Le parole della nuova guerra culturale
A cura di Mark W. McDowell

Questa settimana Mark W. McDowell condivide le sue riflessioni proponendoci un approfondimento sulle parole del momento: Woke e Anti-woke
Negli ultimi anni, poche parole sono entrate nel dibattito politico con la rapidità di “woke” e “anti-woke”. Le sentiamo pronunciare nei talk show, nei comizi e sui social network, spesso come se avessero un significato evidente. In realtà, dietro questi due termini si nasconde una delle trasformazioni più interessanti della politica contemporanea: lo spostamento del conflitto politico verso i temi dell’identità, dei diritti, del linguaggio e della cultura.
Ma che cosa significa davvero essere woke? E perché, soprattutto negli ultimi anni, essere “anti-woke” è diventato per una parte della destra una vera e propria bandiera politica?
Da “restare svegli” alla consapevolezza sociale
La parola woke deriva dall’inglese awake, “sveglio”. Il termine si sviluppa nello slang afroamericano statunitense e viene utilizzato per indicare una persona consapevole delle ingiustizie e delle discriminazioni, in particolare di quelle legate al razzismo.
L’idea alla base è semplice: essere “svegli” significa non ignorare le disuguaglianze presenti nella società.
Nel corso del tempo, e soprattutto dagli anni Duemila e Dieci, il significato si è allargato. Woke ha iniziato a essere associato alla sensibilità verso una serie di questioni: discriminazione razziale, diritti delle donne, diritti delle persone LGBT, identità di genere, disuguaglianze sociali, linguaggio inclusivo e rapporto tra minoranze e istituzioni.
In questo senso, “woke” nasce come espressione di consapevolezza e attenzione verso le ingiustizie sociali. Non nasce, dunque, come insulto né come categoria ideologica rigidamente definita.
È nel momento in cui entra nella battaglia politica e culturale che le cose cambiano.
Quando “woke” diventa un’etichetta politica
Una parola nata per descrivere un atteggiamento può diventare, nel giro di pochi anni, un’etichetta con cui classificare — e spesso attaccare — un intero universo politico.
È quello che è successo a woke.
Per una parte del mondo progressista, essere woke significa mantenere alta l’attenzione sulle discriminazioni e riconoscere che alcune disuguaglianze non dipendono soltanto dai comportamenti individuali, ma possono essere incorporate nelle istituzioni e nelle strutture sociali.
Per i suoi critici, invece, il termine ha assunto un significato completamente diverso. Woke viene utilizzato per descrivere una cultura progressista considerata eccessivamente moralizzatrice, intollerante verso le opinioni dissenzienti e ossessionata dalle questioni identitarie.
Da qui nasce uno dei paradossi del termine: una stessa parola può essere utilizzata da una persona come definizione positiva di sé e da un’altra come accusa politica.
La nascita dell’anti-woke
Se woke diventa una parola-ombrello per descrivere una certa sensibilità progressista, anti-woke indica la reazione a quella sensibilità.
Il mondo anti-woke critica, in forme diverse, fenomeni come la political correctness, la cancel culture, alcune forme di attivismo identitario, determinate politiche sulle minoranze e alcuni approcci contemporanei alle questioni di genere e razza.
Uno dei punti centrali della critica è la libertà di espressione. Secondo gli anti-woke, la volontà di eliminare linguaggi e comportamenti discriminatori può trasformarsi in una pressione sociale che finisce per scoraggiare opinioni legittimamente controverse.
Un’altra critica riguarda il ruolo delle identità. L’accusa è che la politica contemporanea abbia finito per attribuire un peso eccessivo all’appartenenza a una categoria — uomo o donna, bianco o nero, eterosessuale o omosessuale — rispetto all’individuo.
Naturalmente, anche “anti-woke” è un’etichetta molto elastica. Può indicare una persona semplicemente scettica verso alcune forme di attivismo progressista oppure movimenti politici decisamente conservatori che fanno della lotta al woke uno dei propri principali strumenti di mobilitazione.
Una nuova linea di frattura politica
La vera novità è che woke e anti-woke descrivono una frattura che non coincide perfettamente con quella tradizionale tra destra e sinistra.
La vecchia divisione politica si concentrava soprattutto su temi economici: più o meno Stato, più o meno tasse, mercato e welfare, diritti dei lavoratori, redistribuzione della ricchezza.
La nuova guerra culturale aggiunge un’altra dimensione: chi siamo, come definiamo la nostra identità e quali valori devono orientare la società.
Da una parte troviamo chi mette al centro l’inclusione, la lotta alle discriminazioni e il riconoscimento delle identità individuali e collettive. Dall’altra chi difende maggiormente le tradizioni, l’universalismo dei diritti, la libertà di parola e la continuità delle norme sociali esistenti.
È possibile, però, essere progressisti in economia e critici verso il woke. Oppure essere liberali sui diritti civili senza condividere tutte le battaglie dell’attivismo identitario.
Per questo woke non significa semplicemente “di sinistra” e anti-woke non significa semplicemente “di destra”.
Perché la questione è diventata così importante
Il successo politico di queste parole dipende anche dalla loro capacità di concentrare in un’unica etichetta una quantità enorme di questioni.
Quando un politico parla di “woke”, può riferirsi contemporaneamente al linguaggio inclusivo, alla scuola, alla rappresentazione delle minoranze, ai diritti LGBT, all’immigrazione, al colonialismo, alla libertà di parola o alle politiche di genere.
È proprio questa elasticità a rendere il termine politicamente efficace.
Dire “sono contro il woke” può essere molto più immediato che spiegare nel dettaglio la propria posizione sulla cancel culture, sulle quote per le minoranze o sulle politiche relative all’identità di genere. Allo stesso modo, parlare di società “inclusiva” e di lotta alle discriminazioni permette al campo progressista di riunire battaglie diverse sotto una medesima idea di fondo.
Woke e anti-woke sono dunque anche strumenti di comunicazione politica.
Più che ideologie, parole della battaglia culturale
Forse il modo più corretto per comprendere questi termini è proprio questo: non sono vere e proprie ideologie politiche compiute.
Non esiste un “programma woke” universale, così come non esiste un unico manifesto dell’anti-woke.
Sono piuttosto etichette utilizzate per descrivere — e spesso per delegittimare — due diverse sensibilità culturali.
Il conflitto sottostante, però, è reale. Riguarda una domanda fondamentale: fino a che punto la società deve modificare le proprie norme, il proprio linguaggio e le proprie istituzioni per correggere discriminazioni storiche e contemporanee? E, al contrario, quando la ricerca dell’inclusione rischia di trasformarsi in conformismo, censura o imposizione culturale?
È questa la questione che si trova dietro la parola woke.
E forse è proprio per questo che, nonostante la sua origine apparentemente semplice, quella parola è diventata uno dei simboli della politica del nostro tempo.



