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Agricoltura italiana: largo ai giovani.

Il lavoro nei campi, oggi,  non può certo essere definito  un’attività ormai superata e praticata solo da pochi agricoltori, anziani e tecnologicamente arretrati. Sì, perché sono sempre più i giovani e comunque gli  under 35 che si formano specificamente per affrontare le nuove sfide che i tempi moderni pongono alle aziende agricole e che mettono le loro conoscenze, il loro background e la loro voglia di fare innovazione al servizio “della campagna”. Sempre più spesso creando cooperative, che comprendono soggetti con competenze professionali diverse: dall’agronomo all’amministrativo, da chi studia il marketing a chi invece si specializza sulle normative del settore con particolare riferimento a quelle europee per le agevolazioni in generale e  per quelle dell’accesso al credito ed agli interventi a fondo perduto, in particolare.

Dalle produzioni vinicole alle colture biologiche, moltissime sono le realtà locali che vedono impegnati giovani e giovanissimi in una sorta di ritorno alle origini 2.0, e che scoprono la soddisfazione del “fare” pratico, del vivere secondo i tempi dettati dalla natura, del produrre, letteralmente, vita.

È un trend, questo, che in Italia è in atto da diversi anni: basti pensare infatti che già nel 2016 il numero di  under 35 che lavorava in agricoltura risultava aumentato del 12% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un dato da tenere in forte considerazione, inoltre, non riguarda solo il “numero” dei giovani addetti del settore, ma il loro grado di soddisfazione: il 74% è orgoglioso del lavoro svolto e il 78% è più contento di prima. E il fatturato di aziende agricole condotte da personale under 35 diviene lo specchio di questi dati se consideriamo che, a confronto con le aziende condotte da over 65 e pensionati, le aziende agricole “giovani” vantano un fatturato superiore di oltre il 75% rispetto alla media.

A fine 2019 le imprese agricole condotte da giovani sono 57.083 e 210.402 le realtà guidate da donne, una quota rispettivamente del 7,7% e del 28,4% sul totale delle imprese iscritte alle Camere di Commercio. Il fatto che si tratti di numeri in continua crescita deve far riflettere, e soprattutto deve spingere sempre più a favorire progetti ed iniziative dedicate a temi come la sostenibilità ambientale, il legame tra cibo e territorio, a valorizzazione dei prodotti genuini, sani, locali.

I giovani under 35 impegnati nel settore agricolo sono in media più istruiti rispetto ai loro “colleghi” più anziani, hanno aziende più grandi, maggiore spirito imprenditoriale e sono fortemente propensi a fare rete per potenziare le peculiarità dei singoli soggetti che, insieme, raggiungono un obiettivo comune.

Tutto questo, nonostante in Italia, rispetto a competitor come Francia e Spagna, il carico fiscale sia notevolmente maggiore e l’accesso al credito “ordinario” sia divenuto pressoché impossibile.

Ecco quindi che si profila quella che ormai si può definire a tutti gli effetti una necessità: valorizzare queste realtà imprenditoriali e favorirne lo sviluppo, anche, ma non solo, prevedendo una contribuzione diversa per il lavoro stagionale ed abbassando il costo del lavoro per evitare che il caporalato prenda il sopravvento e che i giovani trovino, nel medio periodo, poco conveniente investire tempo e risorse in agricoltura.

Da oltre 20 anni le aziende agricole operano nell’ambito della PAC – Politica Agricola Comune, che rappresenta l’insieme delle regole che l’Unione europea e che, fin dalla sua nascita, ha inteso darsi riconoscendo la centralità del comparto agricolo per uno sviluppo equo e stabile dei Paesi membri, che ai sensi dell’articolo 39 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea, persegue i seguenti obiettivi: incrementare la produttività dell’agricoltura; assicurare un tenore di vita equo alla popolazione agricola; stabilizzare i mercati; garantire la sicurezza degli approvvigionamenti; assicurare prezzi ragionevoli ai consumatori. E’ nell’ambito della PAC , che sono stati anche recentemente a seguito della pandemia causata dal Covid 19, adottati interventi volti a favorire l’accesso dei giovani in agricoltura, anche se ritengo che andrebbe comunque ulteriormente potenziato il quadro normativo e di supporto economico proprio a favore della fascia generazionale giovanile  del settore, per consentire un sostanziale rinnovo della classe imprenditoriale.

La PAC, ha però creato ed in alcuni specifici casi , nel tempo, vere e proprie rendite di posizione a favore di una piccola branca di imprenditori agricoli, mente ha conseguentemente creato un notevole rallentamento dell’inserimento dei figli nella gestione di aziende  agricole familiari, le quali avrebbero utilizzato il finanziamento previsto per far fronte soprattutto a problemi di carenza di liquidità. In generale, comunque, corre l’obbligo evidenziare la non idoneità dei talune tipologie di finanziamento accordato in quanto non adeguati, in termini quantitativi,  a coprire almeno le spese di avviamento e/o di investimento iniziale necessarie all’avvio delle attività per almeno due anni, garantendo peraltro una adeguata copertura assicurativa stante il notevole peggioramento delle condizioni climatiche che spesso incidono negativamente sulla produzione e qui9ndi sulla garanzia reddituale.

I principali ostacoli all’ingresso di giovani imprenditori sono dovuti prevalentemente all’entità dell’investimento iniziale necessario ad avviare l’ attività  ed alla scarsa propensione del sistema bancario nazionale  a concedere finanziamenti basati sulla validità  dei progetti anziché sulla valenza  patrimoniale, la complessità e le notevoli limitazioni a carico del proprietario contemplate nell’attuale tipologia contrattuale per l’affitto dei terreni, l’adozione di scelte sbagliate nella scelta delle politiche PAC per il sostegno, come detto,  al reddito, che hanno originato delle rendite che hanno a loro volta ingenerato un incremento del valore della proprietà fondiaria. A causa di questi elementi, di fatto,   il ricambio generazionale nel settore agricolo, per quanto in aumento costante,  resta comunque tra i più bassi d’Europa, eccezion fatta per i casi di passaggio dell’attività nell’ambito familiare, che, come anticipato in un mio precedente intervento, resta comunque la base di una imprenditoria agricola di livello, perché nel caso del passaggio dell’attività agricola da padre a figlio, vengono mantenuti intatti i due fattori primari per poter resistere ad un mercato sempre più aggressivo e che conta, rispetto a quello italiano, grandi agevolazioni fiscali ed ancor più grandi disponibilità di accesso al credito: la qualità e la tradizione.

Sarebbe fondamentale che i nostri rappresentanti nel parlamento europeo ed in quello nazionale, si orientassero verso una politica PAC che agevoli l’attivazione di micro cooperative costituite da giovani, un sistema agevolativo ai fini delle imposte per i primi cinque anni di attività, una garanzia di vendita dei prodotti “residuali” , a prezzi calmierati, ad Associazioni quali la Caritas, soprattutto che agevoli l’acquisizione di credito presso il sistema bancario con una garanzia fornita dallo Stato per chi opera in attività per la vendita dei prodotti a chilometri zero.

Cultura e “coltura”, intesa quest’ultima come produzione agricola, sarà il binomio per un rilancio della nostra economia nei prossimi due anni, perché si presume che tanti ne saranno necessari per tornare alla normalità post Covid19.

Giorgio Fiorenza