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Poderose manovre economiche: realtà o fantaeconomia?

Dopo le poderose manovre economiche  tra il mese di marzo ed aprile (ma alzi la mano chi i soldi veri li ha visti), il misterioso Mes, gli indecifrabili ed assai poco probabili recovery fund di fine luglio (ci accorgeremo a settembre ottobre cosa ci riserva davvero il futuro),  ecco  che avvicinandoci ad agosto siamo al terzo atto di questa commedia, o tragedia annunciata, con una ulteriore “poderosa manovra” in deficit che,  visto che la prima per quanto poderosa sembra non abbia sortito effetto alcuno, ci dicono risolverà tutti i problemi che abbiamo.   

Evidentemente aveva ragione Charlie Chaplin quando affermava che la vita non è una tragedia, ma una commedia in campo lungo. Peccato che a sentire un altro scrittore, Aldo Busi, “gratta appena un po’ nella commedia e viene fuori il dramma”.

Ma su questo dramma una premessa appare doverosa: la difficile situazione che stiamo vivendo oggi, noi come altri paesi dell’ Unione, ma resa per noi ancor più drammatica  dal pregresso pauroso deficit di bilancio in cui già prima della pandemia versava il nostro Paese (come dicevamo in altro articolo vaso di coccio tra i vasi di ferro),  non è certo colpa dell’ attuale governo che l’ha semplicemente ereditata, bensì da tutta quella serie di governi, nessuno escluso, di sinistra, di destra o di centro che dir si voglia che si sono succeduti dagli anni 80 in poi fino ad oggi.

Manovre in deficit ci sono state, ce ne sono oggi, ed è inutile negarlo ci saranno anche domani, ad opera di qualsiasi forza politica dovesse guidare il Paese. Il problema infatti non è il deficit di per sè. Il problema semmai è cosa fare e cosa si è fatto di questi soldi assunti in prestito ed i cui debiti sono stati e verranno ancora riversati sulle future generazioni chiamate a ripianarlo alla faccia di qualsiasi patto intergenerazionale.

Ma cerchiamo di andare con ordine. Si era già detto che con il  modificarsi della compagine sociale, con l’ affacciarsi sulla scena politica di nuove classi sociali e dei relativi partiti o sindacati quali corpi intermedi chiamati a rappresentarli, sono uscite fuori necessariamente ulteriori istanze volte per l’ appunto a rimuovere quelle disuguaglianze sociali che connotavano la comunità nazionale. Disuguaglianze che per i meno abbienti si traducevano nella necessità di fruire di servizi, sussidi e beni che il mercato non poteva offrire e che comunque non potevano essere fruibili da tutti. Si veda il diritto alla salute, allo studio ed ai beni essenziali della vita. Di qui lo Stato liberale o del laissez faire che diviene Stato sociale e che viene chiamato a farsi carico di questi servizi pubblici, per l’ appunto finanziariamente protetti, attraverso la tassazione diretta o indiretta, ovvero attraverso operazioni di pubblico prestito. Il problema, sempre come si diceva, è che se ciò è un bene nell’ immediato e nel medio periodo, sicuramente effetti deleteri vi saranno nel lungo o lunghissimo periodo a meno che i debiti contratti oggi come ieri, non siano deputati a quegli investimenti in termini di produttività, innovazione, sviluppo ed ammodernamento,  i cui benefici non solo possano erodere il debito ma che generino nel frattempo profitto.

Quello a cui si è assistito e che si sta particolarmente aggravando oggi è invece l’ esatto contrario: ossia la contrazione di debiti al fine di soddisfare esigenze dell’ immediato (qualcuno le chiama mance elettorali) con nessuno sguardo o quasi realisticamente e non per annuncio rivolto al futuro.  Soldi spesi quindi più per soddisfare gli appetiti di pochi a scapito di tutti continuando a prospettare riforme del Paese che ad oggi tutti sanno non possano, de jure condito  e a Costituzione invariata, essere realizzate.  

