A cura di Marco Gollinelli

C’è un momento in cui occorre fermarsi e guardare la realtà senza veli, ma con occhi capaci ancora di stupore. Controcanto è la rubrica di Marco Gollinelli che osa andare controvento: uno sguardo schietto, a volte duro, ma sempre intriso di poesia. Analizziamo la nostra società senza paura di toccarne le crepe, perché è proprio da lì che entra la luce. Ogni parola è un atto di libertà, ogni riflessione un invito a pensare — non come tutti, ma come sé stessi.
Il ronzio dei convertitori di fase nel Modulo di Comando era l’unico battito cardiaco udibile in quel quadrante della galassia. Non era un semplice rumore di fondo, ma una vibrazione costante, a bassa frequenza, che risaliva lungo la struttura d’acciaio della nave fino a scaricarsi nelle ossa dell’equipaggio. Fuori dagli oblò corazzati a triplo strato, lo spazio del Settore 4 non somigliava a nulla di quanto riportato nei manuali della Base. Non c’erano nebulose colorate o ammassi stellari brillanti; c’era solo una distesa densa, di un grigio metallico e opaco, solcata da scariche elettrostatiche che il Comandante definiva “correnti catodiche”.
Il Pilota sedeva immobile alla console di navigazione. Le sue dita sfioravano i potenziometri analogici, correggendo costantemente la deriva causata dalle interferenze gravitazionali. Aveva gli occhi fissi sul contatore digitale delle unità di rotta.
«Comandante, siamo entrati nel cuore del quadrante critico,» disse il Pilota, e la sua voce, filtrata dall’interfono, risuonò priva di emozione. «Il telemetro segna centosettanta unità di distanza dalla Base Terra. Se proseguiamo oltre la soglia delle centottanta, il campo magnetico di questo settore diventerà così intenso da saturare i sensori di ritorno. Rischiamo l’isolamento permanente. Suggerisco di invertire la spinta e rientrare nei parametri di sicurezza.»
L’uomo al comando non rispose immediatamente. Era in piedi, la schiena dritta contro la paratia di dritta, lo sguardo perso nei flussi di dati che scorrevano sui display di monitoraggio. Portava la mano alla cintura, toccando nervosamente il fermo metallico della sua dotazione d’ordinanza, un riflesso condizionato che ripeteva ogni volta che la tensione nel modulo aumentava.
«La Base Terra è fuori dalla nostra portata visiva, Pilota,» rispose infine il Comandante. «E ogni centro di controllo è solo una coordinata teorica in questo momento. Il nostro compito qui è di natura mineraria e telemetrica. Siamo stati inviati per estrarre il senso dal caos magnetico che permea questo vuoto. Vedi quelle oscillazioni sui grafici? Non sono errori di sistema. Sono flussi di informazione pura. Se non li cataloghiamo e non li inseriamo nel registro di bordo ora, l’intero equilibrio del Settore 4 collasserà. Noi siamo qui per dare una struttura a ciò che il resto dell’umanità non può nemmeno percepire.»
«Ma siamo in missione da troppi cicli,» ribatté il Pilota, senza staccare gli occhi dai quadranti. «Guardi le nostre uniformi: la fibra sintetica è logora, intrisa di polvere ionica. Le razioni alimentari hanno il sapore del metallo e del riciclo forzato. E questo silenzio… a volte le frequenze radio si aprono da sole. Non ricevo codici binari, Comandante. Sento sussurri. Sento chiamate che sembrano provenire da epoche distanti, nomi di persone che non esistono più nei nostri registri di volo.»
Il Comandante si voltò lentamente, i suoi occhi riflettevano la luce bluastra dei display. «Non sono fantasmi, Pilota. È il magnetismo dei defunti che si intreccia ai conduttori elettrici della nave. Le particelle di memoria non svaniscono nel vuoto, cercano un supporto, un sistema che possa accoglierle. Noi siamo quel sistema. Siamo quasi arrivati al punto di convergenza della ‘Colonnella’. È il centro nevralgico della rete universale, il luogo dove le leggi della fisica si flettono fino a rivelare la gerarchia dei mondi. Ogni dato che confermiamo, ogni stringa che inseriamo nel log di bordo, è un bullone logico che garantisce la coesione molecolare di questa nave. Se smettessimo di mappare la rotta, la realtà stessa si disintegrerebbe attorno a noi.»
