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Gli effetti della pandemia si sentono già: chi sono i nuovi poveri

Quando si ragiona su quelli che possono essere gli effetti della pandemia, spesso si pensa ad un futuro che chissà quando arriverà. Ipotesi, riflessioni che ci proiettano più avanti nel tempo. Senza sapere, o provare ad immaginare che già gli effetti della pandemia sono più che evidenti. Perché quando vediamo le saracinesche abbassate, e ci capita nel corso della giornata, dobbiamo sapere che quelli sono commercianti che hanno già chiuso le loro attività e quasi certamente non apriranno più. Dietro ad un esercizio commerciale chiuso ci sono lavoratori rimasti a casa e famiglie che non sanno come sfamare i loro figli. Ci sono padri di famiglia disperati che non sanno cosa reinventarsi per tornare ad occupare un piccolo posto nel mercato del lavoro e giovani scoraggiati costretti a chiedere un aiuto ai propri genitori.

In questi giorni mi è capitato di parlare con amici, conoscenti. Chi ha perso il lavoro, chi è in cassa integrazione e bene che gli vada lavora sette ore al mese, chi ha ricevuto una lettera di licenziamento il 23 dicembre. Ma c’è anche chi, nello sconforto più totale, ha visto chiudere attività di famiglia redditizie e solide che il coronavirus è riuscito ad abbattere definitivamente. Tra attività economiche che negli anni hanno garantito un sostentamento economico ad intere famiglie e lavoretti che hanno creato giovani precari (ma sempre meglio di non lavorare e stare a casa), la pandemia ci ha già dimostrato che è in grado non solo di incidere negativamente sulla salute delle persone, ma anche sul loro potere economico.

Ed è così che la Caritas ci parla di quanto siano aumentate le persone che negli ultimi mesi si sono rivolte per la prima volta ai suoi centri di ascolto. Sono i nuovi poveri. Basti pensare che nel numero hanno subito un incremento dal 31% al 45%. Questo significa che nell’anno che ci siamo appena lasciati alle spalle almeno una persona su due, di quelle che si sono presentate in parrocchia per chiedere un aiuto concreto, non si era mai vista. Come dicevamo, sono famiglie con bambini a carico, ragazzi precari che si sono ritrovati senza un lavoro e nel pieno di una disoccupazione che gli ha tolto quelle poche certezze economiche che in qualche modo gli consentivano, a fatica, di andare avanti. Stando all’ultimo rapporto presentato dalla Caritas, i monitoraggi hanno rilevato un incremento del 12,7% del numero di persone seguite nel 2020 rispetto allo scorso anno. Tra marzo e maggio scorso, quindi nel pieno del primo lockdown e della chiusura generale di tutta italiana, sono state circa 450mila le persone che si sono rivolte ai centri della parrocchia. Nel rapporto si legge chiaramente come il reddito familiare abbia subito una riduzione fino al 50% nel periodo da aprile a maggio 2020. E che tra chi si è rivolto alle Caritas diocesane ci sono tanti italiani che rispetto allo scorso anno hanno avuto veramente bisogno (parliamo di una percentuale che si avvicina al 52% contro il 47% dell’anno precedente).

Insomma, una catastrofe. Che, evidentemente, i vari provvedimenti governativi, che dovranno sostenere professionisti, autonomi e imprese italiane, non risolveranno. I fondi sono veramente troppo pochi. Le famiglie in difficoltà sono tante. E i problemi economici e sociali, in realtà, si trascinavano già da parecchio tempo. Con un precariato troppo diffuso e una crisi economica che dal 2008 non era ancora rientrata. Cosa succederà adesso? Quale sarà la situazione una volta che il Governo e gli enti sovranazionali preposti decreteranno finalmente la fine della pandemia? Chi garantirà a queste persone che potranno riavere il loro lavoro e le loro certezze economiche?

Irma Annaloro

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