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UNA SFIDA NEL “BEL PAESE” ED IL CONCETTO DI “IMPRENDITIVITA’”

Oggi voglio raccontare ciò che mi è accaduto di recente nello svolgimento della mia attività professionale. Spesso sentiamo parlare di una non celata diffidenza degli investitori stranieri nei confronti del nostro Paese. Investono in Paesi diversi dal loro, tenendosi però alla larga dal nostro, per timore che il loro sogno imprenditoriale si trasformi in un incubo, restando il sogno per anni sospeso tra ricorsi e controricorsi di stampo burocratico o provenienti dalle numerose associazioni presenti sul nostro territorio, ciascuna portatrice di un qualche interesse, non sempre condivisibile o comunque non sempre in assoluto compatibile con istanze legate alla modernità, con l’effetto finale di azzoppare la passione e di rendere meno interessante l’investimento, talvolta nel tempo trasformatosi irrimediabilmente in una perdita. Niente investimenti, scarsa ricchezza, mancanza di assunzioni. Il cerchio si chiude, in una sorta di “decrescita felice”, alla quale non possiamo arrenderci. Nonostante ciò, l’attrazione naturale determinata all’estero dal nostro Paese è comunque costante e significativa, a tale punto che pur al cospetto delle tante, troppe difficoltà talvolta qualche imprenditore decide di sfidare la sorte, impegnandosi a realizzare nel “Bel Paese” il proprio progetto. Ho assistito a detta sfida pochi giorni fa, quando ho conosciuto una signora statunitense che pur avendo assoluta contezza delle mille difficoltà che avrebbe comunque incontrato nel realizzare nel nostro Paese quanto progettato, ha deciso di correre il rischio e si è gettata a capofitto nell’impresa. Ha acquistato una dimora d’epoca, che versava in uno stato di incomprensibile abbandono, nonostante si tratti di un bene cosiddetto “notificato”, mettendo mano alle importanti opere di ristrutturazione che lo stesso impone, curando ogni dettaglio per riportare la struttura alla bellezza originaria, salvandola da un imperante degrado e magnificando naturalmente la meraviglia del luogo. Già per questo impegno un Paese “normale” agevolerebbe al massimo l’investitrice straniera, grato per avere la stessa “a vita nuova restituito” un luogo di estrema bellezza. Ma tale agevolazione dovrebbe diventare massima al cospetto della duplice finalità del progetto: da un lato l’esercizio di un’attività imprenditoriale, pertanto, com’è logico, con produzione di utili ma anche di ricchezza all’interno di un territorio (fornitori, dipendenti et cetera), e, dall’altro, l’esercizio di un’attività didattica e culturale di stampo fortemente etico anche con il reimpiego degli utili prodotti: aiutare mediante percorsi formativi da creare all’interno della struttura, studenti che abbiano fragilità cognitive. Una cooperazione con università nazionali ed internazionali per offrire opportunità di crescita e di conseguente autonomia (indipendenza) a chi mostri dette più o meno gravi fragilità. Un progetto assolutamente condivisibile che merita la massima attenzione ed ogni aiuto possibile, anche nella speranza che tale tipologia di progetto possa essere altrove replicata. Nell’approfondire ogni dettaglio di detto progetto, ho riflettuto sulla modernità del disegno di legge Stati Uniti D’Italia, che pone l’imprenditoria e l’”imprenditività”, – concetto quest’ultimo rivoluzionario per la nostra Carta Costituzionale con la sua previsione di una Repubblica fondata sul lavoro che non è però chiaro da chi debba essere creato, – al centro della riforma invocata per il Paese, nell’ottica di una sua doverosa e non più procrastinabile ristrutturazione rispetto alla quale il predetto Disegno di Legge si rivela ogni giorno di più un ottimo viatico.
Avv. Silvio Pittori

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