MELONI ALLA PROVA DEI NUMERI

Lavoro cresce, debito pesa, famiglie attendono risposte

Di Marco Fancelli

Cari lettori, chi mi conosce sa bene che non ho mai giudicato la salute di un Paese soltanto dalle parole, dalle promesse elettorali, dalle polemiche televisive o dalle contestazioni di piazza. La politica conta, perché orienta il destino di una nazione. Ma esiste un giudice ancora più severo, imparziale e concreto: i numeri.

Sono i numeri a raccontare se una famiglia arriva a fine mese, se un giovane trova lavoro, se un pensionato conserva dignità economica, se un imprenditore riesce ad assumere, se lo Stato garantisce servizi efficienti. Sono i numeri che entrano ogni giorno nelle case degli italiani, nelle bollette, nei mutui, nei supermercati, nelle buste paga.

Per questo, al di là delle simpatie personali o delle appartenenze ideologiche, la domanda da porsi è semplice: come sta andando davvero l’Italia da quando governa Giorgia Meloni?

La risposta, come spesso accade, non si trova nei talk show, ma nella realtà dei dati.

Quando il governo Meloni si è insediato nell’ottobre 2022, il contesto era tra i più difficili degli ultimi anni: inflazione oltre l’11% nei mesi peggiori, costo dell’energia fuori controllo, guerra in Ucraina, tassi BCE saliti rapidamente e rallentamento dell’economia europea. In quel momento governare non significava promettere miracoli, ma evitare che la situazione peggiorasse.

Uno dei segnali più importanti arriva dal lavoro. Secondo ISTAT, a febbraio 2026 gli occupati in Italia erano 24 milioni e 149 mila, uno dei livelli più alti mai registrati. Il tasso di disoccupazione era al 5,3%, molto più basso rispetto agli anni in cui superava il 10%.

Anche la disoccupazione giovanile, pur restando troppo elevata, è distante dai picchi oltre il 40% toccati negli anni più difficili.

Chi osserva i numeri con onestà intellettuale deve riconoscere che il mercato del lavoro ha continuato a migliorare. Tuttavia il ritardo storico resta evidente: secondo Eurostat, nel 2025 il tasso di occupazione italiano tra i 20 e i 64 anni era al 67,6%, contro una media UE del 76,1%.

Tradotto in parole semplici: più persone lavorano, ma l’Italia resta ancora indietro rispetto a gran parte d’Europa.

Sul fronte dell’inflazione, invece, l’Italia ha sorpreso positivamente. Dopo la fiammata del 2022 e del 2023, l’inflazione media è scesa al +1,0% nel 2024 e al +1,5% nel 2025 secondo ISTAT.

È un dato importante, perché significa che i prezzi hanno rallentato la loro corsa.

Ma il cittadino giudica soprattutto il potere d’acquisto. Ed è qui che si gioca la partita reale.

Negli ultimi anni pensioni e stipendi sono aumentati nominalmente. Una pensione da 1.000 euro mensili nel 2022, dopo le rivalutazioni ufficiali, oggi vale circa 1.156 euro nel 2026.

Anche molti lavoratori dipendenti hanno beneficiato di aumenti dovuti ai rinnovi contrattuali e agli sgravi fiscali.

Il problema è che il benessere reale non si misura da quanto entra, ma da quanto resta dopo le spese. Se un reddito cresce di 100 euro ma il costo della vita aumenta di più, la sensazione resta quella di essere più poveri.

Ed è ciò che molte famiglie hanno vissuto in questi anni. Secondo ISTAT, la spesa media mensile delle famiglie italiane è salita a 2.755 euro nel 2024, rispetto ai 2.738 euro del 2023.

In Italia, spesso, il problema non è solo quanto si guadagna. È quanto poco resta dopo aver pagato tutto.

Tra gli interventi più concreti del governo vi sono stati il taglio del cuneo fiscale e la revisione dell’IRPEF.

Dal 2024 gli scaglioni IRPEF sono passati da 4 a 3, con aumento di 75 euro delle detrazioni da lavoro dipendente. Nel 2025 i benefici del cuneo fiscale sono stati estesi fino a 40.000 euro di reddito, con vantaggi maggiori per le fasce basse e medio-basse.

Per milioni di lavoratori ciò si è tradotto in alcune decine di euro in più al mese.

Non si tratta di una rivoluzione fiscale, ma di un alleggerimento reale.

Anche sul fronte delle partite IVA e delle piccole imprese la linea è stata chiara: conferma del regime forfettario fino a 85.000 euro, semplificazioni fiscali e maggiore attenzione al piccolo tessuto produttivo.

In un Paese dove oltre il 90% delle imprese è di piccola dimensione, queste scelte hanno un peso concreto.

Per troppi anni l’Italia ha vissuto di rinvii, bonus temporanei e riforme incompiute. Ridare centralità al lavoro e alla produzione è un cambio di impostazione che merita attenzione, al di là delle simpatie politiche.

