
A cura di Fabrizio Bernardini
La rubrica “Piccole Imprese, Grandi Scelte” nasce con l’obiettivo di offrire, ogni mese, uno sguardo concreto e operativo sul mondo delle micro e piccole imprese italiane, analizzandone criticità, opportunità e strategie di rilancio. Un appuntamento fisso per chi vuole comprendere e migliorare la gestione della propria attività, attraverso esperienze, dati e strumenti professionali.
Da questo articolo entreremo sempre più a fondo nel tema della fiscalità e della gestione d’impresa. Partiamo dal comprendere meglio l’imposta sui redditi delle persone fisiche (IRPEF).
L’IRPEF adotta una struttura progressiva per scaglioni che viene influenzata da diversi fattori non sempre considerati nel giusto modo dalla massa dei contribuenti. In un sistema a scaglioni l’aliquota media effettiva di imposizione dipende sia dalla combinazione degli scaglioni e delle aliquote, sia dalla natura del reddito che dalle deduzioni e detrazioni (per carichi familiari, prestazioni sanitarie, oneri finanziari, spese sanitarie, spese per ristrutturazione, per contributi previdenziali, e molte altre). Le finalità di queste detrazioni e deduzioni sono da una parte quella di modificare la struttura dell’imposta, determinando di fatto un diverso andamento dell’aliquota media per determinate categorie di contribuenti e, dall’altra parte quella di evitare il pagamento delle imposte sui redditi utilizzati per compiere certe spese. Le detrazioni influiscono sulla cosiddetta NO TAX AREA, ossia sulla soglia dalla quale si iniziano a pagare le imposte ma anche sul grado di progressività, che tende ad aumentare a causa dell’andamento decrescente delle detrazioni al crescere del reddito.
Secondo il Ministero dell’Economia e delle Finanze, le specie di spese fiscali che hanno impattato sull’IRPEF nel 2024 sono circa 200 e hanno avuto un impatto negativo sul gettito di circa 60 miliardi, di cui la metà è riconducibile alle spese di ristrutturazione edilizie.
Non dimentichiamoci che esistono anche imposte sul reddito non colpite da IRPEF, come la “cedolare secca” che prevede una flat tax piatta del 21% , come i redditi di capitale finanziario che scontano imposte sostitutive del 26% o del 20% sui fondi pensione o del 12,5% per interessi e plusvalenze sui titoli pubblici o addirittura pari allo 0% per i proventi derivanti da un piano individuale di risparmio. Senza poi dimenticare la flat tax del regime forfettario per redditi fino a 85.000 € di ricavi annuali colpiti da un’imposta sostitutiva del 5% per i primi 5 anni di attività e del 15% per gli anni successivi.
Si comprende allora come contribuenti che hanno lo stesso reddito e la stessa capacità contributiva subiscono un prelievo diverso. Peraltro, le ragioni per mantener questi regimi sostitutivi appaiono assai deboli. Basti pensare che la Commissione per la redazione della Relazione sull’economia e sull’evasione fiscale del 2024 ha smentito che questi regimi abbiamo contribuito all’emersione e alla riduzione dell’evasione. Ciò fa pensare che questi trattamenti di favore per certe categorie di contribuenti, renda l’IRPEF poco trasparente e non equa. Non solo, ma aliquote impositive di “favore” per i redditi di capitale finanziario e aliquote ordinarie per il reddito da lavoro, provoca un inevitabile disincentivo al lavoro, in particolare per i giovani e le donne e addirittura una spinta al lavoro nero.
Alcuni studi recenti dimostrano come la progressività IRPEF è blanda e diventa addirittura regressiva nella parte alta del reddito. Ossia, l’aliquota media effettiva si riduce all’aumentare del reddito (appartenente alla parte più facoltosa della popolazione) proprio perché i redditi da capitale finanziario (anch’essi ad appannaggio dei più ricchi) non sono tassati nell’IRPEF in modo progressivo.
Diverse scuole di pensiero suggeriscono di tassare i consumi invece del reddito, ma la soluzione di fatto praticata dalla maggioranza dei Paesi occidentali è quella di utilizzare le imposte sui consumi insieme con l’imposta sul reddito e ciò, per ragioni di gettito. Tuttavia sarebbe non corretto pensare che passare dall’imposta sul reddito a quella sui consumi, risolva i problemi di equità e di efficienza; basti pensare che agire su un’imposta sul consumo significa cambiare le decisioni di consumo non solo su quel bene ma, anche degli altri beni che sono consumati al posto, o insieme, del bene tassato.
Da questa breve riflessione, si evince quanto siano complessi i temi di equità e di efficienza contributiva e quanto dibattito politico essi manifestino. Ma da qui si deve partire per cercare un’imposizione fiscale sostenibile, che non vada a ledere l’impegno lavorativo dei contribuenti e che contrasti effettivamente l’evasione e l’elusione fiscale.
