
A cura di Federico Liberi
Quando si parla di nucleare iraniano, il dibattito si concentra quasi sempre sugli stessi temi: l’arricchimento dell’uranio, le centrifughe, le ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), le sanzioni economiche e i negoziati con l’Occidente. Ma dietro tutti questi discorsi c’è sempre stata una figura che, più di ogni altra, ha determinato la direzione del programma nucleare iraniano: Ali Khamenei, morto il 28 febbraio 2026 in seguito agli attacchi di Stati Uniti e Israele.
Per oltre trent’anni la Guida Suprema non è stata soltanto il leader religioso e politico della Repubblica Islamica. È stata anche il punto di equilibrio tra chi spingeva per dotarsi dell’arma atomica e chi riteneva che mantenersi appena al di sotto di quella soglia fosse la scelta più conveniente.
Con la sua morte, però, è sorta una domanda che preoccupa tutto il mondo occidentale: la strategia nucleare di Teheran è cambiata?
Per anni l’Iran ha giocato una partita molto particolare. Non ha mai dichiarato di voler costruire una bomba atomica, ma allo stesso tempo ha investito enormi risorse per avvicinarsi sempre di più alla capacità di farlo.
È una strategia che gli analisti definiscono di “nuclear threshold”, tradotto: “soglia nucleare”. In pratica, uno Stato sviluppa tutte le competenze necessarie per realizzare un’arma, senza però compiere l’ultimo passo. È una posizione che offre un vantaggio enorme: lascia intendere di poter costruire una bomba in tempi relativamente brevi, senza assumersi i costi politici e militari che deriverebbero da una dichiarazione esplicita. È una forma di deterrenza costruita sull’incertezza.
Finché nessuno sa dove finisca il programma civile e dove inizi quello militare, ogni avversario è costretto a fare i conti con il dubbio. E in geopolitica, spesso, il dubbio può essere efficace quasi quanto una certezza.
C’è, però, un elemento che viene citato molto meno, e che potrebbe essere stato più importante di quanto si pensi.
Nel 2003 Khamenei rese pubblica una “fatwa” – ovvero un parere o un responso legale emesso da un giurista islamico qualificato o da un’autorità religiosa, basato sulla legge islamica – secondo cui la produzione e l’utilizzo di armi nucleari erano contrari ai principi dell’Islam. Per anni quella posizione è stata uno degli argomenti principali utilizzati dalla diplomazia iraniana per sostenere che il proprio programma avesse finalità esclusivamente civili.
Molti osservatori occidentali hanno sempre accolto quella dichiarazione con una certa diffidenza, soprattutto dopo alcune rivelazioni di ex diplomatici iraniani, i quali dichiararono che lo stesso ayatollah avrebbe confidato ai vertici dell’intelligence che la fatwa “non si applicava al mondo islamico”. Una ricostruzione che, se confermata, ridimensionerebbe il valore assoluto di quel divieto. Altri analisti, invece, continuano a ritenere che la fatwa abbia rappresentato un autentico freno politico e religioso all’interno della Repubblica Islamica. Oggi, però, una cosa è sicuramente cambiata: quella certezza, qualunque fosse la sua reale portata, non esiste più.
Una fatwa, infatti, non è una legge immutabile. È legata all’autorità religiosa di chi la pronuncia. Se cambia la Guida Suprema, può cambiare anche l’interpretazione di quel principio. Ed è qui che la successione di Khamenei assume un significato che va ben oltre la politica interna.
Negli ultimi anni il peso dei Pasdaran è cresciuto in maniera costante. Non sono più soltanto una forza militare, ma un centro di potere economico, industriale e politico che influenza molte delle decisioni strategiche del Paese.
Ogni Paese legge la storia attraverso le proprie paure. E Teheran, negli ultimi vent’anni, ha osservato con attenzione ciò che è accaduto altrove.
Ha visto la Corea del Nord diventare una potenza nucleare senza subire interventi militari diretti. Ha visto la Libia rinunciare al proprio programma atomico e, pochi anni dopo, assistere alla caduta di Gheddafi. Ha visto anche l’Ucraina, che negli anni Novanta aveva ceduto il proprio arsenale nucleare, trovarsi poi a combattere una guerra sul proprio territorio.
Che queste letture siano corrette o meno è quasi secondario. Ciò che conta è come vengono interpretate da chi deve prendere le decisioni. Per una parte dell’establishment iraniano il messaggio è semplice: possedere la bomba non rende invincibili, ma rende molto più difficile essere attaccati.
L’eventuale scelta di compiere l’ultimo passo, però, potrebbe portare a conseguenze catastrofiche. Il Medio Oriente vive già oggi uno degli equilibri più fragili del pianeta. Se Teheran dovesse trasformarsi ufficialmente in una potenza nucleare, sarebbe difficile immaginare che gli altri grandi attori della regione restino immobili.
L’Arabia Saudita ha già lasciato intendere, in più occasioni, di non voler accettare uno squilibrio strategico permanente. Altri Paesi stanno investendo sempre di più nel nucleare civile, che in determinate condizioni può rappresentare anche la base tecnologica per sviluppi futuri.
Il rischio, insomma, non è soltanto un’eventuale bomba iraniana, ma una corsa regionale agli armamenti che renderebbe il Medio Oriente ancora più instabile.
La morte di Ali Khamenei potrebbe aver modificato il quadro politico entro cui vengono prese le decisioni sul nucleare. Se davvero è venuto meno il principio della fatwa, allora la domanda non è più se l’Iran abbia le capacità per costruire un’arma nucleare – quelle, secondo molti analisti, sono ormai molto avanzate –. La domanda è se esiste ancora qualcuno disposto a dire che quella soglia non deve essere superata.
Perché il futuro del programma nucleare iraniano potrebbe dipendere meno dalle questioni tecniche e molto di più dalla persona che, in questo momento, ha l’ultima parola a riguardo.




