
Rubrica a cura di Marco Gollinelli
C’è un momento in cui occorre fermarsi e guardare la realtà senza veli, ma con occhi capaci ancora di stupore. Controcanto è la rubrica di Marco Gollinelli che osa andare controvento: uno sguardo schietto, a volte duro, ma sempre intriso di poesia. Analizziamo la nostra società senza paura di toccarne le crepe, perché è proprio da lì che entra la luce. Ogni parola è un atto di libertà, ogni riflessione un invito a pensare — non come tutti, ma come sé stessi.
Guareschi, pur essendo radicalmente distante dal fascismo, nei suoi racconti non utilizzò mai il termine “antifascismo”. Non per ambiguità, ma per coerenza. Nominarlo avrebbe significato riconoscergli una vitalità che, nel suo orizzonte morale, non meritava più. La sua posizione non era definita per opposizione, ma per affermazione: libertà, responsabilità, dignità dell’uomo. Non bandiere ideologiche, ma principi strutturali della convivenza civile.
In Giovannino Guareschi non c’è propaganda, non c’è dichiarazione militante. C’è osservazione. C’è ironia come strumento chirurgico. C’è la convinzione che una società sana non abbia bisogno di urlare le proprie virtù, ma di praticarle. Per questo nei racconti che diedero vita a Don Camillo e Giuseppe Bottazzi, il conflitto ideologico non diventa mai annientamento morale. È scontro, sì, ma non è delegittimazione dell’altro come essere umano.
Don Camillo e Peppone si combattono, si provocano, si sabotano. Eppure condividono un limite invalicabile: il bene della comunità. Quando quel bene è minacciato, le appartenenze retrocedono. Non c’è retorica in questo meccanismo narrativo, ma una visione precisa della politica come responsabilità concreta. Il paese prima dell’orgoglio. La stabilità prima della rivalsa. Il rispetto prima dell’umiliazione dell’avversario.
In questo sta l’attualità di Guareschi. Non in una nostalgia folkloristica, ma nella descrizione di una dialettica che oggi sembra evaporata.
La destra contemporanea, con tutte le sue imperfezioni, tenta di misurarsi con il governo della realtà. Non sempre riesce, non sempre convince, ma prova a tradurre un impianto ideale in atti amministrativi, in scelte operative, in decisioni che producono effetti verificabili. È un terreno rischioso, perché l’azione espone al giudizio. Governare significa assumersi l’onere dell’errore.
Questo elemento è decisivo: l’errore concreto è diverso dall’astrazione sterile. Quando un’idea viene messa alla prova dei fatti, può essere criticata, corretta, migliorata. Entra nel ciclo della responsabilità. È qui che si gioca la differenza tra politica come esercizio del potere e politica come rappresentazione.
La sinistra odierna, invece, appare spesso più impegnata nella costruzione del linguaggio che nella costruzione delle soluzioni. Il lessico si fa sofisticato, stratificato, carico di riferimenti teorici. Ma la complessità terminologica non coincide con profondità operativa. Anzi, talvolta diventa una cortina fumogena che protegge dall’urgenza di decidere.
Il problema non è l’elaborazione culturale, che è legittima e necessaria. Il problema nasce quando la cultura si trasforma in schermatura, quando il discorso sostituisce l’azione, quando l’analisi infinita paralizza la scelta. In quel momento il linguaggio non illumina: distrae.
Guareschi avrebbe smontato questa dinamica con una battuta secca. Perché la sua forza era proprio nel ricondurre le grandi parole alla misura dell’uomo comune. Nei suoi racconti la politica non è mai metafisica. È concreta: una scuola da sistemare, un ponte da ricostruire, una famiglia da sostenere. Il conflitto ideologico si misura su bisogni reali.
Oggi assistiamo invece a una polarizzazione che non produce sintesi, ma fratture permanenti. La destra, nel tentativo di governare, si espone alle critiche di chi la accusa di semplificazione. La sinistra, nel tentativo di mantenere una superiorità morale autorappresentata, rischia di perdere il contatto con quella stessa base popolare che storicamente rivendica come propria.
Il punto più delicato è proprio questo: quando una forza politica smette di parlare la lingua della realtà quotidiana e comincia a parlare esclusivamente la lingua dell’autolegittimazione, il popolo non si emancipa; si allontana. E l’allontanamento genera sfiducia. La sfiducia genera disaffezione. La disaffezione apre spazi che altri riempiono.
In questo senso, la distrazione permanente diventa pericolosa non solo per l’avversario politico, ma per la sopravvivenza stessa di chi la pratica. Perché una comunità non può essere governata a lungo attraverso simboli svuotati di efficacia.
Il tratto più interessante della destra attuale è la volontà di intervenire sulla struttura delle decisioni: economia, sicurezza, gestione amministrativa. Si può dissentire dalle soluzioni proposte, ma l’impianto resta operativo. L’azione è misurabile. E ciò che è misurabile può essere discusso con serietà.
