A cura di Federico Liberi

Il 22 e 23 marzo gli italiani saranno chiamati a esprimersi su una riforma che promette di incidere in profondità sull’assetto della giustizia: la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. Un tema che dovrebbe essere tecnico e istituzionale, ma che nel corso dei mesi si è trasformato in una vera e propria lotta tra destra e sinistra.
Eppure, al di là delle appartenenze politiche, il quesito referendario pone una domanda semplice: vogliamo un sistema in cui chi accusa e chi giudica abbiano percorsi distinti, a garanzia di una maggiore chiarezza dei ruoli?
La riforma costituzionale introduce la separazione definitiva delle carriere tra magistratura requirente (pubblici ministeri) e magistratura giudicante (giudici). Oggi l’accesso avviene tramite un concorso unico e, nel corso della carriera, è possibile passare da una funzione all’altra. Con il “sì”, questa possibilità verrebbe meno: chi sceglie di fare il pm resterebbe pm, chi sceglie di fare il giudice resterebbe giudice.
Inoltre, verrebbero istituiti due Consigli Superiori della Magistratura distinti, uno per ciascuna carriera, e introdotti nuovi meccanismi per la selezione dei loro componenti, con l’obiettivo di ridurre il peso delle correnti interne e rafforzare la trasparenza.
I sostenitori della riforma parlano di un adeguamento coerente al modello accusatorio introdotto da oltre trent’anni nel nostro ordinamento. Non si tratta di mettere in discussione l’indipendenza della magistratura – che resta un principio costituzionale intatto – ma di rendere più evidente e percepibile la terzietà del giudice. In un Paese dove la fiducia nella giustizia è spesso fragile, la chiarezza dei ruoli può rappresentare un elemento di rafforzamento, non di indebolimento.
Anche la scelta di intervenire sulla composizione dei CSM viene presentata come un tentativo di eliminare le correnti all’interno del sistema, le quali, negli ultimi anni, hanno alimentato polemiche e scandali, restituendo centralità al merito e alla responsabilità individuale.
Per la sinistra, invece, il referendum rappresenta un passaggio carico di rischi. Il timore è che la separazione possa, nel tempo, favorire una diversa collocazione del pubblico ministero, rendendolo più esposto all’influenza del potere politico. Da qui la mobilitazione contro la riforma e la visione del voto come uno scontro istituzionale.
Ma è proprio questa contrapposizione a rendere evidente il paradosso: una questione che dovrebbe riguardare l’architettura tecnica del sistema giudiziario è diventata l’ennesimo terreno di scontro ideologico tra destra e sinistra. Il rischio è che il dibattito si riduca a una prova di forza politica, oscurando il merito della riforma.
Il referendum del 22 e 23 marzo non è un voto sul governo né sull’opposizione. È una scelta sull’organizzazione della giustizia e sulla percezione di equilibrio tra accusa e giudice.
Se vincerà il “sì”, l’Italia imboccherà una strada che punta a rafforzare la distinzione dei ruoli e a modernizzare l’assetto della magistratura. Se prevarrà il “no”, tutto resterà invariato.
Forse, però, sarebbe opportuno abbandonare il “tifo politico” e porsi un’importante domanda prima di votare: il sistema attuale risponde pienamente alle esigenze di chiarezza e fiducia dei cittadini? Per molti, la risposta passa proprio da quel “sì” che oggi viene dipinto come un incubo dalla sinistra, ma che potrebbe rappresentare, invece, una riforma attesa da tempo.
