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Natale 2020: “Vi racconto le mie feste lontano da casa”

Che effetto vi ha fatto assistere ancora ad una volta a strade semi deserte e posti di blocco in città? Il Viminale, ma anche i Comuni, hanno impiegato oltre 70mila uomini. La nota ufficiale parla di 55mila controlli e 823 multe nel solo giorno di Natale. Ma in realtà, a farne le spese più salate sono stati tutti quelli che hanno dovuto trascorrere queste festività lontano da casa. Avvolti da un’atmosfera che non appartiene al giorno della nascita di Gesù. Sobria e malinconica. In quanti sono rimasti bloccati nella città in cui hanno scelto di vivere per motivi di lavoro o necessità?

Ci abbiamo sperato fino alla fine. Perché se ci fossimo fermati alle indiscrezioni di stampa, quel ricongiungimento familiare di cui hanno parlato i giornali ci avrebbe ancora permesso di far rientro nella terra natia, per festeggiare il Natale, seppur particolarmente sobrio, in famiglia. E invece no. Il Governo non ci ha concesso questa opportunità. Limitando i rientri al 20 dicembre. Niente da fare per chi, come me, si è ritrovato in ufficio fino al 23 dicembre. Impossibile rientrare a casa. In questi giorni ho ascoltato tante storie di persone con cui ho condiviso le stesse difficoltà. Qualcuno si è perfino licenziato dal lavoro, per non aver ricevuto due giorni di permesso che gli avrebbero concesso un rientro a casa senza violare le disposizioni del decreto del consiglio dei ministri. Non mi sento di biasimare nessuno. Ma soltanto di esprimere la più totale vicinanza a chi si è sentito pressato dall’angoscia di trascorrere un Natale in solitudine, tra le mura fredde di una casa che non parla di famiglia. Un po’ come è successo a me. Ho trascorso la vigilia di Natale da sola, in casa, in videochiamata con i miei familiari. Triste, vero? Già. Eppure quest’anno è andata così. Senza il tradizionale scambio di regali, senza poter assistere alla messa tutti insieme. Senza quell’abbraccio con cui ci siamo sempre congedati prima di andare a letto. Per risvegliarsi la mattina dopo con il cuore pieno di serenità e libero da ogni pensiero. E invece no. Volete sapere com’è iniziato il mio 25 dicembre? L’ansia di vivere le mie prime festività da sola mi ha buttato giù dal letto alle 5. Il mio “Natale di sacrifici”, come lo ha definito la ministra Lamorgese, è iniziato con una colazione normale, come un giorno qualunque. E così è proseguito. Fino a quando non ho dovuto compilare quell’autocertificazione (obbligatoria nei giorni rossi) per poter uscire di casa e andare a trovare un amico. Ma con il terrore di dover uscire di casa e doversi giustificare davanti ad un operatore di polizia. Senza sapere perché e per quale motivo. Poco meno di un terrorismo psicologico che la scorsa primavera mi aveva tenuto segregata in casa. Ma questa volta no. Questa volta era diverso. Il mio Natale sobrio non poteva essere rovinato da un Governo che ad ottobre ci aveva imposto delle disposizioni rigide per prepararci ad un Natale tranquillo. Per poi ritrovarsi in una situazione di lockdown del tutto inaspettata. Se le cose, evidentemente, sono andate in maniera diversa da come ce le hanno raccontate due mesi fa, qualcosa non deve aver funzionato bene. Non possiamo far altro che guardare avanti. Una cosa è certa. Nessuno riuscirà mai a dimenticarsi di questo strano Natale 2020.

Irma Annaloro

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