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QUESTIONE GREEN PASS E DINTORNI. SI PUO’ DECIDERE DI TUTTO MENO CHE DECIDERE DI NON DECIDERE di Mauro Mancini Proietti

Mentre non si placano le polemiche sull’ uso del Green pass e proseguono le grandi manifestazioni di piazza contro il suo utilizzo con cortei no vax assai spesso infiltrati da professionisti della guerriglia urbana di estrema destra come di estrema sinistra no global, insurrezionalisti ed antagonisti vari (ma ovviamente per una certa sinistra radical chic la violenza da condannare è solo quella di destra), la confusione sotto il cielo continua ad essere altrettanto grande tra fake news, allarmismi, pregiudizi ed ideologismi vari. Ossia il peggio del peggio del nostro ormai vivere quotidiano in questa falsa democrazia ove il libero pensiero deve in realtà solo e soltanto essere il pensiero unico o altrimenti detto del politically correct.

La realtà è che la querelle Green pass, così come molte altre questioni che vanno dall’ inquinamento, alla privacy, al diritto di cronaca e via dicendo, è una di quelle che vede inesorabilmente contrapposti diritti che sono  parimenti costituzionalmente garantiti ed attinenti ai diritti della persona umana. Ma è altrettanto vero è che molto spesso dette questioni vedono fronteggiarsi i diritti costituzionali del singolo (diritto alla salute, alla libertà, al lavoro e alla libera espressione della propria personalità contro i diritti altrettanto costituzionali della collettività come la sicurezza la sanità pubblica, l’ ambiente e la sua salvaguardia e via dicendo con l’ annoso problema di dover fissare necessariamente una linea di confine e comprendere dove i diritti del singolo devono arrestarsi di fronte ai diritti di tutti.

La certificazione verde Covid-19, meglio nota come Green pass, è stata introdotta nel nostro ordinamento giuridico intorno alla metà del mese di luglio per entrare in vigore ai primi di  agosto. Detto provvedimento introduceva per la prima volta limitazioni all’ accesso in luoghi pubblici come  in bar, ristoranti, cinema, palestre e altri luoghi al chiuso. Già allora le proteste motarono in maniera vigorosa in quanto per tal via andava a colpirsi la vita di relazione di molti ed in ultima analisi la loro liberà di movimento che pur tuttavia la stessa Carta Costituzionale all’ art. 16 prevede espressamente possano essere conformati e limitati con legge generale  “per motivi di “sanità o di sicurezza (pubblica)”.

Da allora, le norme hanno subito varie modifiche, prima per regolarne l’introduzione nelle scuole e sui mezzi di trasporto e infine, dal 15 ottobre, per estenderlo a tutti i luoghi di lavoro con il risultato di andare a colpire ulteriori diritti altrettanto garantiti come il diritto allo studio e, soprattutto, il fondamentale diritto al lavoro che la Costituzione pone a fondamento della nostra Repubblica.

 Il risultato inevitabile è stato che con l’ aumentare della riduzione degli spazi di libertà andassero crescendo in via proporzionale le proteste ed inasprito il dibattito sulla sua legittimità, fino ad assumere i toni di una vera e propria  guerra ideologica.

Eppure starebbe nei fondamenti degli ordinamenti giuridici e della “socialità del diritto” nel quale appunto il diritto è prima di ogni cosa un fenomeno sociale prima che giuridico ed anche i diritti irrinunciabili della persona ad una prima teoria giusnaturalistica che li voleva ab origine insiti nell’ uomo ha dovuto cedere il passo alle teorie positivistiche prima (il diritto nasce e si origina dalle norme (con le sue conseguenze aberranti) e quindi, da ultimo nelle più credibili origini e concezioni storico politiche delle norme stesse. L’ uomo è e rimane “un animale sociale (ubi jus ibi societas) e le forme di limitazione delle proprie libertà e dei propri beni era e doveva essere un sacrificio irrinunciabile appunto per godere delle proprie libertà ed uscire da quelle condizioni che Hobbes (il maggior ideologo delle origini e dei fondamenti dello Stato) avrebbe definito come “homo hominis lupus”.

Era la necessaria ed ineludibile necessità di rinunciare o limitare a parte della propria sfera soggettiva e dei propri beni a beneficio della collettività quale unica condizione possibile per poter sopravvivere in sicurezza. E qui sta il punto: la questione della libertà.

