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Piano agroalimentare ed eco sostenibilità delle colture di grano e cereali

Si chiama “Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile” ed è questo il programma di azione dal quale pare utile prendere le mosse allorchè si parla di eco sostenibilità e tutela dell’ ambiente.

Termini e concetti ormai ricorrenti ed usati (o abusati) in ogni programma di governo, tanto da permeare di essi qualsiasi piano di rinascita e di rilancio dell’ economia e dell’ agroalimentare all’ indomani degli effetti post pandemici.

Ed il settore agroalimentare non poteva essere da meno attese le ripercussioni negative che gli effetti pandemici hanno innestato nell’ intero settore soprattutto nei campi della raccolta e delle vendemmie.

Eppure Agenda 2030, a ben vedere, o almeno nella sua dichiarazione di intenti, nasce ed è costruita per le persone e sulle persone, colte non soltanto nella loro dimensione umana, ma anche come utenti finali di beni unici ed insostituibili come la salubrità dell’ ambiente e la sua eco sostenibilità.

Vale questo quindi sia come meri fruitori del suddetto bene diffuso, ma lo vale ancor di più come consumatori di prodotti agroalimentari vista la innegabile relazione da sempre esistente tra l’ impresa agricola, i prodotti agricoli e l’ ambiente che li ricomprende.

E non è un caso che si parli di “oro verde” nel quale prodotti di base come appunto il grano in particolare,  ed i cereali in generale, ne costituiscono la base ed il principale fondamento che vede in questo l’ Italia sicura protagonista.

Ma come sappiamo Agenda 2030 porta con se anche determinati obiettivi (sono 17)  per lo Sviluppo Sostenibile, (Sustainable Development Goals),  in un grande programma d’azione per un totale di 169 ‘target’ o traguardi, tra i quali appunto la lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico, per citarne solo alcuni, ma comunque tutti legati appunto al consumo di grano e cereali non a caso alla base delle risorse alimentari di cui l’ uomo nella storia si è sempre nutrito.

Si tratta ovviamente di obiettivi comuni per i quali ogni Stato membro è chiamato a impegnarsi per definire una propria strategia di sviluppo sostenibile che consenta di raggiungere i suddetti obiettivi per i quali anche l’Unione europea è impegnata nel loro recepimento in termini di sviluppo sostenibile anche in relazione all’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, preparando il terreno per una strategia globale dell’UE per gli anni 2019-2024.

A tali fini anche in Italia è stata istituita una apposita Cabina di regia (Benessere Italia), organo della Presidenza del Consiglio, cui spetta il compito di “coordinare, monitorare, misurare e migliorare le politiche di tutti i Ministeri nel segno del benessere dei cittadini”oltre che appositi dicasteri come quello della Transizione Ecologica e della eco sostenibilità: temi quindi di enorme rilevanza  di cui è interamente permeato la Next Generation UE ed il consequenziale Piano Nazionale per la Rinascita e la Resilienza (PNRR).

Si tratta a ben vedere di un passo avanti per dotare anche l’Italia di una governance per l’Agenda 2030, che sia appunto improntata al fine di promuovere un benessere equo e sostenibile attraverso la definizione di nuovi approcci e nuove politiche che riguardano ovviamente anche la produzione agricola e le relative coltivazioni che dovranno a loro volta essere eco sostenibili.

Rigenerazione equo sostenibile dei territori, mobilità e coesione territoriale, transizione energetica, qualità della vita ed economia circolare, sono quindi le cinque macroaree in cui si dovranno sviluppare le prossime linee programmatiche che pongano, come si diceva prima,la persona e  la promozione di stili di vita sani, al centro delle prossime politiche di sviluppo. E questo ovviamente proprio a partire dalla catena e dalla filiera agroalimentare (from Farm to fork), così come  ancora dalla definizione di tempi di vita equilibrati.

La Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile 2017-2030 anche nelle coltivazioni di grano come dei cereali,  si configura pertanto come lo strumento principale per la creazione di un nuovo modello economico circolare, a basse emissioni di CO2, resiliente ai cambiamenti climatici e agli altri cambiamenti globali, a causa di crisi locali, come, ad esempio, la perdita di biodiversità, la modificazione dei cicli biogeochimici fondamentali (carbonio, azoto, fosforo) e i cambiamenti nell’utilizzo del suolo.

Ma si tratta anche di proteggere e recuperare l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, gestire in modo sostenibile le foreste, combattere la desertificazione, arrestare il degrado del suolo e fermare la perdita della biodiversità in vista della  realizzazione di “un mondo neutrale al degrado del suolo”.  