Ad aggravare le cose i meccanismi europei e le relative politiche, fino ad oggi sbilanciate sul fronte rigorista del pareggio di bilancio a tutti i costi rispetto a quelle improntate a maggiore flessibilità e quindi animate da sguardi di maggior prospettiva. Politiche che condizionano il ciclo economico a monte e a valle.

Ancor prima di parlare di manovre poderose per le quali si assiste ogni giorno alla politica dei grandi numeri (ma io oserei dire che dà i numeri), ove l’ intervistato di turno parla a vanvera di miliardi di euro a cifre variabili come la fantasia tratta da quei testi di economia di rara edizione,  ogni volta diverse e  come fossero già somme stanziate e destinate a seconda dei casi a famiglie imprese, scuola sanità ecc ecc., andrebbe loro ricordata la concretezza della realtà e che sta scritta a partire dall’ art. 81 della Carta Costituzionale (pareggio di bilancio) per finire a tutta quella normativa comunitaria più volte novellata tra il 2011 ed il 2012.

Probabilmente ai più di loro sconosciuto andrebbe fatto loro presente il fatto che mediante l’ approvazione di cinque regolamenti ed una direttiva, i cosiddetti six pack sottoscritti dall’ Italia è profondamente mutato l’ ordinamento interno.

Sta di fatto che attraverso il Fiscal Compact, che prevede appunto il pareggio di bilancio.  è stato stabilito che allorchè il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo di una parte contraente (tra cui l’ Italia) superi il valore di riferimento del 60 % il Paese interessato dovrà operare una riduzione  del proprio bilancio nella misura di un ventesimo per ciascun anno a venire. E questo perché si possa appunto beneficiare del Fondo salva Stati il cosiddetto Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), una forma di prestito agevolato per sostenere gli Stati in difficoltà,  definito a torto o a ragione un mostro; ma ci torneremo. 

Quello che qui interessa di far notare a chi continua a dispensare numeri di fantasia senza alcun fondamento giuridico se non nelle idee confuse di chi nella vita probabilmente si è occupato d’ altro prima di capitare per puro caso  ad occuparsi della res publica, è che il nostro Stato, piaccia o no, deve rispettare il ciclo economico e quindi nell’ ordine è vincolato a rispettare un preciso iter che parte dalle linee guida che la Commissione europea tutti gli anni entro il mese di marzo detta a tutti gli Stati membri previo analisi della crescita economica, e quindi con l’ indicazione dei principali obiettivi di politica economica e le riforme strutturali per perseguirle.

Solo su questa base il nostro Governo entro il mese di aprile può presentare alle camere il Documento di economia e finanza (DEF) con ivi allegati i relativi disegni di legge collegati alla manovra finanziaria, che analizza l’ andamento dell’ economia e dei conti pubblici, contiene qui si la proposta di aggiornamento del programma di stabilità con gli obbiettivi di finanza pubblica per i prossimi tre anni e con cui da ultimo propone, de jure condendo,  l’ aggiornamento della normativa mediante leggi ordinarie. Questo documento andrà inviato contestualmente a Bruxelles il quale entro il 31 luglio potrà chiedere la revisione di quanto previsto. 

Nel frattempo il Governo, dopo aver presentato entro il 30 giugno il rendiconto Generale dello Stato, sulla base delle indicazioni europee, e senza potersi discostare da esse pena procedure di infrazione, entro il 20 settembre dovrà presentare le note di aggiornamento al DEF e quindi potrà alla fine entro il 15 ottobre portare in aula il disegno di legge di bilancio  e che potrà contenere aumenti o riduzioni di tasse e modifica di leggi di spesa che pur modificando le aliquote deve comunque mantenere salva la legislazione vigente (e per la cui modifica si ricorda occorrerebbero  invece “leggi rinforzate” che implicano per la loro approvazione la maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna camera e quindi quasi sempre con il necessario contributo di voti dell’ opposizione senza i quali appare difficile approvare alcunché). 

