A cura di Federico Liberi

“Voi siete il futuro dell’Italia.” Quante volte i giovani si sono sentiti rivolgere questa frase? A scuola, nelle università, durante le campagne elettorali, nei discorsi istituzionali. È diventata quasi un rituale della politica italiana: celebrare le nuove generazioni come una risorsa preziosa, come il motore del domani, come la speranza su cui costruire il Paese. Eppure, a forza di essere considerati il futuro, i giovani rischiano di non essere mai visti come il presente.
In occasione della Festa della Repubblica, Sergio Mattarella ha rinnovato la sua fiducia nei giovani italiani, evidenziandone il senso di responsabilità, la capacità di affrontare le sfide e la volontà di contribuire alla crescita della nazione. Parole importanti, soprattutto in un periodo storico in cui il pessimismo sembra aver preso il posto dell’ambizione. Ma proprio quelle parole dovrebbero indurre la politica a interrogarsi con sincerità.
Se i giovani sono davvero così preparati, così capaci e così necessari al futuro dell’Italia, perché continuano a occupare un ruolo marginale nei luoghi in cui si decide il destino del Paese?
La politica italiana vive una contraddizione evidente. Da una parte esalta il valore delle nuove generazioni, mentre dall’altra continua a essere dominata da classi dirigenti che spesso faticano a rinnovarsi e ad aprire spazi reali a chi vorrebbe impegnarsi e contribuire.
Non è una questione anagrafica e non deve diventare una guerra tra generazioni. L’esperienza resta un patrimonio fondamentale e nessuno pensa che l’età sia di per sé una garanzia di qualità. Ma è altrettanto vero che una democrazia vitale ha bisogno di ricambio, di idee nuove, di energie fresche e, soprattutto, di meritocrazia – parola di cui, ormai, molti non conoscono il significato.
Troppo spesso, invece, ai giovani viene chiesto soltanto di aspettare. Aspettare il proprio turno, che qualcuno lasci spazio, che arrivi il momento giusto. Nel frattempo, però, i problemi si accumulano e riguardano proprio loro.
Sono i giovani, infatti, a confrontarsi con le difficoltà crescenti nel costruire un progetto di vita. Sono sempre loro a rimandare la formazione di una famiglia per ragioni economiche. E sono di nuovo loro a lasciare l’Italia in cerca di opportunità che spesso il loro Paese non riesce a offrire.
Eppure, paradossalmente, quando si discutono le soluzioni a questi problemi, la loro presenza nei processi decisionali rimane limitata.
Questa distanza tra la retorica e la realtà alimenta una crescente sfiducia verso la politica. Molti ragazzi non si sentono rappresentati, come abbiamo scritto anche nell’articolo “Un Paese senza scudo”. Non perché manchi loro interesse per la cosa pubblica, ma perché percepiscono un sistema chiuso, poco permeabile e spesso più attento alla conservazione degli equilibri interni che alla valorizzazione del merito.
Una comunità forte si costruisce quando le nuove generazioni vengono responsabilizzate, coinvolte e messe nelle condizioni di assumersi il compito di guidare il Paese. Il merito, la responsabilità individuale, il senso di appartenenza e il servizio alla comunità non possono essere soltanto parole da inserire nei programmi elettorali. Devono tradursi in occasioni concrete di partecipazione e crescita.
Perché una nazione che costringe i propri giovani più preparati a cercare fortuna altrove o a rimanere spettatori della vita pubblica è una nazione che sta indebolendo se stessa.
L’Italia non ha bisogno di giovani da applaudire una volta all’anno durante qualche cerimonia istituzionale. Ha bisogno di giovani da ascoltare, valorizzare e responsabilizzare ogni giorno.
Non basta ripetere che i giovani sono il futuro del Paese. È una formula che abbiamo sentito per troppo tempo. La vera sfida, oggi, è riconoscere una verità semplice quanto scomoda: i giovani non sono soltanto il futuro dell’Italia, sono già il suo presente.
E una classe dirigente che crede davvero nel futuro non ha paura di condividere il presente.




