano le emozioni vere”, “si mettono a confronto le idee”. È una definizione affascinante, quasi nobile. Peccato che sia più o meno la stessa operazione di marketing con cui si potrebbe vendere una gabbia chiamandola “spazio di riflessione con sbarre panoramiche”. Lo spettatore è convinto di osservare la realtà; la realtà, se potesse, chiederebbe un avvocato.
Nel primo caso l’oggetto di studio è l’individuo, preferibilmente con qualche crepa emotiva ben visibile, perché le superfici lisce non riflettono abbastanza luce. Persone normalissime, con paure comuni, bisogni di affetto, insicurezze, vengono immerse in un ambiente dove ogni interazione è sotto lente, ogni esitazione è un fermo immagine, ogni cedimento diventa trama. Il rifiuto non è un momento privato ma un contenuto, l’umiliazione non è un incidente ma una sequenza, la gelosia non è un problema da gestire ma un motore narrativo. È un esperimento sociale con luci da studio e trucco correttivo, in cui dinamiche che nella vita quotidiana sarebbero campanelli d’allarme diventano carburante per la puntata successiva. La cosa più sottile è che allo spettatore non viene venduta crudeltà, ma partecipazione emotiva. Non si guarda per giudicare, si guarda per “capire”, per immedesimarsi, per dire a se stessi che al proprio posto si sarebbe stati più lucidi, più maturi, più forti. È una piccola illusione di superiorità morale che rende il tutto digeribile, come lo zucchero sulla pillola.
Intanto, ciò che nella vita reale verrebbe definito comportamento tossico, manipolazione, immaturità emotiva, viene ricontestualizzato come personalità forte, carattere, schiettezza. Non perché qualcuno voglia fare apologia del disagio, ma perché il disagio reagisce, esplode, crea attrito, e l’attrito fa scintille, e le scintille tengono accese le telecamere. Le persone equilibrate, quelle che parlano a bassa voce, che si prendono tempo, che non trasformano ogni emozione in un duello, televisivamente sono materiale inerte. L’equilibrio non buca lo schermo, non crea clip virali, non alimenta discussioni online. Così, senza bisogno di dichiararlo, passa l’idea che l’intensità valga più della stabilità, che la reazione valga più della riflessione, che il caos sia più autentico della calma. Ed è qui che lo spettatore, convinto di osservare la natura umana, sta in realtà guardando esseri umani messi in condizioni innaturali per reagire peggio di quanto farebbero altrove.
Nel secondo caso il laboratorio si allarga e l’oggetto non è più la singola fragilità ma l’identità collettiva. Non c’è più la storia personale da sezionare, ma l’idea da difendere, lo schieramento da rappresentare, il “noi” da contrapporre a un “loro” costruito con la stessa cura con cui si allestiscono le quinte di un teatro. Qui la complessità è un difetto tecnico, rallenta il ritmo, abbassa la tensione, rischia di far sembrare gli adulti persone che ragionano invece che combattenti che si affrontano. Il tempo televisivo non tollera il dubbio, la sfumatura, la frase che inizia con “dipende”. Servono risposte pronte, nette, ripetibili, capaci di diventare slogan in meno tempo di quanto lo spettatore impieghi a cambiare canale. Non è tanto una finzione nel senso teatrale del termine, quanto una compressione estrema del discorso fino a farlo diventare quasi un gesto, un colpo, una reazione riflessa.
Chi guarda non sta davvero ascoltando argomentazioni, sta scegliendo un rappresentante simbolico nel duello verbale. Non si valuta la coerenza di un ragionamento, ma la capacità di “tenere testa”, di non arretrare, di rispondere colpo su colpo. È una forma di competizione mascherata da confronto, dove la funzione principale non è chiarire ma rafforzare appartenenze. L’effetto, nel tempo, è una lenta abitudine a percepire il dissenso come minaccia e la discussione come scontro inevitabile. Le emozioni coinvolte non sono tenui, sono rabbia, paura, indignazione, senso di ingiustizia, cioè esattamente quelle che più facilmente attivano le persone e le tengono incollate allo schermo. Il risultato non è che la televisione produca automaticamente violenza sociale, ma che contribuisca a normalizzare un clima emotivo costantemente teso, in cui l’altro non è semplicemente qualcuno con un’idea diversa, ma un ostacolo, un problema, quasi un pericolo.
