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APPROVATA LA NOVA PAC: E ALLA FINE LA MONTAGNA PARTORI’ IL TOPOLINO

Mentre continua il braccio di ferro all’ interno della inedita coalizione di governo, tutta incentrata sulla serie di colloqui che il Premier Draghi sta svolgendo in forma separata con gli esponenti delle forze di maggioranza al fine di dare corpo alla manovra economica e un impulso a quelle riforme che ancora mancano per lo sblocco della seconda tranche dei finanziamenti UE e, quindi, per la declinazione del nuovo Piano Nazionale di Rinascita e Resilienza, ci si dimentica che nel frattempo è stata approvata la nova PAC. E non è che ci sarà molto da ridere per tutto il nostro settore agroalimentare nei confronti del quale già la balzana idea del nutri score (l’ etichetta a semaforo), rischia di essere davvero un colpo sotto la cintura a vantaggio delle grandi imprese agro industriali d’ oltralpe.

Non bastava il triste fenomeno dell’ Italian sounding e della concorrenza internazionale sleale ai danni dei nostri prodotti di maggior pregio:  ad oggi minori risorse in termini di finanziamento per le imprese agricole italiane sono dietro l’ angolo.

Eppure sarebbe stato sicuramente possibile un testo migliore e più ambizioso sia sotto il profilo della tutela ambientale che dal punto di vista delle risorse per i piccoli agricoltori. 

Ciononostante, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, rimane il fatto che la nuova Pac (la Politica Agraria comunitaria), il cui nuovo assetto scatterà nel 2023 e quindi con due anni di ritardo per via delle forti divisioni che ne hanno ostacolato l’ approvazione, rappresenta comunque un passo in avanti per quanto fosse stato possibile atteso il restringimento del bilancio UE determinato dalla Brexit prima e dalla Pandemia e dai finanziamenti post pandemici poi.

Il punto come sempre è lo stesso: un Europa fatta di Stati piuttosto che di cittadini e che a dispetto del Trattato di Lisbona del 2007 che vedeva la nascita di un soggetto unico superando l’ Europa per pilastri, rimaneva in fondo un coacervo di interessi ove la preminenza è rimasta in mano agli interessi dei singoli Stati membri e di cui il procedimento di codecisione nell’ iter formativo delle normative e delle decisioni UE tra Parlamento e Consiglio rimane emblematico. Di qui l’ estenuante  negoziato più che complicato con la Commissione, ma soprattutto con il Consiglio Ue, (che ricordiamolo rappresenta appunto gli interessi degli Stati membri a differenza del Consiglio dei Ministri Ue) durante tutto il corso dell’ iter di approvazione. Ne è una riprova il fatto che la nuova Pac doveva entrare in vigore già nel 2021, ma che proprio per via dell’eccessiva distanza tra la posizione del Parlamento e quella degli Stati membri, la riforma è stata rinviata oggi  al 2023.

Tornando alla PAC un passo in avanti intanto è comunque da registrarsi nei confronti del contrasto al lavoro nero e allo sfruttamento dei lavoratori anche se ciononostante non sono mancate le critiche da parte degli addetti ai lavori i quali hanno finito per lamentare nella nuova politica comunitaria  un gigantesco “greenwashing”, che finirà per favorire  investimenti non in linea con il Green deal e la sua strategia agricola meglio nota come  Farm to fork.

A dispetto quindi di quelle maggiori risorse che si sarebbero volute per gli investimenti sulla produzione  biologica e per la transizione ecologica è stato pertanto raggiunto il massimo nel meno in un punto di compromesso e sul fronte dell’equità. A parte la condizionalità sociale (nessuna risorsa nei confronti di chi non dimostri di essere in regola sulla forza lavoro), un punto rilevante semmai è stato dare corso ad un aspetto legato alla Next Generation UE laddove vengono previste maggiori risorse per i giovani agricoltori anche se poi le scelte finali ricadranno sugli Stati membri, che dovranno definire i Piani strategici nazionali anche se è stato chiesto e ottenuto di mantenere un controllo di conformità sui piani nazionali.

Ad oggi tuttavia nell’ impiego dei fondi strutturali verso la PAC è innegabile si trovino  tuttavia impegni più stringenti per il rafforzamento della biodiversità, la lotta ai cambiamenti climatici, più fondi alle piccole imprese e ai giovani e un meccanismo più stabile  per la gestione delle crisi.

“Abbiamo fatto in modo che questa PAC fosse più sostenibile, trasparente e stabile”, ha rivendicato il relatore del “Regolamento sui piani strategici”, il popolare tedesco, Peter Jahr” e ciononostante è stato ritenuto come in fondo “Questo pacchetto aiuti solo le aziende più grandi e più inquinanti, lasciando fuori i piccoli agricoltori, e fa poco o nulla per affrontare il terribile impatto che l’agricoltura industriale ha sulla natura, sul clima e sulla salute delle persone”.