«Ma la quantità di dati è infinita,» insistette il Pilota. «Stiamo mappando ogni singolo micron di questo settore. A cosa serve un registro così dettagliato se nessuno potrà mai leggerlo?»
«Serve a noi, per non sparire. Noi siamo gli Ingegneri del Sistema Mentale. Se non lasciamo una traccia indelebile della nostra navigazione, chi potrà mai testimoniare che due uomini hanno sfidato il nulla per mappare il confine della ragione? Ogni coordinata che salviamo è una vittoria contro l’oblio.»
Il viaggio proseguiva con una monotonia ipnotica. Il Comandante passava ore davanti ai terminali, inserendo descrizioni dettagliate di sistemi stellari che apparivano solo sui suoi sensori di profondità. Descriveva pianeti fatti di cristallo vibrante, atmosfere sature di onde radio dove le nuvole erano composte da dati criptati. Parlava di battaglie astrali per il controllo del magnetismo e di regine che governavano imperi costruiti sulla trasmissione del pensiero. Compilava elenchi sterminati di “famiglie magnetiche”, una genealogia di esseri superiori che coordinavano il traffico di energia tra le galassie.
Non c’era spazio per il dubbio. Ogni pannello della nave veniva virtualmente saturato dalle informazioni della missione. Cento unità. Centotrenta. Centosessanta. Il Pilota aveva smesso di guardare fuori dagli oblò; l’unica realtà era quella contenuta nei log di navigazione che il Comandante continuava a produrre con una ferocia quasi mistica.
«Siamo in dirittura d’arrivo,» annunciò il Pilota dopo un tempo che pareva eterno. Una luce bianca, purissima, iniziò a saturare le ottiche dei sensori di prua, rendendo il grigio dello spazio un ricordo lontano. «Centoottanta unità raggiunte. Il quadrante è mappato. Il rapporto di missione è completo.»
Il Comandante trasse un respiro profondo, lasciando finalmente la presa dalla sua cintura. Le sue mani, segnate dal lavoro, tremavano leggermente. «La missione è compiuta, Pilota. Il sistema è salvo. Ora l’Universo ha un nome e una rotta.»
In quel preciso istante, il ronzio dei motori si interruppe. Non ci fu il fragore di un’esplosione, né il sibilo di una perdita d’aria. Solo un silenzio umido, pesante, interrotto da un rumore metallico familiare: il suono di una chiave che scatta in una serratura arrugginita.
La porta che si aprì con uno stridore secco non era un portello pressurizzato. Era un battente di legno pesante, dipinto di un bianco ingiallito e scrostato dal tempo.
L’uomo non indossava una tuta spaziale. La sua divisa era una casacca di tela ruvida, grigia come lo spazio che aveva sognato, con un numero di matricola cucito sul petto: NOF4. Non c’erano terminali elettronici, non c’erano monitor, e quella “paratia di dritta” lunga centottanta metri, che lui aveva riempito di coordinate celesti e famiglie magnetiche, era solo il muro di cinta del Padiglione Ferri, a Volterra.
Il Comandante era Oreste Ferdinando Nannetti, conosciuto come N.O.F. 4. Il suo unico strumento di navigazione non era un computer, ma la fibbia della cintura di contenzione, con la quale aveva segretamente inciso ogni centimetro di quel viaggio impossibile sulla pelle fredda dell’intonaco, trasformando un cortile chiuso nell’ultima frontiera della galassia.