Dover esibire un “certificato sanitario” (per il vero discutibile in quanto è notorio si possa essere positivi e contagiosi anche in presenza di Green pass)  per andare al ristorante o per salire su un mezzo pubblico o frequentare luoghi pubblici fino a qualche tempo fa sarebbe parso a dir poco delirante come lo poteva essere la stella di Davide che gli uomini di razza ebrea dovevano portare indosso  all’ epoca delle leggi sulla razza eppure oggi è una realtà con cui ognuno di noi si deve confrontare quasi ogni giorno. Ma non capire le differenze tra una imposizione aberrante come poteva esserlo quella fondata ad esempio sulle discriminazioni razziali e quelle fondate sulla sanità pubblica, significa veramente misconoscere la realtà delle cose. E chi appunto sostiene l’utilità di questa imposizione, lo fa principalmente perché la ritiene l’unico strumento possibile  per tornare a praticare le nostre libertà personali ed economiche che dall’inizio dell’emergenza pandemica ci erano state precluse.

Avversioni che prendono le mosse dall’ assunto che detta misura si risolve in ultima analisi come un vulnus alle proprie libertà, a partire da quella di scegliere in libera autodeterminazione se e come curarsi, di poter fare vita di relazione e, e soprattutto di lavorare come di studiare a meno di non vedersi costretti  a eseguire a loro spese un tampone ogni due giorni.

Questo senza contare le altre eccezioni fondate anche su un ulteriore vulnus non meno grave come quello rappresentato dai dati personali soprattutto quelli sensibili e super sensibili come appunto le informazioni di carattere sanitario nonostante al proposito si sia espresso lo stesso Garante per la privacy.

Quest’ ultimo infatti ha inteso precisare che se il trattamento dei dati si limita al suo scopo (cioè accertare se una persona sia vaccinata, guarita o abbia eseguito un test), per il tramite di strumenti predisposti e sviluppati dall’ autorità governativa  con il relativo controllo affidato solo a chi ha il dovere di farlo, con i relativi vincoli di tutela e conservazione del dato, ovvero della sua distruzione, detto provvedimento appare del tutto legittimo e compatibile con le esigenze di privacy individuale.

Nel caso di specie poi l’ ultimo provvedimento in merito  esclude qualsiasi raccolta dei dati da parte dei soggetti verificatori e va altrettanto sottolineato che dalla verifica del possesso del  Green pass e della sua origine non sia possibile risalire a dati sensibili ulteriori.

Vero  è semmai, e non è un mistero, che il certificato verde sia stato in realtà introdotto per dare ulteriore spinta alla campagna vaccinale in atto e fare leva sugli indecisi, cosa questa che attingendo proprio il diritto alla salute e alla sua tutela genera non pochi contrasti dato che la stessa misura anziché preventiva viene percepita come coercitiva: tanto valeva rendere obbligatorio il vaccino senza  ipocrisie di fondo.

E forse sta qui il punto. L’ assunzione di responsabilità di Governo implica la necessità di dover scegliere e di farlo con coraggio anche quando le misure appaiono maggiormente divisive.

Negare la validità di un vaccino in sede di prevenzione rispetto al virus significa sostenere che la terra sia piatta ed indulgere a questa idea. Cosa questa che in omaggio alla libertà di pensiero ci può anche stare. Ma quando in omaggio ad idee prive di alcun fondamento scientifico e smentite puntualmente dalla realtà naturale delle cose si mette a rischio la libertà e l’ incolumità della collettività di spazio ce ne corre. E se a sostenere certe idee possa essere il quisque de populo ci può anche stare in quanto non è detto che ciascuno debba essere preparato su ogni scienza, ma se a sostenere o strizzare l’ occhio a certe idee sono soggetti professionali e laureati nelle scienze mediche è allora proprio il loro titolo ad una laurea a dover essere messo in discussione e non dovrebbe essere consentito.

Ma al di la della scienza empirica che come tale mostra la sua validità in relazione al costante ripetersi di un fenomeno naturale in presenza di certe condizioni e come tale trova la validazione di se stessa, il fatto ed il fenomeno della dialettica in atto (per carità legittima) dovrebbe poi alla fine trovare il suo epilogo nella ineludibile e dolorosa scelta tra la piena ed autonoma massima libertà del singolo, e quindi di uno, nei confronti degli  altrettanto incontestabili diritti dei molti.

E su questo, spiace dirlo, ma alla fine dovrà pure aversi il coraggio di dire che quando si tratta di diritto alla salute, diritto alla sicurezza, diritto alla libertà economica, ebbene in certi casi il noi (ovviamente in presenza di rigorosissimi presupposti) dovrà necessariamente avere più valore dell’ io.

Tutto è perfettibile e migliorabile, e non tutto credo sia stato fatto come avrebbe dovuto farsi. Ma un conto è migliorare la misura un conto è eliminarla del tutto: posso trovare un modo migliore per salvare una vita umana, ma di sicuro non posso rinunciare a farlo.

Mauro Mancini Proietti

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