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Politica e magistratura: riforma non più rimandabile.

Sono decenni che alcune parti della magistratura non rispettano il limite della separazione dei poteri secondo il pensiero di Montesquieu e, andando ben oltre il proprio ruolo configurato dagli art. 101 e seguenti della Costituzione, soverchiano il “mandato” della Politica, del Governo e del Parlamento, sia facendo leva sulla giurisprudenza creativa, sia interferendo direttamente sull’azione partitica.

La giurisprudenza creativa svincola la propria azione decidente da un testo normativo e dalla singola controversia, per porre in essere vere e proprie norme sostituendosi al plesso Governo-Parlamento: l’opera giudiziaria ed i provvedimenti decisori adottati durante e al termine di essa ricoprono solo le vesti formali del diritto, possedendo chiaramente intenti politici.

Siamo del tutto fuori dal perimetro della Carta.

Occorrono modifiche importanti non solo a livello costituzionale – come abbiamo già visto nell’articolo precedente in tema di separazione delle carriere e del CSM -, ma anche operando sulle leggi ordinarie attualmente in vigore.
Qualche pennellata di idee al riguardo.

I magistrati (ordinari, amministrativi e contabili) devono svolgere il ruolo per il concorso che hanno vinto e non sparpagliarsi per la Pubblica Amministrazione ricoprendo incarichi di vertice, sottraendoli, fra l’altro, al corpo dirigenziale interno, oltre che alla classe forense ed accademica. Il magistrato che ricopre i ruoli di capo dipartimento, direttore generale, capo segreteria o capo di gabinetto (e molti altri ancora) fa vivere l’Amministrazione in un costante stato di incertezza ed imbarazzo, ricoprendo il magistrato contemporaneamente una posizione gerarchica – e quindi sottoposta al principio del rispetto della disposizione ricevuta dal diretto superiore – e di componente dell’ordine giudiziario, che gode delle guarentigie costituzionali della terzietà, imparzialità ed indipendenza da altri poteri: due status assolutamente inconciliabili fra di loro.
Ancora. Il magistrato, come recita l’art.111 della Costituzione, deve essere (come appena detto) terzo, imparziale, equidistante delle parti per essere un valente amministratore e promotore di giustizia. Capi di Stato e Presidenti di alti consessi giurisdizionali si sono reiteratamente pronunciati a favore della figura di giudici che siano imparziali anche nel loro apparire. Chi accetta una candidatura, indipendentemente se poi vincerà o meno la competizione elettorale, già, agli occhi della comunità, non è più terzo e imparziale: per tale ragione deve decadere dal servizio entro un breve lasso di tempo dalla data di accettazione della candidatura.
Sempre per i principi costituzionali di terzietà e imparzialità, un magistrato non può scrivere su giornali politicamente orientati, né essere relatore in convegni e seminari marcati a livello partitico, sindacale o associativo, pena l’incompatibilità con la funzione in quel momento esercitata, il suo trasferimento ad altra funzione o altro ufficio giudiziario e l’eventuale applicazione di sanzioni disciplinari.
La situazione che si è palesata con una certa virulenza in questi ultimi mesi agli occhi della opinione pubblica – che avverte da decenni come gravoso problema la ossessiva presenza della magistratura nella quotidianità politica – non è più tollerabile, non essendo più possibile procrastinare interventi legislativi costituzionali e ordinari aventi come stella polare un’autentica separazione di poteri che si rispettino reciprocamente, senza che l’uno cerchi in modo esasperante di condizionare l’azione dell’altro.
Sono in gioco libertà personali e diritti ogni giorno compromessi, anche in modo grave e, persino, definitivo, per colpa di iniziative simulatamente giudiziarie ma dissimulatamente “di parte”, vistosamente aggressive nei confronti di “nemici” politici.

Prof. Fabrizio Giulimondi