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AFGHANISTAN: STORIA DI UN DISARMO E DI UN DISASTRO ANNUNCIATI di Mauro Mancini Proietti

Se occorreva avere ulteriori conferme della pochezza europea ogni qualvolta si tratti di parlare un linguaggio comune o di assumere una dimensione politica a prescindere dai singoli interessi nazionali, la riprova sta tutta nella attuale crisi afghana. L’ ultima, ma non ultima, nello scenario  internazionale, a cui la medesima tecnocratica Europa potrà contrapporre solo e soltanto un risibile edulcolorato documento i cui effetti pratici al di là delle sterili parole di facciata sono vicini praticamente allo zero assoluto sia in termini economici come in termini di riconoscimenti e di alleanze, così come ancora di nette prese di posizione. 

E poco importa se non avverrà il riconoscimento del neo formato ed auto proclamato governo talebano da parte dei singoli Paesi in quanto ciò che alla fine prevarranno sono gli interessi legati alle enormi risorse energetiche di cui l’ Afghanistan è ricchissimo e per le quali non è un mistero che la Cina in primis come la Turchia o la Russia vadano avanti con aperture tutt’ altro che formali anche in termini di stanziamenti ed aiuti economici.

L’ Europa, seppur nata a suo tempo con il velleitario scopo di costituire il cosiddetto terzo blocco che si contrapponesse ai due grandi blocchi legati alla guerra fredda, in realtà è stata e rimarrà a sua volta terra di conquista, stante le divisioni imperanti tra Inghilterra e Francia e tra queste e la Germania e tra questi ancora ed i cosiddetti Paesi frugali.

Basti solo considerare l’ ambiguo e diversificato atteggiamento dei singoli Stati membri nei rapporti con la Russia, con la Cina, con i Paesi arabi, con il medio oriente ed il sud est asiatico. L’ unica vera novità è che con il crollo dell’ Unione sovietica ora la partita si è piuttosto spostata nei confronti delle economie emergenti, tra le quali la Cina è destinata a diventare sempre più una superpotenza quasi incontrastata anche dal punto di vista nucleare oltre che economico;  ed hai voglia a parlare di diritti umani: pecunia non olet.

E poco vale che in questa grossa partita tentino di inserirsi (per ora con scarsi successi) la sempre più intraprendente Turchia ed una Russia comunque restia ad abbandonare la scena.  Lo si è visto nei rapporti con la Libia, con l’ Iran, e ancora in Siria, e con il medio oriente in generale anche nell’ ambito dell’ eterno conflitto arabo israeliano.

Il disimpegno americano nell’ area che sa di resa incondizionata in fondo segue le sorti già avute a suo tempo dalla Russia nella riprova che “chi tocca l’ Afghanistan muore”. E non è tanto una legenda metropolitana allorchè dai documenti rinvenuti nel rifugio del leader di Al Quaeda, Osama Bin Laden questi richiese espressamente di non colpire Biden in quanto questi porterà gli Stati Uniti alla crisi. Troppo similari quelle immagini della fuga in fretta e furia delle rappresentanze diplomatiche americane con quella che fu la Saigon della fine degli anni 70.

Pare ovvio che altri attori si affrettino a volerne prendere il posto e mettere mano ai relativi ricchissimi giacimenti minerari  di cui il sottosuolo Afghano risulta ricchissimo ed il cui valore sfiora oltre un  trilione di dollari a partire dalla presenza di ingenti quantità di ferro, rame, cobalto, oro e metalli preziosi. Fonti statunitensi rivelano che l’Afghanistan potrebbe addirittura diventare “l’Arabia Saudita del Litio”,  materia prima fondamentale per la produzione di gran parte delle moderne apparecchiature tecnologiche, anche in campo militare, e quindi  con buona pace dei diritti umani con i quali molti occidentali si riempiono la bocca ma assai meno il cuore, stante quella che in fondo rimarrà la real politik del momento.

Ma comunque la si voglia considerare, sia pure la partita sottobanco (ma non troppo),  è già cominciata, l’ esito  è tutt’ altro che scontato vista la fine che hanno fatto anche gli ultimi  accordi inutilmente tentati dagli Stati Uniti troppo orfani di memoria. E la memoria storica si sa, chi non la possiede o la conosce, è purtroppo sempre destinato a ripetere gli stessi errori e ne sanno qualcosa proprio i russi.

Dialogare con quel Paese, come già lo si è visto con la Libia non è che sia difficile; è semplicemente quasi impossibile stante le lotte intestine e culturali tra le tante tribù che animano l’ area e che hanno trovato la loro unanimità solo e soltanto in circostanze cruciali per poi tornare rapidamente a perderla e a combattersi tra loro in una incessante guerra civile che ora veda sull’ altro fronte anche i terroristi dell’ Isis K visti i recenti attentati all’ aeroporto di Kabul.