A ben vedere la Commissione europea già a metà 2018 aveva presentato delle proposte legislative per la riforma della Politica Agricola Comune valida per il periodo 2021-2027, ma sappiamo quanto è stato ed è ancora lungo il  negoziato al riguardo tanto da rendere necessario prevedere un periodo di transizione che proroga al 31 dicembre 2022 l’attuale quadro regolamentare della PAC. per estendere le attuali norme ed attenuare il passaggio con la futura PAC.

Le proposte della Commissione mirano pertanto a promuovere un settore agricolo sostenibile e competitivo in grado di contribuire in modo significativo al Green Deal europeo, in particolare per quanto riguarda la strategia “dal produttore al consumatore” e la strategia sulla biodiversità.

I possibili sussidi agricoli, e quindi anche quelli legati ai giovani agricoltori, come quelli volti allo sfruttamento di terreni incolti per impiantare anche la coltivazione dei cereali, rimane pertanto quella esistente.  

In ambito nazionale, il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, in collaborazione con le Regioni e Province autonome, sia pure con il supporto della Rete Rurale Nazionale,  ha comunque già da tempo avviato le attività di approfondimento e di confronto nel cui ambito definire le strategie di intervento, portando  alla stesura di 11 Policy Brief tra cui in particolare il sostentamento ad un reddito agricolo sufficiente di resilienza per rafforzare la sicurezza alimentare, la contribuzione alla mitigazione dei cambiamenti climatici e promuovere lo sviluppo sostenibile ed una efficiente gestione delle risorse naturali come l’ acqua, il suolo e l’ aria anche nelle coltivazioni di grano duro.

Già in questa prima fase di lavoro si è dato avvio alla consultazione delle parti economiche e sociali e di parte degli stakeholder della società civile, in particolare con le organizzazioni impegnate nel settore ambientale e a difesa degli animali e alla condivisione di tutto il materiale prodotto dei vari  tavoli tecnici che sono stati costituiti un po’ ovunque.

Per impatto ambientale di un prodotto o di una produzione, e quindi anche quella cerealicola, si intende sia quanto esso “pesa” in termini di consumo di risorse naturali (per esempio acqua o territorio), sia quanto produce in termini di emissioni dannose (prima tra tutti la Co2 principale responsabile dell’effetto serra che causa il cambiamento climatico).

Qualunque attività umana, seppure con livelli diversi, produce infatti un impatto ambientale più o meno rilevante. Tra queste nemmeno il cibo, e tutta la filiera agroalimentare, lo è di meno ed è anzi in testa alle classifiche dell’impatto se si tiene conto di tutte le fasi che la compongono: dal campo, fino alla fase di cottura e smaltimento, passando attraverso la produzione, il trasporto e la distribuzione (from farm to fork).

In particolare, la fase agricola, soprattutto se si adottano tecniche colturali di tipo intensivo, è il momento della filiera in cui si rilevano gli impatti maggiori. Per quanto riguarda specificamente i cereali, il grano e quindi le farine, infatti, gli impatti sono dovuti prevalentemente all’ uso sempre più intensivo di fertilizzanti (sintetici o naturali che siano), di acqua e dall’ uso di macchine agricole. 

Diversamente gli impatti del macinato sono invece ridotti e dipendono sostanzialmente dall’ utilizzo di energia elettrica. 

Anche il ciclo dei rifiuti delle lavorazioni nel settore è a basso impatto in termini di rifiuti generati, anche perché i suoi sottoprodotti vengono normalmente utilizzati dalle industrie mangimistiche e nella formazione di biomasse e quindi di bioenergia.

Ciò non toglie che il nostro attuale contesto e modello di sviluppo appare tuttora per alcuni aspetti non più sostenibile nonostante oggettivamente si stiano facendo grandi passi in avanti.

Puntare sulla crescita a tutti i costi facendo leva sull’aumento della produzione e sull’incentivo al consumo senza mettere in conto tutti i rischi ambientali che ne derivano non è infatti più possibile e tantomeno conveniente per garantire il benessere e la  stessa sopravvivenza dell’umanità.

Consumatori e imprese anche agricole, debbono quindi investire sempre di più per ridurre il proprio impatto ambientale in quanto  le risorse a nostra disposizione non sono più infinite e devono essere tutelate e risparmiate ed in questo, bisognerà riconoscerlo, l’ attuale Piano per la Rinascita e la resilienza appare davvero un gran passo in avanti.

L’ importante sarà poi saper tradurre sul piano dei fatti quello che ad oggi molto più appare ancora sul piano degli intenti. Ma il percorso è iniziato ed anche il più lungo cammino, per quanto esteso esso sia, implica sempre un primo passo e queso non si vorrebbe apparire ottimiste ma pare proprio sia stato fatto.

Mauro Mancini Proietti

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