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Le ragioni del “no”

I prossimi 20 e 21 settembre il corpo elettorale è chiamato ad esprimersi sulla conferma o meno del disegno di legge costituzionale “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato in data 8 ottobre 2019 dal Parlamento, in seconda lettura, senza che sia stata raggiunta la maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti della Camera e del Senato e, pertanto, bisognevole per la sua entrata in vigore della approvazione da parte della maggioranza (50 % più uno) degli italiani che si recheranno al seggio (non esiste un quorum minimo di partecipazione per la validità della consultazione referendaria di questo tipo).

Nel dettaglio la c.d. “riforma costituzionale taglia poltrone” prevede il decremento del numero dei senatori da 315 a 200, inclusi i quattro senatori della circoscrizione Estero (non più sei) (modifica dell’art. 57 Cost.); del numero di deputati da 630 a 400, inclusi gli otto deputati della circoscrizione Estero (non più dodici) (modifica dell’art. 56 Cost); e, infine, l’invalicabile numero di cinque senatori a vita (modifica dell’art. 59 Cost.).

Questa novella è un tassello solitario e spurio, non accompagnata da alcun intervento palingenetico della architettura costituzionale, come nel passato è avvenuto sotto i Governi Berlusconi e Renzi (interventi poi bocciati in sede referendaria rispettivamente nel 2006 e nel 2016).

Una riforma spot, con un accentuato retrogusto autenticamente populista, che si ascrive alla più verace e coriacea anti-politica che percuote l’Italia oramai da decenni e, i cui paladini non spiegano in alcun modo al posto della Politica e delle sue articolazioni istituzionali cosa vogliono mettere.

Le ragioni di queste mie riflessioni? Eccole scodellate qui.

Il ridimensionamento del numero dei parlamentari compiuta con l’accetta, senza contestuali ed ampie modifiche della legislazione elettorale, dei regolamenti parlamentari, del bicameralismo perfetto e del ruolo delle due Assemblee, comporta fatalmente ed automaticamente danni di non poco momento al funzionamento del Parlamento, venendo meno la rappresentatività della popolazione italiana e rafforzandosi e di molto l’influenza del “denaro” e delle “lobby” sulla possibilità di elezione e rielezione dei candidati.

Vediamo meglio.

Il regolamento del Senato e, quello ancor più rigoroso, della Camera dei deputati, dispongono che un senatore e un deputato non possono appartenere a più di una commissione permanente (con qualche eccezione in Senato). Con la riduzione del numero dei parlamentari le commissioni permanenti saranno rese di fatto inoperanti, in quanto ogni deputato o senatore dovrà appartenere a non meno di quattro o cinque di esse, presumibilmente privi di competenze non essendo tuttologi (pensiamo ad un esperto di agricoltura che si occuperà anche di esteri, giustizia, interni, commercio, industria e finanze); la mancanza di tempo non costituirà elemento secondario dovendosi il parlamentare barcamenare fra plurime commissioni e l’attività d’Aula. La stessa proporzionalità fra maggioranza e opposizione, prevista anche in seno alle commissioni, rischia di venir meno, con la possibilità che l’opposizione detti legge con tutte le conseguenze abnormi del caso. Le commissioni, composte da uno scarno numero di componenti, daranno vita più ad assemblee di piccoli condomini che ad organi di rilevanza costituzionale.

Conseguenza primaria e ineludibile sarà il blocco dei disegni di legge che, in alcune – o tutte? – commissioni non vedranno mai la luce, non approdando in nessun caso al voto dell’Aula.

A livello di rappresentanza della Comunità si falcidierà la copertura parlamentare di numerose aree geografiche, ossia molte zone saranno private di senatori e deputati: gli interessi di quegli abitanti non saranno mai portati all’attenzione di Montecitorio o Palazzo Madama. Le istanze di un piccolo paese molisano non saranno certamente perseguite dall’eletto pugliese o della Basilicata. L’estensione dei collegi si accrescerà considerevolmente, comportando un ingigantimento delle spese elettorali: solo candidati molto benestanti o molto ben supportati potranno affrontare, con reale possibilità di successo, una competizione politica.

Non da ultimo tre aspetti vanno marcati.

Il primo: al cospetto dell’A.D. 1948 siamo venti milioni in più ma con una drastica riduzione della quantità dei rappresentanti rispetto ai rappresentati.

Secondo: lievita in Senato il peso dei nominati senatori a vita rispetto ai senatori eletti.

Terzo: la diminuzione risibile e, direi, insignificante, della spesa pubblica non è affatto commisurabile ai costi, che rimangono intonsi e inalterati, sostenuti dagli apparati gravitanti intono ai parlamentari.

Quali sono i vantaggi? Nessuno!

Quali sono gli svantaggi: innumerevoli ed immani.

La democrazia ovviamente costa, ma meglio pagare per una democrazia imperfetta che risparmiare per una dittatura, che ha altri costi, ben più consistenti, disturbanti, dirompenti e drammatici.

La preparazione del terreno per la privazione delle libertà – di cui abbiamo avuto un pungente ed aspro assaggio sotto il lockdown – inizia sempre con l’accanirsi innanzitutto sulle Istituzioni elette: un ripasso di storia nazionale ed europea potrebbe risultare utile.

Fabrizio Giulimondi