Si veda  quello che fu quel movimento spontaneo sorto  fra le varie tribù contro il governo comunista di Kabul e dove sorsero i primi campi di addestramento per formare giovani combattenti nonché le strutture portanti del futuro Al Quaida. Un arruolamento che avveniva dapprima nelle scuole coraniche e nellemadrasse e, ad oggi, ancor di più sulla reti internet. E fu li che l’ occidente prese familiarità con i giovani “mujaheddin” termine che divenne di dominio popolare per descrivere proprio questi giovani guerriglieri armati che si ispiravano più o meno appropriatamente alla cultura religiosa islamica.

Ma il termine a ben vedere non implica alcun significato legato ai concetti né di “santo” né di “guerriero”, dal momento che il vocabolo ha il solo significato di “combattere per qualcosa di giusto e nobile”, non solo per l‘Islam ma anche, ad esempio, per la propria patria; è quindi per questo che lo stesso vocabolo significa anche “patriota”, nel senso più laico e nazionalista del termine.

I più noti e temuti tra i mujaheddin furono appunto quelli che combatterono contro l’invasione sovietica dell’  Afghanistan tra il 1979 e il 1989, ma che finirono come detto per combattersi poi l’un l’altro nella successiva guerra civile subito dopo il ritiro sovietico. E’ noto come essi furono finanziati, armati e addestrati in modo significativo da Stati Uniti (durante le presidenze di Jimmy Carter e Ronald Reagan), Pakistan e Arabia Saudita ed infine anche dal fondatore di Al Quaida, Osama Bin Laden, attraverso il Maktab al-Khidamat (MAK) che convogliò soldi, armi, e combattenti musulmani provenienti da tutto il mondo.

I mujaheddin vinsero quando l’Unione Sovietica ritirò le sue truppe dall’ Afghanistan nel 1989 a seguito dalla caduta del regime di Mohammad Najibullah nel 1992, ma non riuscirono tuttavia a fondare un governo unito, dividendosi dopo la ritirata sovietica, in due fazioni, l’ Alleanza del Nord ed appunto i Talebani i quali per un periodo estromisero dal potere proprio i mujaheddin tanto che molti musulmani da altre nazioni si offrirono volontari per aiutare questi ultimi. 

Talebani che tornano ora a far parlare di se dopo che per un periodo furono respinti da una coalizione internazionale con a capo proprio gli Stati Uniti che avevano finito di regolare i loro conti con Saddam Hussein in Irak. Ora sono tornati e tutto ricomincia di nuovo da zero come se nulla fosse con l’ aggravante che ad una situazione già esplosiva sul fronte immigrazione per lo più data da organizzazioni criminali e falsi profughi, ora si aggiungono profughi veri con i quali la comunità internazionale dovrà fare i conti sia pure come sempre procedendo per lo più in ordine sparso nei confronti di quei Paesi che per primi sono chiamati ad intervenire e che costituiscono terre di passaggio: si vedano Turchia, Grecia Pakistan ecc. variamente compensati.

Ordine sparso che servirà solo a creare confusione su confusione con un Europa che sul tema molto semplicemente risulta non pervenuta: non c’è mai stata, ne mai ci sarà, continuando a collezionare fallimenti su fallimenti come già fece con l’ accordo su Malta nel 2019 per il quale all’ epoca  una raggiante Lamorgese gridava al pieno successo nonostante su 52.845 migranti sbarcati sulle nostre coste ne furono poi  ricollocati solo  995 (sic).

In compenso una certa politica ipocrita ed ideologica, si è affrettata a mettere sotto accusa il Ministro dell’ Interno pro tempore reo di aver difeso l’ Italia e ad abolire i pacchetti sicurezza ridando il via libera alle organizzazioni criminali che plaudono continuando a fare affari sulla nostra pelle e sulle nostre finanze.

E tutto questo con la conseguenza ancora più odiosa che ora che ci troviamo davvero di fronte a profughi reali non sappiamo nemmeno come poterli accogliere essendoci già riempiti oltre misura i nostri campi di accoglienza con finti profughi troppo spesso al soldo della criminalità per le attività di spaccio e prostituzione se non per andare ad alimentare l’ altrettanto triste fenomeno del lavoro nero. Tutto ovviamente mentre in mare si continua a morire visto le complici strizzate d’ occhio alle Ong che continuano a fare affari.

E’ presto per dire come andrà realmente a finire e molte sono le possibili variabili visti i vari Paesi in ordine sparso che si affacceranno con i più diversi intenti sulla scena.

Quello che però è certo è che a fronte dei paventati diritti umani e dei diritti delle donne per cui tutti si stracciano  le vesti è nel frattempo iniziata la caccia al tesoro afghano, ma di questo, vorrei sbagliare, ben poco rimarrà all’ Italia.  All’ Italia,proprio  mentre altri faranno affari, temo rimarranno invece i soli migranti, la criminalità diffusa e il non troppo campato in aria rischio terroristico.

E anche qui, come per l’ Afghanistan, la storia si ripete, ma, come dire: nihil sub sole novi, si accomodino lor signori qui nel bengodi c’ è posto per tutti meno che per gli italiani ai quali resterà solo che pagare le tasse per pagare l’ ozio dei primi e di coloro che hanno pensato bene di svendere il loro Paese.  

Mauro Mancini Proietti

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