Secondo il testo approvato in Aula i Paesi membri dovranno comunque garantire che almeno il 35% del bilancio per lo sviluppo rurale e almeno il 25% dei pagamenti diretti siano destinati a misure ambientali e climatiche. Tuttavia, se l’adozione di regimi ecologici da parte degli agricoltori sarà bassa durante gli anni di introduzione graduale del 2023 e 2024, gli Stati membri potranno riassegnare un quinto dei fondi ecologici inutilizzati per un determinato anno per altri scopi. Le nuove norme richiederebbero poi agli agricoltori di dedicare almeno il 4% dei loro seminativi a scopi non produttivi ma utili al pianeta e alla popolazione, come fasce tampone, terreni incolti, siepi, alberi non produttivi, muri di terrazze e stagni, aumentando i benefici economici per chi fa di più di questo senza contare come detto un maggior sostegno a piccole aziende e giovani agricoltori (il testo dispone poi che almeno il 10% dei pagamenti diretti sia utilizzato a sostegno delle piccole e medie aziende agricole e che almeno il 3% del bilancio della Pac vada appunto ai giovani imprenditori agricoli).

Prevista anche una riserva di crisi con una dotazione annua di 450 milioni di euro (a prezzi correnti) per aiutare gli agricoltori in caso di instabilità dei prezzi o del mercato attraverso strumenti permanenti e non ad hoc.

Ciò che risulta oggettivamente un passo avanti è comunque la prevista diversificazione colturale per promuovere una migliore sostenibilità ambientale, sociale ed economica dei sistemi agroalimentari, mantenendone però la capacità produttiva e la fornitura di servizi ecosistemici promuovendo l’uso efficiente delle risorse.

Eppure a ben vedere la specializzazione e la semplificazione colturale se da una parte favorirà la produzione di grandi volumi di cibo dall’altra, invece risulterà indubbio che ciò comporterà impatti negativi sull’ambiente, in termini di degrado diffuso del suolo, dell’acqua e degli ecosistemi, elevate emissioni di gas serra, esaurimento delle risorse non rinnovabili e condizioni economiche e sociali degli operatori agricoli non sempre soddisfacenti.

Su questo punto il progetto europeo DiverIMPACTS (il programma quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione), si è posto l’obiettivo di studiare nel dettaglio gli effetti della diversificazione colturale sui sistemi agroalimentari e di identificare le misure che ne possono promuovere l’adozione. Per valutare la sostenibilità dei sistemi agricoli diversificati, sono stati individuati numerosi indicatori che spaziano dalla dimensione economica (produttività, stabilità delle produzioni, profitto, qualità delle produzioni) a quella ambientale (degrado dei suoli, qualità dei suoli, qualità dell’acqua, risparmio idrico, qualità dell’aria, emissioni, diversificazione, biodiversità) fino ad arrivare a quella sociale (salute pubblica, qualità della vita degli agricoltori). E sarà proprio questa mole informativa ad essere impiegata come strumento di supporto alle decisioni per monitorare le conseguenze delle strategie di diversificazione adottate. Sulla base degli studi e dei monitoraggi effettuati fra i benefici osservati, è stata così evidenziata anche la possibilità di attivare nuove filiere produttive e migliorare gli aspetti paesaggistici dei territori, sempre più apprezzati dai consumatori e dai cittadini.

Ma ciò non toglie amare riflessioni sul futuro a partire proprio dai costi che questa transizione ecologica finirà per riversare non solo sull’ Italia ma anche sui restanti Paesi UE a fronte di quegli altri Paesi, la Cina in primis, che rimarranno tutt’altro che carbon free ed i cui costi di produzione saranno notevolmente più bassi rispetto al nostro Mercato Unico. Costi più bassi ergo capacità di una politica dei prezzi che vede proprio il nostro Mercato Unico notevolmente sfavorito e poco competitivo.

Ma altra amara riflessione è che gli innumerevoli sforzi che tendenzialmente, almeno a parole per ora, si dice di voler fare, rischiano di essere praticamente un nulla di fatto atteso che beni come il clima e l’ ambiente difficilmente possono rinchiudersi all’ interno di confini nazionali e se lo sforzo non diviene universale senza eccezione alcuna, non c’è politica ambientale che tenga e l’ ultima riunione dei Grandi della terra ha dimostrato tute le contraddizioni in campo. Il testo che ne è fuoriuscito nei è la riprova visto che le maggiori dichiarazioni di intenti sono state notevolmente annacquate ed edulcolorate ad opera della ferma opposizione dei Paesi emergenti e della Cina su tutti. E che il tempo stia per scadere tra alluvioni, terremoti, cambiamenti climatici ed altro è sotto gli occhi di tutti ed anche di chi non vuol vedere.

Purtroppo la realtà delle cose e la realpolitik, soprattutto macroeconomica non induce a riflessioni ottimistiche tanto che viene allora da dare ragione ad una amara riflessione che leggevo  da qualche parte qualche tempo fa: “solo quando l’ ultimo albero sarà abbattuto e l’ ultimo fiume avvelenato e l’ ultimo pesce pescato ci renderemo conto che non possiamo mangiare il denaro”.

Ma temo sarà troppo tardi.

Mauro Mancini Proietti

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