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La dipendenza tecnologica e la sovranità digitale (part.3)

Lasciamo la costa di Israele per imbarcarci in un’ideale traversata atlantica e giungere nella terra madre del digitale: gli Stati Uniti d’America. Illustrare in poche righe lo stato dell’arte della Cyber Security USA è francamente arduo; ho preso e posato la penna più volte prima di avventurarmi nell’impresa. Ci provo. Forse è superfluo ricordare che nei dintorni di New York nacque, nel lontano 1888, quella che noi conosciamo come IBM, ovvero la leggendaria compagnia che progettò e commercializzò le prime macchine di tabulazione negli anni ‘30 : apparecchi che potremmo definire i nonni anzi i trisnonni degli attuali calcolatori. Negli anni ’80 in California in una zona depressa a sud di San Francisco nacque la cosiddetta , e altrettanto leggendaria, Silicon Valley.

In definitiva si potrebbe dire che gli Stati Uniti stanno all’informatica come Dio sta ad Adamo, prendendomi la libertà di azzardare questa analogia un po’ blasfema. Nella sicurezza informatica la situazione in questo Paese è molto articolata ma, similmente ad Israele e con una semplificazione al limite estrema, anche qui militare e cyber sono quasi un unico corpo. Dal 2010 esiste l’ARCYBER, U.S. Army Cyber Command, un’unità dell’esercito di 20.000 esperti recentemente divisi in 133 unità di pronto intervento informatico, votata esclusivamente alla difesa cibernetica delle infrastrutture strategiche del Paese. Qui però finiscono le analogie con la terra di Sion, perché il rapporto imprese/Stato negli USA è molto diverso. Mentre nel caso di Israele si configura come una partnership naturale sin dall’istruzione universitaria dei futuri imprenditori, negli Stati Uniti è un rapporto commerciale a volte segnato da competizioni aspre e per niente patriottiche. Insomma lo Stato centrale è spesso vissuto come uno scocciatore o un ottimo cliente da spennare prima che il difensore dei confini fisici e virtuali della Nazione. D’altronde siamo in America, Business first of all. Tornando all’unità ARCYBER, essa non è un unicum di questo Paese. Ogni Nazione con un certo spessore nel panorama internazionale ha predisposto unità simili, se non altro formalmente. Ma per organizzazione, finanziamenti, peso politico e operatività, quella Statunitense è certamente un caso unico. La sicurezza digitale negli Stati Uniti ha subito due riorganizzazioni fondamentali sotto l’amministrazione Obama prima e quella di Trump poi. Nel 2015 il “Summary of the department of Defence Cyber Strategy “ definiva prettamente un ruolo difensivo per il Cyber Command. La versione successiva del 2018 in piena era Trumpiana virava certamente verso altre latitudini: competizione strategica tra grandi potenze, difesa in avanti e preparazione alla guerra, questi erano e sono i tre principi centrali sui quali imponeva di calibrare la sicurezza digitale. Un salto in avanti, una specie di “guerra preventiva” al terrorismo del cyberspazio con piani di vera e propria rappresaglia informatica. Un cambio di paradigma: la “mitigazione del rischio” o il “ridurre i rischi di Escalation “del documento del 2015, hanno lasciato il posto a slogan come “Attacco come difesa”, “Resilienza attiva”. Il documento parla esplicitamente di Russia e Cina come nemici e di “prepararsi alla guerra”. Non c’è di che stare allegri visto quello che sta accadendo nei nostri giorni . Il documento infine ha messo la ciliegina sulla torta ispirando la necessità di sfruttamento di massa della proprietà intellettuale statunitense da parte degli attori statali e non statali. In due parole: l’autarchia digitale. Mi fermo qua perché soltanto su questi documenti si potrebbe scrivere un trattato, figuriamoci sul punctum pruriens di questi approfondimenti. Un’ultima cosa conviene però dirla sugli Stati Uniti e la sua sicurezza informatica. Nonostante le grandi risorse economiche ed umane, le numerose soluzioni software offerte dalle grandi compagnie americane e l’organizzazione del Cyber Command, la difesa cibernetica Statunitense ha mostrato a più riprese dei punti deboli sorprendenti e delle criticità preoccupanti, fino a farla ammettere addirittura un’intrusione russa sui sistemi di conteggio digitale nelle elezioni del 2016. Come detto, non c’è molto di che stare allegri. (continua)

Andrea Cortona

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