Votare scostamenti di bilancio non sarebbe quindi un gran male, specie oggi che molti Paesi sono in difficoltà e ci possano essere intereressi internazionali convergenti verso una maggiore flessibilità. Il dramma è,  così come si sta prospettando,  l’ uso che dovrebbe farsi di quell’ ulteriore debito per il quale, a parere di chi scrive, al di là di pregiudizi ideologici fini a se stessi, valutare l’ ipotesi MES a tassi agevolati non è una bestemmia visti i tassi di interesse che dovremmo invece pagare al public retail, ovvero attraverso l’ assunzione di capitale di rischio.

Dilapidare quest’ ulteriore prestito come fatto finora per pagarci una flotta di esperti il cui numero di componenti ad un certo punto ha superato il numero dei malati e per i quali la politica si è appiattita sui tecnici che ci hanno detto tutto ed il contrario di tutto con misure spesso demenziali, o ancora pagare i costosissimi stati generali per produrre ancora nulla o peggio ancora per distribuire mance ai tornaconti personali dell’ elettorato di riferimento dei singoli partiti, o redditi di cittadinanza, navigator o altre truffe del genere mentre imprese, famiglie la scuola e la sanità languono è sinceramente sconcertante.   

E tantomeno è sconcertante passare come manovre poderose operazioni di prestito garantiti dallo Stato ad opera di terzi che per avventura potevano, come poi non lo sono stati, essere assolutamente d’accordo. Andrebbe ricordato che le banche sono soggetti privati che rispondono per il tramite dei loro amministratori all’ assemblea dei soci che le finanziano e che  pretendono quindi dividendi e non di farsi imporre da altri, tantomeno dallo Stato a chi e come prestare soldi, e, soprattutto, a quale tasso di interesse,  senza contare le riserve tecniche sottoscritte con il patto di “Basilea 4”  che pone appunto dei tetti ben precisi che non si può far finta di non conoscere visto che qualcuno questi patti li ha pure sottoscritti e li deve far rispettare tramite la Banca Centrale Europea. Come disse Ernest Lubitsch nessuno dovrebbe provare a recitare in una commedia a meno che non abbia un circo attivo al proprio interno.

Non esistono panacee, ma esiste il senso di responsabilità del buon padre di famiglia che non contrarrà mai debiti per pagare ai propri figli patatine e pop corn quanto semmai per acquistare libri per farli studiare. Certo nella prima ipotesi li fa subito felici e li sfama sul momento, nella seconda li fa arrabbiare ma tuttavia li sfama per tutto il loro futuro.

Contrarre debiti ha quindi un senso se questi occorrono per ristrutturare, innovare, investire in riforme credibili e non sbandierate attraverso riforme che partano dalla nostra stessa Carta Costituzionale che sposi la governabilità e la buona amministrazione che svolga la propria attività amministrativa secondo principi di efficienza, efficacia e proporzionalità. Significa investire in ricerca ed innovazione, significa ripristinare credibili criteri di meritocrazia, significa investire sui giovani che non sono solo il nostro futuro ma  sono piuttosto il nostro presente. Significa ripristinare il senso di legalità e soprattutto di fiducia…questo si il vero valore aggiunto di una società.

Ma per far questo le cose vanno dette per quel che sono e da parte di figure che sappiano realmente di ciò che parlano in quanto come affermava Platone “dal mutar luogo, dal muoversi, dal mescolarsi delle cose fra loro, tutto diviene ciò che noi, adoperando una espressione non corretta, diciamo che è…..perchè niente mai è, ma sempre diviene”: le cose non sono necessariamente destinate ad essere così come sono, ma come noi le faremo divenire a partire dalla esigenze di rifondare davvero tutto con il primo passo che non può essere che quello di ritornare ad una Costituente restituendo la sovranità a chi la detiene a titolo originario e non derivato ossia al popolo che deve aver diritto di tornare davvero ad esprimersi.

Erasmo da Rotterdam affermava che “gli attori che si travestono con vari costumi e maschere entrano in scena e recitano la loro parte  finché il regista li fa scendere dal palcoscenico” : e, spiace dirlo,  non vedo altro regista che i cittadini italiani in quanto ad una tragedia si partecipa,  ma ad una commedia diversamente la si guarda soltanto. E tutto ci si può permettere meno che di stare a guardare.

Mauro Mancini Proietti