A cura di Federico Liberi

Negli ultimi mesi la relazione tra Stati Uniti ed Europa ha attraversato una fase di tensione profonda e sempre più visibile. Con l’amministrazione Trump, protagonista di prese di posizione nette e spesso controverse, l’alleanza atlantica sembra essere entrata in una fase di ridefinizione che va ben oltre le discussioni sulla spesa militare e sull’acquisto delle armi per Kiev: si tratta di questioni che toccano il cuore stesso della cooperazione transatlantica.
Sul fronte pubblico, Trump ha adottato un linguaggio sempre più critico verso l’Unione Europea e le sue istituzioni, definendo i Paesi che la compongono “vulnerabili”, “politicamente deboli” e persino “a rischio di trasformazione”, con un messaggio implicito secondo cui gli USA non intendono più assumersi la leadership su questioni che riguardano il futuro del continente.
Secondo il nuovo documento di strategia sulla sicurezza nazionale statunitense, l’Europa, inoltre, non è più vista come un alleato da proteggere a spada tratta, ma piuttosto come un partner da “riformare” in base agli interessi americani, anche sostenendo forze da sempre critiche verso l’attuale assetto europeo, come la Russia.
Questo nuovo approccio è stato percepito in molte capitali europee come un vero e proprio attacco: per alcuni funzionari si tratta, infatti, di una “guerra politica” mascherata da strategia di sicurezza; e tutto ciò si rispecchia nei negoziati per la pace in Ucraina, dove gli Stati Uniti stanno spingendo per soluzioni che comprendono concessioni territoriali e un ruolo marginale di Kiev nella definizione del futuro assetto di sicurezza regionale, alimentando la percezione dell’Europa di non contare nulla davanti alle due storiche superpotenze.
L’applauso della Russia non si è fatto attendere: Mosca ha lodato pubblicamente Trump per aver – come dichiarato da Lavrov – “capito la guerra”, percependo nelle recenti dichiarazioni statunitensi un interesse a riaffermare una visione geopolitica più favorevole agli equilibri russi. Questa forma di “sostegno” al Cremlino ha gettato ulteriori ombre sulle intenzioni americane, alimentando sospetti secondo cui Washington, pur senza abbandonare formalmente l’Europa, stia lavorando per incentivare un nuovo equilibrio di potere più favorevole proprio a Stati Uniti e Russia.
Queste dinamiche lasciano intravedere uno scenario geopolitico radicalmente diverso da quello del secondo dopoguerra: un’Europa costretta a scegliere tra maggiore autonomia o dipendenza ancora più marcata da Washington, in un contesto in cui gli Stati Uniti sembrano orientati a mettere in secondo piano la sicurezza europea.
Ma gli Stati Uniti ci stanno davvero abbandonando? Non è ancora possibile rispondere con precisione a questa domanda, ma è chiaro che il rapporto transatlantico si è ormai incrinato in modo – forse – definitivo. Se questa spinta continuerà, le implicazioni future potrebbero portare a un rafforzamento dell’indipendenza europea e a una rivalutazione delle alleanze del Vecchio Continente. In un simile contesto, l’Europa è costretta a rivedere rapidamente il proprio ruolo di potenza, trovando un equilibrio tra la cooperazione con gli Stati Uniti e la necessità di tutelare i propri interessi in un ordine internazionale sempre più difficile da capire.