Ciò che unisce questi due mondi apparentemente lontani è l’uso sistematico del conflitto come linguaggio di base. Che si tratti di relazioni sentimentali o di visioni politiche, il messaggio implicito diventa che senza tensione non c’è interesse, senza attrito non c’è racconto, senza polarizzazione non c’è coinvolgimento. Lo spettatore, esposto per anni a questa grammatica emotiva, finisce per ritarare la propria soglia di normalità. Le interazioni pacate sembrano piatte, le discussioni civili sembrano finte, la complessità sembra evasiva. La realtà quotidiana, con i suoi tempi lenti e le sue ambiguità, rischia di apparire meno “vera” di quella televisiva, che è in realtà una realtà potenziata, concentrata, dopata di reazioni.
Il passaggio più brillante, e più inquietante, è che chi guarda non è solo destinatario ma parte attiva del meccanismo. Commenta, prende posizione, si indigna, difende, attacca. Le sue reazioni diventano dati, tendenze, feedback che alimentano il ciclo successivo. Non è solo intrattenuto, è coinvolto emotivamente in conflitti che non lo riguardano direttamente ma che occupano spazio mentale reale. È una forma di partecipazione a basso costo pratico ma ad alto consumo nervoso, una specie di allenamento continuo alla reattività, dove si impara a rispondere di pancia più che di testa. Non rende necessariamente meno intelligenti, ma abitua a una modalità di funzionamento in cui l’emozione precede l’analisi e spesso la sostituisce.
Il momento più scomodo arriva quando si realizza che gran parte di quelle energie emotive sono state investite in situazioni costruite, amplificate, selezionate per far reagire, non per far capire. Ci si è arrabbiati per persone messe in condizioni artificiali, si è discusso su posizioni ridotte a caricature, si è sentita partecipazione autentica per conflitti confezionati con cura artigianale. Intanto la propria vita, con i suoi problemi non montati e le sue relazioni non illuminate da fari, scorreva in sottofondo, meno spettacolare ma infinitamente più reale. Ed è lì che nasce quella sensazione sgradevole, quasi offensiva, di aver scambiato un dispositivo di stimolazione continua per uno specchio del mondo, di aver creduto di osservare dall’esterno mentre si era, in realtà, una delle materie prime su cui il sistema lavorava. Non è una tragedia, non è un complotto, è qualcosa di molto più banale e per questo più efficace: un meccanismo perfettamente oliato che trasforma fragilità, conflitti e idee in spettacolo, e lo spettatore in combustibile emotivo convinto di stare solo passando il tempo.
In tutto questo quadro, che qualcuno potrebbe ancora ostinarsi a chiamare “semplice intrattenimento”, emerge una verità molto meno comoda di qualsiasi accusa rivolta a conduttori, autori o reti: il grande assente è la capacità evolutiva di chi guarda. Perché nessun meccanismo del genere sopravvive senza consenso, e qui il consenso non è passivo, è quotidiano, reiterato, telecomando alla mano. Lo spettatore accetta, assorbe, commenta, condivide, si indigna, ritorna il giorno dopo e chiama tutto questo “scelta libera”, mentre dimentica con una disinvoltura quasi artistica che ogni minuto concesso è un voto, ogni attenzione è un finanziamento, ogni reazione è carburante. Poi si lamenta del livello, del degrado, della volgarità emotiva e intellettuale, come se fosse pioggia caduta dal cielo e non acqua che lui stesso continua a versare nel sistema. La verità, feroce e poco elegante, è che l’unico mandante è seduto sul divano: non ipnotizzato, non costretto, ma perfettamente collaborante. E finché continuerà a fingere di essere vittima di ciò che alimenta con entusiasmo, potrà indignarsi quanto vuole davanti allo schermo, ma starà solo protestando contro lo specchio.
