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LA “CANZONE DEL PIAVE” VERSUS “BELLA CIAO”

Fragomeli e molti altri deputati del gruppo alla Camera del Partito Democratico hanno presentato, il 30 aprile 2020, una proposta di legge (AC 2483) intitolata “Riconoscimento della canzone «Bella ciao» quale espressione popolare dei valori fondanti della nascita e dello sviluppo della Repubblica”.


Dalla storia di questo noto brano musicale di evince il suo carattere divisivo e di parte, la cui origine non è neanche italiana.
La genesi in forma embrionale è riconducibile ad alcuni canti popolari diffusi, sin dai primi anni del Novecento, sui monti dell’Appennino tosco-emiliano, mentre la melodia risale ancor prima a quelle della tradizione popolare slava, come risulta documentato in un disco 78 giri inciso nel 1919 del fisarmonicista tzigano Mishka Ziganoff.
Nella ben conosciuta veste definitiva compare diversi anni dopo, sul finire della seconda guerra mondiale, nel periodo della Resistenza. Nel 1964, in occasione del Festival dei due mondi di Spoleto, di “Bella ciao” ne vengono presentate due versioni a livello testuale: quella che racconta la giornata di lavoro di una mondina e quella che racconta la lotta partigiana. Quest’ultima si diffonderà a macchia d’olio trionfando specialmente fra i militanti socialisti e comunisti, divenendo, nei fatti, una sorta di motivo ufficiale fra gli aderenti alle ideologie di diverse sfumature della Sinistra parlamentare ed extra-parlamentare.
L’art. 1 della proposta Fragomeli, nel prevedere il riconoscimento da parte della Repubblica della canzone «Bella ciao» quale espressione popolare dei valori fondanti della propria nascita e del proprio sviluppo, stabilisce che essa sia eseguita, dopo l’inno nazionale, in occasione delle cerimonie ufficiali per i festeggiamenti del 25 aprile; l’art. 2 prevede, altresì, che nelle scuole di ogni ordine e grado l’insegnamento relativo al periodo storico della seconda guerra mondiale e della Resistenza comprenda anche lo studio della canzone «Bella ciao».
Nettamente più inclusiva, nazional-popolare, evocativa, simbolica, patriottica, senza steccati né mura, è la “Canzone del Piave”, il cui “Riconoscimento come patrimonio storico e artistico della Nazione” è presente nel titolo del ddl AS 1949, presentato in Senato dal presidente Gianpaolo Vallardi e dai suoi colleghi della Lega il 29 settembre 2020.
Un promemoria su siffatto “momento” musicale credo possa far comprendere le ragioni alla base di questa intuizione legislativa.
La prima guerra mondiale può essere considerata la “quarta guerra d’indipendenza” per aver liberato intere aree del settentrione italiano dal dominio austriaco. Questa lotta per la liberazione di parte del territorio italiano ha comportato la morte di moltitudini di donne e uomini, in abiti militari, civili e talari. Alcune canzoni sprigionano una particolare forza evocatrice e sono percepite da tutti gli italiani come espressioni di sacrificio, resistenza e straordinario coraggio. La “Canzone del Piave”, chiamata anche “Leggenda del Piave”, più di altre possiede questa pulsione evocativa, commemorativa e simbolica.
Testo e note furono composte nel 1918 dal Maestro Ermete Giovanni Gaeta (noto con lo pseudonimo di E.A. Mario). Il 24 maggio 1915, dieci mesi dopo l’inizio delle ostilità in Europa, l’Italia entrava ufficialmente in guerra contro gli imperi centrali e, nel 1918, Giovanni Gaeta trasformò quel frangente nella leggenda del Piave, un motivo destinato ad entrare nella memoria degli italiani.
Durante la seconda guerra mondiale, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il governo Badoglio l’adottò provvisoriamente come inno nazionale, al posto della Marcia Reale, fino ai primi di giugno del 1944 quando, con la liberazione di Roma, fu reintrodotta la Marcia. L’inno nazionale definitivo avrebbe dovuto essere proprio la “canzone del Piave”, ma “Fratelli d’Italia” venne adottato in via provvisoria dal Consiglio dei ministri del 12 ottobre 1946, divenendo ufficialmente inno nazionale solo nel 2017 (legge 181/2017).
Al Gaeta non furono riconosciuti i diritti d’autore da parte della SIAE proprio perché la “canzone del Piave” era considerata appartenente allo Stato per la sua natura pubblica di inno nazionale, condivisa da tutto il Popolo italiano che vedeva in essa una sorta di memoria storica d’Italia.
La grande potenza unificante della “Canzone del Piave” fu sottolineata dallo stesso generale Armando Diaz, che le riconobbe il merito di contribuire a ridare il morale a truppe italiane oramai sfiancate dalla dura sconfitta a Caporetto.
È dovere del Parlamento rafforzare il valore storico, culturale, etico ed artistico di questo canto, reminiscenza degli italiani di ieri, oggi e domani, innalzandolo a dignità costituzionale sotto il baluardo dell’art. 9 della Costituzione, riconoscendone la natura di patrimonio artistico e storico. Il disegno di legge del sen. Vallardi qualifica il brano in parola, difatti, patrimonio storico e artistico, e lo affianca all’inno di Mameli nelle commemorazioni ufficiali di feste nazionali (il 25 aprile, il 24 maggio, il 2 giugno e il 4 novembre); le scuole di ogni ordine e grado hanno il compito di insegnarne il contenuto, in modo che gli studenti italiani ne possano conoscere le fondamenta storiche e ideali.
La “Canzone del Piave” muta in una sorta di “secondo inno nazionale”, seppur solo per alcune specifiche celebrazioni, non essendo in nulla attraversata da ombre che inducano la popolazione italiana a non sentirsi rappresentata dalla sua esecuzione.
Da inno nazionale “mancato” il Piave mormorò viene riacciuffato da Vallardi e riposizionato, finalmente, nel luogo istituzionale che più gli si addice.
prof. Fabrizio Giulimondi

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