A CURA DI FEDERICO LIBERI

Un Paese senza scudo: perché gli italiani non vogliono più combattere per l’Italia?
In un’epoca segnata da conflitti che stanno destabilizzando gli equilibri internazionali, parlare di pace è diventato sempre più complesso. Anche in Italia, dove per anni la guerra è sembrata una realtà lontana, il senso di sicurezza si è progressivamente indebolito.
E quando si parla di guerra e difesa, spunta sempre un dato che colpisce più di altri: gli italiani sono tra i popoli occidentali meno disposti a combattere per il proprio Paese. Secondo diversi sondaggi, infatti, una larga maggioranza dichiara che non imbraccerebbe le armi in caso di conflitto. Un dato spesso liquidato come semplice segno di comodità o individualismo, ma che in realtà racconta qualcosa di molto più profondo: il rapporto sempre più fragile che l’Italia contemporanea ha sviluppato con l’idea stessa di patria, appartenenza e sacrificio collettivo.
Per capire il perché di questo atteggiamento bisogna partire dal dopoguerra.
Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Italia ha costruito la propria identità democratica anche attraverso un forte rifiuto culturale della guerra. L’articolo 11 della Costituzione – “l’Italia ripudia la guerra” – è diventato non soltanto un principio giuridico, ma una componente centrale dell’immaginario repubblicano. Dopo il trauma del fascismo e della guerra civile, ogni forma di patriottismo troppo marcato è stata spesso guardata con sospetto, come se il sentimento nazionale fosse inevitabilmente legato al nazionalismo aggressivo del passato.
Nel frattempo, però, il concetto stesso di identità nazionale si è progressivamente indebolito.
Per decenni l’Italia ha vissuto dentro un sistema internazionale stabile, protetto soprattutto dalla NATO e dall’ombrello strategico degli Stati Uniti. La guerra è diventata qualcosa di distante, quasi irreale, mentre il benessere economico e l’integrazione europea hanno spostato l’attenzione dall’idea di nazione a quella di individuo. Le nuove generazioni sono cresciute in una società che ha progressivamente valorizzato i diritti personali molto più dei doveri collettivi.
E quando una comunità smette di percepirsi come tale, diventa inevitabilmente più difficile immaginare il sacrificio. Ma il problema italiano non riguarda soltanto il pacifismo, riguarda soprattutto il rapporto con lo Stato.
Negli ultimi decenni molti cittadini hanno sviluppato una profonda sfiducia verso le istituzioni. Corruzione, inefficienza burocratica, precarietà economica e crisi della rappresentanza hanno contribuito a indebolire il senso di appartenenza nazionale. Per molti italiani lo Stato non appare più come qualcosa da difendere, ma come una struttura distante, incapace di garantire sicurezza sociale, stabilità o prospettive.
Ed è difficile chiedere a qualcuno di rischiare la propria vita per qualcosa in cui non sente più di riconoscersi.
Non è un caso che molti italiani dicano di non voler combattere “per lo Stato”, ma si mostrino più disponibili all’idea di difendere la propria famiglia, il proprio territorio o la propria comunità locale. È un passaggio importante: il senso di appartenenza non è scomparso, ma si è ristretto. È diventato privato, territoriale, frammentato.
Anche l’abolizione del servizio militare obbligatorio ha avuto un forte impatto simbolico. Al di là dei limiti della leva, essa rappresentava uno dei pochi momenti di esperienza collettiva condivisa tra cittadini provenienti da realtà sociali diverse. La sua scomparsa ha contribuito ad allontanare ulteriormente società civile e dimensione nazionale.
La guerra in Ucraina ha riportato il conflitto dentro il continente europeo, ma non ha davvero ricostruito un senso comune di appartenenza. Gli italiani oggi percepiscono la guerra come una minaccia più concreta rispetto al passato, ma continuano a mostrare una scarsa disponibilità personale al sacrificio. È il paradosso di un Paese che teme il conflitto, ma fatica ancora a concepirsi come una comunità nazionale da difendere.
Ed è qui che emerge una questione più ampia, culturale prima ancora che militare.
Una nazione non si difende soltanto con gli eserciti o con l’aumento delle spese militari. Si difende quando esiste un’identità collettiva abbastanza forte da creare legami, fiducia e senso di continuità storica. Negli ultimi decenni, invece, l’Italia ha progressivamente smesso di trasmettere una narrazione condivisa di sé stessa. La storia nazionale è stata spesso raccontata quasi esclusivamente attraverso le sue colpe, mentre concetti come patria, appartenenza e interesse nazionale sono diventati termini sempre più marginali nel dibattito pubblico.
Per questo motivo il problema non si risolve soltanto con il riarmo o con nuove strategie di difesa. Si risolve, prima di tutto, ricostruendo un senso di comunità nazionale.
Significa restituire centralità all’educazione civica, alla storia italiana, al concetto di responsabilità collettiva. Significa ricostruire fiducia nelle istituzioni e tornare a considerare la nazione non come un’entità astratta o burocratica, ma come una comunità storica e culturale a cui appartenere.
Perché nessun Paese può davvero difendersi se i suoi cittadini smettono di percepirlo come qualcosa che vale la pena proteggere.




