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L’affaire “Palamara”: la radiazione come pietra tombale o come prima tappa di un lungo e trasparente approfondimento

Il 9 ottobre 2020 ha rappresentato una data importante per il nostro Paese e per la Magistratura tutta, data che mi auguro non costituisca la pietra tombale riposta su un fatto che ha destato particolare allarme, bensì la tappa iniziale per un approfondito esame della oggettiva, in quanto pacificamente emersa, preoccupante contiguità tra Magistratura e Politica nonché della capacità delle correnti interne alla stessa Magistratura di incidere pesantemente nelle nomine dei magistrati.

Come noto, in data 9 ottobre 2020, in forza dei verbali contenenti le trascrizioni delle conversazioni del dott. Luca Palamara con magistrati e politici, la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha adottato il più severo provvedimento disciplinare tra quelli possibili nei confronti dell’ex magistrato Luca Palamara, radiato dalla magistratura, all’esito di un procedimento caratterizzato da particolare celerità e, aspetto a mio parere preoccupante, dal rifiuto, da parte del collegio del CSM incaricato di procedere disciplinarmente, di autorizzare l’escussione degli oltre cento testimoni indicati dalla difesa, testimoni che è molto probabile avrebbero consentito di comprendere sino in fondo quanto la anzidetta contiguità possa avere inciso nella vita anche democratica del nostro Paese, offrendo palmare evidenza delle procedure da troppi anni e troppo spesso seguite per le nomine dei magistrati, quantomeno per quelli destinati a ruoli apicali. La rapidità del procedimento disciplinare e la mancata ammissione dei testimoni impediranno probabilmente di fare luce sulle ombre emerse dalle intercettazioni ricavate dal cellulare del dott. Palamara, forse troppo precipitosamente allontanate da uno scomodo palcoscenico. Adesso che cosa accadrà? Si spegneranno definitivamente le luci del palcoscenico e resteranno nell’ombra tutti coloro che dalle trascrizioni delle intercettazioni sembrano avere assunto negli anni il ruolo di questuanti e che, come spesso è accaduto in analoghe vicende, dissimulando il vero e confidando nella scarsità della memoria dei più, continueranno a ricoprire ruoli loro affidati proprio in forza dei rinnegati rapporti con l’unico colpevole Palamara? Lo abbiamo visto accadere negli anni della cosiddetta tangentopoli, quando politici vicini al capro espiatorio Bettino Craxi, rinnegando ogni rapporto con quest’ultimo, non soltanto hanno continuato a ricoprire ruoli di vertice nel nostro Paese, ma hanno persino goduto di carriere dorate ammantate di virgineo candore.

Ed inoltre, resteranno nell’ombra anche quei politici che, stando alla lettura di dette trascrizioni, sembravano confidare di ottenere benefici personali dalla predetta contiguità? Al di là di dette domande, dalle intercettazioni di cui trattasi è emerso un sistema che non può autoassolversi come fosse al di sopra delle leggi e di quel popolo in nome del quale i magistrati giudicanti esercitano la giurisdizione, compiacendosi della condanna dell’unico imputato, Luca Palamara, dimenticando o disconoscendo, a seguito dell’azione disciplinare rivolta soltanto verso il predetto, la gravità delle ferite inferte alla Giustizia e, di conseguenza, alla società.

Al cospetto di detta apparente autoassoluzione, chi ha necessità di credere nella Giustizia non può che confidare che i riflettori siano tenuti accesi dalla costituzione di una commissione di inchiesta che faccia chiarezza dove, con l’estromissione dei testi, il buio o quantomeno la penombra sembrano inesorabilmente calati. Sarà ancora più interessante il lavoro della instauranda – si spera – commissione se, come si apprende dalla carta stampata, il dott. Palamara avrà davvero l’intenzione di ricostruire in dettaglio le cene cui ha partecipato e gli incontri che ha avuto nel corso dei suoi rilevanti incarichi, ponendo il predetto in luce come “quelle 60 mila pagine tra chat e quant’altro, rappresentano uno spaccato di come funzionavano gli accordi, di come funzionava il sistema, di come si arrivava in cima agli uffici giudiziari. Piaccia o non piaccia, questo era il contesto delle nomine.

Non il contesto della nomina di uno solo. Ma il contesto di tante nomine. Tanto per esemplificare: i segretari di corrente entravano al Csm e indicavano i nomi di chi bisognava votare per una carica piuttosto che un’altra”. Ad ogni buon conto, in attesa che detta commissione indaghi ogni aspetto della preoccupante realtà emersa, ci si chiede da più parti se sia finalmente arrivato il momento di procedere ad un riordino della Magistratura, partendo proprio da quella separazione della carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, con conseguente creazione di due distinti consigli superiori, ben delineata nel progetto di riforma costituzione del senatore Manuel Vescovi.

Avv. Silvio Pittori