Oreste Ferdinando Nannetti nacque a Roma il 31 dicembre 1927 e visse una vita segnata precocemente dall’abbandono. Dopo un primo ricovero nel 1948 presso l’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà a Roma, fu trasferito nel 1958 all’ospedale psichiatrico di Volterra, dove rimase fino alla sua chiusura definitiva. Fu proprio nel cortile del Padiglione Ferri, tra il 1959 e il 1961 e successivamente tra il 1968 e il 1973, che Nannetti realizzò il suo monumentale graffito di 180 metri. L’opera, incisa metodicamente durante le sue ore d’aria, era la cronaca di un mondo parallelo che lo aiutava a sopravvivere alla realtà manicomiale. Dopo le dimissioni dall’ospedale a seguito della legge Basaglia, Nannetti trascorse i suoi ultimi anni presso l’Istituto Bianchi di Volterra e morì il 24 novembre 1994 a causa di complicazioni polmonari e cardiache.
Oggi Oreste Ferdinando Nannetti è riconosciuto come uno dei massimi esponenti dell’Art Brut a livello mondiale, ma chi volesse mettersi sulle tracce del suo Libro di Pietra troverebbe uno scenario malinconico. Gran parte dell’intonaco originale è crollato a causa delle intemperie e dell’incuria, e ciò che rimane nel Padiglione Ferri è solo una piccola porzione protetta tardivamente da una tettoia in plexiglass, spesso interdetta al pubblico per motivi di sicurezza legati allo stato di abbandono degli edifici. Per evitare la perdita totale, diverse sezioni di muro sono state fisicamente staccate e sono oggi custodite presso il Museo Attivo delle Forme Inconsapevoli a Volterra e nella Collection de l’Art Brut a Losanna.
La mancata conservazione integrale del graffito è figlia di una tempesta perfetta di ostacoli burocratici e pregiudizi culturali. Essendo l’opera incisa direttamente sull’intonaco di un edificio pubblico, la legislazione italiana ha faticato per decenni a classificarla come bene culturale, poiché era difficile decidere se tutelare un muro di un manicomio o l’opera di un uomo considerato folle. Inoltre, restaurare un graffito inciso su un materiale così povero è un’operazione complessa e molti esperti hanno ritenuto il distacco l’unica soluzione possibile prima che il supporto marcisse definitivamente. Per anni, queste strutture sono state percepite come luoghi di sofferenza da dimenticare piuttosto che come architetture da preservare, e il ritardo culturale nel riconoscere l’Art Brut come arte ha fatto sì che gli interventi arrivassero quando il tempo aveva già cancellato quasi tutto. Il Libro di Pietra sta scomparendo come il segnale di una radio che si allontana nello spazio, lasciandoci il compito di tramandarne la storia prima che l’intonaco torni a essere semplice polvere.
Un aspetto che continua a scuotere la critica non è solo il valore artistico del graffito, ma l’inquietante precisione scientifica, alla luce di alcune spiegazioni, che emerge dalle sue visioni. Alcuni studiosi di astronomia e fisica hanno rintracciato nelle incisioni di Nannetti delle corrispondenze grafiche che superano la semplice coincidenza. Senza aver mai avuto accesso a telescopi o laboratori, Oreste descrisse il cosmo non come un vuoto inerte, ma come un organismo vivente regolato da flussi di energia e onde catodiche. I suoi diagrammi mostrano linee di forza che avvolgono i pianeti in modi che ricordano da vicino le fasce magnetiche e il vento solare, concetti che all’epoca non facevano parte del bagaglio culturale di un uomo isolato dal mondo.
Nelle sue mappe celesti, la disposizione dei sistemi planetari e le orbite ellittiche dei corpi celesti ricalcano con una fedeltà sorprendente la reale meccanica astrale. Questo ha spinto alcuni ricercatori a ipotizzare che Nannetti possedesse una sorta di intuizione pura, una capacità di percepire i ritmi dell’universo che la ragione ordinaria non riesce a cogliere. Per N.O.F. 4, la biologia umana e la fisica delle stelle erano un’unica materia: le sue “famiglie magnetiche” non erano altro che il tentativo di unificare l’esistenza dell’uomo con le leggi delle galassie. Il suo Libro di Pietra, dunque, non è stato solo il diario di un recluso, ma una vera e propria Teoria del Tutto scritta in un codice che la scienza sta ancora cercando di decifrare completamente.