Sul tema immigrazione, i numeri mostrano un netto ridimensionamento degli sbarchi irregolari.

Gli arrivi via mare sono stati:

  • 157.651 nel 2023 
  • 66.617 nel 2024 
  • 66.296 nel 2025 

Si tratta di un dato politicamente rilevante che il governo può rivendicare.

Tuttavia, una riflessione seria impone di distinguere tra immigrazione irregolare e immigrazione regolare.

Secondo INPS, nel 2024 i lavoratori stranieri regolari attivi erano 3 milioni 980 mila. L’Italia ha bisogno di forza lavoro in molti settori: agricoltura, edilizia, logistica, ristorazione, assistenza agli anziani e servizi alla persona.

In un Paese con una natalità tra le più basse d’Europa e una popolazione che invecchia progressivamente, ben venga quindi chi entra legalmente, lavora, paga contributi, rispetta le regole e contribuisce alla crescita economica e al sostegno del sistema previdenziale.

Una nazione moderna deve saper coniugare sicurezza, legalità e necessità produttive.

Restano invece molto più difficili da correggere i problemi di sanità e scuola.

Il finanziamento del Servizio sanitario nazionale è programmato a 136,5 miliardi di euro nel 2025 e a 141,3 miliardi nel 2027.

Eppure i cittadini continuano a scontrarsi con liste d’attesa lunghe, carenza di personale e differenze territoriali.

Nella scuola, la dispersione scolastica è scesa al 9,8% nel 2024, vicino alla media europea del 9,3%.

È un segnale positivo, ma restano problemi strutturali: edifici da ammodernare, livelli formativi da rafforzare e numero di laureati ancora inferiore rispetto ad altri Paesi avanzati.

È giusto ricordare che molti di questi nodi non nascono oggi. Sono il risultato di anni di riforme incompiute, investimenti rinviati, sprechi e scelte poco lungimiranti.

Il tema più pesante di tutti resta però il debito pubblico.

Secondo Banca d’Italia, il debito era:

  • 2.966,9 miliardi a fine 2024 
  • 3.095,5 miliardi a fine 2025 
  • 3.139,9 miliardi a febbraio 2026 

In rapporto al PIL, il livello resta altissimo: 137,1%.

La vera montagna italiana non nasce con questo governo e non finirà con questo governo.

Eppure non si è verificata la crisi finanziaria che alcuni prevedevano.

A metà aprile 2026 lo spread BTP-Bund si è mosso tra 72 e 79 punti base, molto lontano dai livelli superiori ai 500 punti toccati nel 2011.

Sul fronte della crescita economica, l’Italia non è diventata la locomotiva d’Europa. Ma neppure il malato cronico del continente.

Nel 2024 il PIL italiano è cresciuto di circa 0,5%. Poco, certamente. Ma in un’Europa rallentata, con una Germania in difficoltà e una Francia debole, anche restare in piedi è già un risultato.

La verità, probabilmente, sta nel mezzo.

I numeri non raccontano né il paradiso promesso dai sostenitori né il disastro annunciato dai detrattori.

Raccontano un’Italia che ha retto anni complessi, migliorando alcuni indicatori concreti:

  • più occupazione 
  • inflazione rientrata 
  • alleggerimenti fiscali mirati 
  • maggiore controllo degli sbarchi irregolari 
  • stabilità finanziaria superiore alle attese 

Ma raccontano anche un Paese che continua a convivere con problemi profondi:

  • salari bassi rispetto al costo della vita 
  • produttività modesta 
  • crescita lenta 
  • servizi pubblici sotto pressione 
  • debito enorme 

Finora, più gestione che rivoluzione.

Il vero giudizio sul governo Meloni, a mio avviso, arriverà nei prossimi anni. Se salari, potere d’acquisto e fiducia delle famiglie resteranno fermi, molti numeri positivi conteranno poco.

Se invece lavoro stabile, redditi reali e investimenti cresceranno, allora questa fase potrà essere ricordata come l’inizio di una graduale inversione di tendenza.

A rendere la sfida ancora più complessa peserà anche l’attuale instabilità in Medio Oriente: eventuali tensioni prolungate su energia, commercio marittimo e materie prime potrebbero avere effetti diretti anche sull’Italia, aumentando costi e incertezza economica.

Il Paese potrà dirsi davvero guarito quando un giovane sarà libero di costruirsi un futuro in Italia, senza sentirsi costretto a cercarlo altrove.

I cittadini, alla fine, giudicano con un criterio molto semplice: la propria vita quotidiana.

Se una famiglia respira di più, se trova lavoro, se paga meno tasse, se vede un futuro più stabile per i figli, allora un governo viene premiato.

Se questo non accade, nessuna narrazione televisiva può bastare.

Perché la politica può dividere.
Ma il benessere reale unisce tutti.

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