A cura di Federico Liberi

Le elezioni regionali del 2025 – con la chiusura delle urne in Veneto, Puglia e Campania – sono ormai concluse.
I nuovi presidenti saranno Alberto Stefani in Veneto, Antonio Decaro in Puglia e Roberto Fico in Campania. Eppure, più dei nomi e delle appartenenze politiche, a imporsi è stato un dato che pesa come un giudizio collettivo: l’affluenza si è fermata ben al di sotto del 50%.
In altre parole, meno di un italiano su due si è presentato alle urne. Questo numero, che ormai non sorprende più, rappresenta il vero elemento politico di queste elezioni, il più significativo e il più inquietante.
In Veneto ha votato il 44,6% degli aventi diritto, un crollo rispetto al 61% di cinque anni fa. In Puglia la partecipazione si è fermata al 41,8%, con un calo di oltre 14 punti. In Campania ha votato circa il 44% degli elettori, 11 punti in meno rispetto alla precedente tornata. Questi dati non sono un’anomalia, ma l’ennesima conferma di una tendenza che si sta consolidando: l’astensionismo è diventato non solo un fenomeno rilevante, ma il vero protagonista delle elezioni.
Il punto centrale è che questa disaffezione non ha più carattere episodico, bensì si tratta di un fenomeno strutturale che investe l’intero sistema politico. Anche altre consultazioni recenti lo dimostrano: il referendum del 2025 su cittadinanza e diritti sul lavoro non ha raggiunto il quorum, fermandosi attorno al 30% di affluenza; perfino in Toscana, dove la partecipazione è tradizionalmente più alta, alle regionali di inizio anno si è registrato un dato appena sotto il 48%.
Ma perché gli italiani non vanno a votare?
Le ragioni affondano in una crisi profonda di fiducia e di rappresentanza. Molti cittadini percepiscono la politica come distante, incapace di rispondere ai problemi reali o di proporre alternative credibili. La prevedibilità dei risultati contribuisce ulteriormente a questa sensazione: quando l’esito sembra già scritto, il voto perde il suo significato di scelta e diventa un atto secondario. A ciò si aggiunge un generale senso di impotenza, la convinzione che il meccanismo democratico non produca cambiamenti tangibili e che la distanza tra istituzioni e società sia ormai troppo ampia per essere colmata da una semplice scheda elettorale.
Anche la frequenza delle consultazioni gioca un ruolo, alimentando una sorta di stanchezza democratica: gli italiani vengono chiamati spesso alle urne, ma percepiscono sempre meno differenze nei risultati concreti. In questo contesto, la decisione di non votare assume quasi la forma di una protesta silenziosa. E così accade che il principale vincitore delle elezioni non sia un partito, una coalizione o un leader, ma proprio chi non si presenta ai seggi.
Il successo dei candidati nelle tre regioni non cancella dunque la vera questione posta dalle urne: quanto è solido un sistema democratico in cui meno della metà dei cittadini partecipa alla scelta dei propri rappresentanti?
Le regionali del 2025 ci consegnano così un messaggio chiaro: la crisi non è nei risultati politici, ma nel rapporto tra gli italiani e il voto.
Finché l’astensionismo continuerà a essere il vero vincitore, ci sarà sempre una domanda senza risposta: chi rappresenta davvero il Paese, se il Paese sceglie di non farsi rappresentare?