Quando invece il dibattito si sposta su piani esclusivamente simbolici, il confronto si impoverisce. Non si discute più su risultati, ma su posture. Non su effetti, ma su intenzioni dichiarate. È una politica che consuma energia senza produrre direzione.
La grande lezione di Guareschi è che il rispetto dell’avversario non nasce dall’adesione alle sue idee, ma dal riconoscimento della sua funzione nella comunità. Don Camillo non elimina Peppone. Peppone non elimina Don Camillo. Si controllano a vicenda. Si limitano. Si costringono reciprocamente a non tradire il paese per orgoglio personale.
Questa dinamica oggi appare fragile. L’avversario non è più interlocutore, ma nemico da delegittimare. E quando la delegittimazione diventa metodo, la politica smette di essere mediazione e diventa spettacolo conflittuale permanente.
La destra contemporanea, nel suo tentativo di governare, accetta implicitamente la prova della realtà. È un rischio continuo, perché ogni decisione produce conseguenze. Ma proprio questa esposizione la obbliga a confrontarsi con il limite.
La sinistra, quando sceglie la strada della rappresentazione, si sottrae al limite. E sottrarsi al limite significa evitare il giudizio concreto. Ma evitare il giudizio non equivale a rafforzarsi. Al contrario, produce una distanza crescente tra narrazione e vissuto.
Il popolo non è cieco per natura. Diventa cieco quando viene sommerso da discorsi che non trovano riscontro nell’esperienza quotidiana. E quando la distanza tra parole e fatti diventa sistematica, il senso di tradimento non è più percezione emotiva: diventa constatazione.
Guareschi non avrebbe scritto un manifesto contro qualcuno. Avrebbe raccontato una scena. Un sindaco che promette, un parroco che osserva, un paese che aspetta. E alla fine avrebbe lasciato emergere una verità semplice: senza responsabilità personale, nessuna ideologia regge.
Forse è proprio questo che oggi manca. Non la capacità di produrre teorie, ma la volontà di esporsi alla verifica. La destra, nel bene e nel male, accetta quella verifica. La sinistra, quando si rifugia nel linguaggio autoreferenziale, la rinvia.
Eppure la sopravvivenza di qualunque forza politica dipende dalla sua capacità di tornare alla realtà. Non basta evocare il bene comune; bisogna praticarlo. Non basta denunciare; bisogna proporre. Non basta dichiararsi dalla parte del popolo; bisogna dimostrarlo nelle scelte.
Guareschi, senza mai pronunciare la parola “antifascismo”, ha dimostrato che la libertà non è uno slogan, ma un esercizio quotidiano. Forse è proprio questa discrezione morale a rendere la sua lezione più solida di molte proclamazioni contemporanee.
La politica che costruisce è sempre meno rumorosa di quella che inscena, ma nel lungo periodo è l’unica che lascia tracce. In un’epoca dominata dalla rappresentazione, tornare alla concretezza non è un gesto nostalgico: è un atto di lucidità.
Così resta una sinistra, che parla di futuro mentre inciampa nel proprio passato, che rivendica superiorità morale ma fatica a fare i conti con le proprie responsabilità storiche. Una sinistra che si definisce argine, coscienza, guida, ma che troppo spesso ha trovato accesso al governo non attraverso la limpida investitura popolare, bensì mediante alchimie di palazzo, equilibri numerici, accordi consumati nelle stanze chiuse più che nelle piazze aperte.
Difficile non ricordare che proprio in quei momenti, quando la legittimazione nasceva più da geometrie parlamentari che da una scelta diretta e convinta dell’elettorato, i risultati sono apparsi fragili, talvolta dannosi, quasi sempre scollegati dal sentire reale del Paese. Non perché governare sia semplice, ma perché governare senza radicamento autentico espone alla tentazione di sostituire la realtà con la narrazione.
Oggi quella stessa area politica cammina tra le macerie che contribuisce a produrre, ma invece di fermarsi a ricostruire preferisce interrogarsi sul lessico delle rovine. Continua a spiegare il popolo al popolo, come se il problema fosse la comprensione e non la distanza.
Eppure la politica non vive di autoassoluzioni. Vive di consenso, di responsabilità, di verifica concreta. Chi ottiene fiducia attraverso il voto si espone al giudizio della storia; chi arriva attraverso combinazioni di palazzo dovrebbe almeno avere l’umiltà di governare in silenzio, non di impartire lezioni.
La realtà, intanto, resta lì. Non si lascia incantare dalle formule, non si piega alle dichiarazioni d’intenti. Chiede risultati e chi prova a produrli, nel bene o nel male, governa. Chi invece preferisce rappresentarli, recita.
Prima o poi il sipario si chiude, e non c’è scenografia che tenga davanti alla luce cruda dei fatti.
