a cura di Federico Liberi

In passato è capitato diverse volte che alcune battaglie politiche, portate avanti per anni, abbiano smesso di essere considerate prioritarie perché troppo lontane dai problemi concreti e dalla vita quotidiana dei cittadini. E oggi la stessa cosa sta accadendo con la cultura woke. Non perché tutto ciò che viene associato a questo termine debba improvvisamente essere considerato sbagliato, ma perché, persino all’interno di quel campo politico che per anni ha dato grande spazio alla questione, stanno iniziando a emergere dubbi e ripensamenti.
Giuseppe Conte lo ha fatto capire con una lettera pubblicata su Repubblica, sostenendo che una certa idea di progressismo abbia finito per trasformarsi in una sorta di “religione morale”, allontanandosi dai problemi concreti. Matteo Renzi si è accodato, parlando della necessità di superare gli eccessi woke e di tornare a mettere al centro salari, ceto medio e vita quotidiana.
Tutto ciò, però, sorprende molto meno quando si scopre che il primo segnale di ripensamento è arrivato proprio da una delle figure più note del progressismo americano: Alexandria Ocasio-Cortez. La deputata democratica di New York, infatti, ha definito “folle” quella che ha chiamato la prima fase del “Woke 1.0”, aprendo di fatto una fase di riflessione a livello globale.
Il problema, del resto, non è mai stato chiedere rispetto per tutti gli esseri umani (dovrebbe essere il minimo indispensabile in una società civile). Il problema nasce quando il rispetto diventa uno strumento di controllo del linguaggio, quando una parola sbagliata finisce per pesare enormemente sul giudizio nei confronti di una persona e un’opinione discutibile viene trattata come una colpa morale.
Negli ultimi anni una parte del dibattito pubblico ha iniziato a ragionare sempre più attraverso categorie identitarie: chi rappresenta chi, quale parola è corretta, quale definizione è accettabile e quale comportamento può essere considerato problematico. Discussioni che, prese singolarmente, possono anche avere una loro logica, ma la criticità arriva quando il tutto diventa verità assoluta (stabilita da chi?).
Perché fuori dalle bolle politiche e dai social network, nel frattempo, le persone continuano ad avere problemi molto meno teorici: quanto costa l’affitto? Quanto rimane dello stipendio alla fine del mese? Un ragazzo che ha venticinque o trent’anni può ancora pensare di comprare casa? Quanto costa crescere un figlio? E quanto deve lavorare una famiglia prima di riuscire semplicemente a vivere senza l’ansia di arrivare alla fine del mese? Sono tutte domande che non si risolvono cambiando il vocabolario.
Ed è forse proprio questa la ragione del dietrofront di alcune aree politiche. Non perché la cultura woke sia improvvisamente diventata il male assoluto, né perché ogni battaglia legata ai diritti debba essere considerata inutile, piuttosto perché qualcuno ha iniziato a rendersi conto che esiste una distanza sempre più evidente tra certe battaglie e i problemi pratici dei cittadini.
Questo non significa che le questioni culturali siano irrilevanti. Significa, semplicemente, che anche nella politica dovrebbe esistere una gerarchia delle priorità. I diritti individuali meritano tutela proprio perché riguardano la libertà delle persone, ma quando ogni differenza viene trasformata in un’identità da proteggere e ogni identità diventa una battaglia politica, il rischio è che il risultato finale sia esattamente l’opposto di quello desiderato: invece di avvicinare le persone, le chiude sempre di più dentro le categorie.
E c’è un’altra questione, forse la più importante. Quando la politica non si limita più a indicare ciò che è illegale, ma comincia anche a stabilire ciò che è moralmente accettabile dire e pensare, entra inevitabilmente in una zona grigia. Il confine tra educare al rispetto e decidere quali opinioni possano essere espresse è sottile, e spesso il rischio è quello di scadere nella censura.
Questo non significa assolutamente che tutte le opinioni meritino di essere condivise, sia chiaro. Alcune sono sbagliate, altre possono essere profondamente offensive e altre ancora devono essere condannate senza troppi giri di parole, ma una società libera dovrebbe saper distinguere tra ciò che ci offende e ciò che deve essere vietato.
Sembra una distinzione elementare. Eppure, oggi, non lo è affatto.
Il punto non è stabilire se il woke sia giusto o sbagliato, ma capire quando una battaglia culturale smette di essere uno strumento per migliorare la società e diventa qualcosa di rischioso, oltre che, come detto prima, lontano dai problemi concreti di un Paese.
Se una campagna elettorale finisce per concentrarsi – non del tutto, ma in buona parte – su ciò che si può dire e ciò che invece è meglio non dire, sui moduli da compilare con la dicitura “genitore 1” e “genitore 2”, sull’aggiunta della “a” finale nei nomi delle professioni o sull’uso degli asterischi per includere tutti, il rischio è che le questioni davvero importanti finiscano inevitabilmente in secondo piano.
Perché mentre si discute di parole, simboli e formule, ci sono problemi che continuano ad aspettare una soluzione; e questi, prima o poi, presentano il conto.
E davanti a quel conto, aggiornare il vocabolario non basta più.




