Il 31 agosto si è chiusa la più grande operazione di spesa pubblica mai fatta in Europa. Stessi soldi, stesse regole, stessa scadenza per tutti. Budapest, Bucarest e Sofia ne sono uscite in tre modi opposti. E noi abbiamo un problema che non c’entra con i soldi presi.
di Marco Fancelli
Il 31 agosto è passato quasi inosservato, ed è un peccato, perché quella data finirà nei libri. È il giorno in cui è scaduto il tempo per completare le opere e le riforme del Recovery europeo. Da lì in poi nulla di quello che si costruisce conta più per il rimborso: restano solo le pratiche, la domanda di pagamento da presentare entro fine settembre e i bonifici di Bruxelles che devono partire entro il 31 dicembre.
Per i paesi dell’Est quello era l’esame vero. Erano partiti insieme nel 1989, con lo stesso handicap e la stessa promessa. Cinque anni fa hanno ricevuto la stessa occasione. Oggi si somigliano pochissimo.
In Ungheria è successa la cosa più clamorosa. Il 12 aprile Viktor Orbán ha perso dopo sedici anni al potere: il partito Tisza di Péter Magyar ha preso 141 seggi su 199, due terzi del parlamento, con l’affluenza più alta dalla caduta del comunismo. I mercati hanno reagito nel giro di poche ore, con il fiorino ai massimi da quattro anni e la Borsa di Budapest a un record storico. Ma la partita seria era un’altra. Sotto Orbán, Bruxelles aveva congelato miliardi per corruzione e stato di diritto, tanto che l’Ungheria era rimasta l’unico paese dell’Unione a non aver mai visto un centesimo del Recovery. Il 29 maggio Magyar e Ursula von der Leyen hanno trovato l’accordo: 16,4 miliardi sbloccati, dieci dei quali di Recovery, a patto di completare le riforme entro il 31 agosto. Quel giorno Magyar ha annunciato di avercela fatta. Adesso tocca alla Commissione verificare, e i soldi dovrebbero arrivare entro fine anno.
Se quando leggete queste righe il verdetto è già uscito, saprete come è andata. Ma il fatto in sé resta impressionante: un paese ha cambiato governo e in quattro mesi ha sbloccato una partita ferma da tre anni. Con una riserva che è bene tenere a mente, perché l’economia ungherese è in semi-stagnazione da tre anni e i conti pubblici restano a un passo dal livello che gli operatori chiamano spazzatura. Per ora i mercati hanno comprato una promessa.
La Romania ha fatto l’opposto. Il 5 maggio il governo di Ilie Bolojan è caduto su una mozione di sfiducia votata insieme dai socialdemocratici e dall’estrema destra, e da quel momento il paese è andato avanti per mesi con un esecutivo dimissionario che non può fare la manovra né adottare decreti. Dal 16 luglio è l’interinato più lungo della storia romena dal 1989. Il tutto mentre l’economia arretra di circa mezzo punto secondo le stime di ING, e mentre il paese siede sull’ultimo gradino dell’investment grade con prospettiva negativa: un solo declassamento e finisce tra i titoli che molti fondi non possono più comprare.
Il conto è arrivato puntuale. Il piano romeno valeva 29,2 miliardi nel 2021, ridotti a 20,1 dopo tre rinegoziazioni, e a metà agosto Bucarest ne aveva incassati circa tredici. Solo per non essere riuscita a varare la riforma degli stipendi pubblici ha perso 770 milioni, definitivamente. Su oltre quindicimila progetti attivi, a metà agosto ne restavano circa 4.500 non collaudati. E dei 132 chilometri di autostrada pagati con quei fondi, l’ente stradale ne dava per pronti in tempo 46. Il resto si finirà con soldi del bilancio statale, cioè dei romeni. In primavera il partito nazionalista AUR era primo nei sondaggi attorno al 36%, e viene abbastanza facile capire perché.
Il caso di cui si parla meno è quello bulgaro. Dal primo gennaio la Bulgaria è il ventunesimo paese dell’euro. È il membro più povero dell’Unione e ha il debito pubblico più basso di tutti, intorno al 24% del prodotto interno lordo, un quinto del nostro. Metà della popolazione era contraria per paura dei rincari: la stessa paura che abbiamo avuto noi nel 2002 e su cui litighiamo ancora al bar.
I numeri della Banca centrale europea dicono che l’inflazione bulgara è scesa dal 3,5% di dicembre al 2,3% di gennaio e al 2,1% di febbraio, con un effetto del cambio limitato, passeggero e concentrato nei servizi. Le autorità avevano imposto il doppio prezzo in lev ed euro per un anno intero e controlli sui rincari abusivi. Qualcuno ci ha provato lo stesso, e non era un commerciante: il Comune di Sofia ha portato la sosta oraria da due lev a due euro, quasi il doppio, approfittando della conversione. Che è poi tutto quello che c’era da capire. Non è la moneta ad alzare i prezzi, è chi dovrebbe controllare a decidere se qualcuno può farlo impunemente. Nel 2002 da noi quel controllo non c’è stato, e ce la raccontiamo da vent’anni dando la colpa all’euro.
Tre paesi, stessi soldi, stesse regole, stesse scadenze. Uno li ha sbloccati cambiando governo, uno li ha persi restando senza, uno è entrato nella moneta unica pur essendo l’ultimo della classe per reddito. Non ha deciso il denaro. Ha deciso la capacità dello Stato di prendere una decisione e portarla in fondo, che è esattamente ciò che separa Varsavia da Bucarest e che nessun fondo europeo può comprare.
Adesso guardiamoci allo specchio, con i numeri veri.
Sul Recovery l’Italia ha fatto meglio di quasi tutti. Al primo luglio aveva incassato 165,99 miliardi sui 194,4 assegnati, l’85,4%, e raggiunto 416 obiettivi su 575, il 72,3%, contro una media degli altri ventisei paesi ferma al 57,9%. Nessuno in Europa ha portato a casa altrettanto. Manca la decima rata, circa 28 miliardi, con la domanda da presentare entro settembre e la valutazione di Bruxelles attesa per novembre.
Poi c’è il secondo numero, quello che circola molto meno. La Corte dei conti ha calcolato che le opere pubbliche effettivamente concluse erano il 36,7% del totale, ma che contandole per valore economico la quota scende al 6,2%. Le opere piccole sono finite, le grandi quasi tutte no. Abbiamo incassato meglio di chiunque altro e trasformato in cose finite molto meno di quanto ci raccontiamo.
Il Recovery era un’occasione irripetibile, e la parola va presa alla lettera, perché dal 2027 quei soldi non ci sono più per nessuno. È stato il momento in cui l’Europa ha messo tutti i suoi paesi davanti allo stesso compito con lo stesso libro in mano. La Romania quel libro non l’ha aperto. L’Ungheria l’ha aperto all’ultimo momento, dopo aver cambiato insegnante. Noi l’abbiamo letto quasi tutto, e adesso resta da capire quanto ne abbiamo capito.
Perché incassare, in fondo, è una pratica burocratica, e in quelle siamo bravissimi. La verifica arriva tra cinque o dieci anni, quando qualcuno passerà su quelle strade, entrerà in quegli ospedali e in quelle scuole e conterà cosa esiste davvero. Quel giorno i 166 miliardi non li ricorderà nessuno. Si vedrà solo cosa è rimasto in piedi.
E su come andrà a finire, sinceramente, non me la sento ancora di scommettere.




