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EUROPA SOLIDALE ED INCLUSIVA: POLITICA ESTERA, BILANCI, GREEN ECONOMY E VACCINI NONCHE’ QUELLA IRRESISTIBILE LEGGEREZZA DELLE FAVOLE

Dallo schiaffo “turco ottomano” per questioni di seggiole o poco più, ai ben più sonori ceffoni recentemente ricevuti rispettivamente da Stati Uniti e Cina, così come con i suoi giri di walzer ondivaghi sui vari dossier aperti tra la questione medio orientale e balcanica a quelli sulla questione Ucraina, ed i relativi atteggiamenti da tenere nei confronti della Russia, per finire da ultimo al silenzio assordante per la questione del colpo di Stato militare in Myanmar, quella dell’ Europa non è certo una bella immagine che continua a dare di se.

Litigiosa su tutto tranne quando si tratti di accusare l’ Italia di violare (sic) i diritti umani di detenuti ed immigrati clandestini che vanno ad aumentare la nostra vivace criminalità autoctona e  salvo plaudire ad essa quando conferisce medaglie d’ oro al valore a chi sperona e ferisce i nostri militari incaricati di mantenere la legalità o ancora porti sul banco degli accusati un ministro reo di aver difeso gli interessi degli italiani, eccola ancora eclissarsi di nuovo quando si tratti di imporre il benché minimo rispetto dei contratti da parte delle case farmaceutiche in tema di vaccini, oppure di redigere un bilancio comunitario degno di tale nome.

Eppure ciononostante la tecnocratica Europa, così fortemente auto referenziale ed auto compiacente, va avanti per la sua strada nel dogma professo della sua infallibilità. Peccato, come scriveva qualcuno, che i dogmi non sono atti di governo, ma nel caso specifico piuttosto atti di fede per i quali l’ Italia, si teme, dovrà preoccuparsi, e non poco, a dispetto degli ambiziosi progetti altrimenti denominati “Next generation EU” (e relativo piano di rinascita e resilienza) e New Green Deal: altro che i ventilati programmi ONU di Agenda 2030 in termini di una economia ecosostenibile e di salvaguardia dell’ Ambiente.   

La verità, al di là del politically correct, è che entrambi rischiano di essere come più volte ho scritto una vera montagna che partorirà il topolino, sia per il mancato accordo finale che dovrà presiedere la distribuzione effettiva delle risorse, sia ancora per le “fumisterie” del nuovo corso verde che non tiene conto della realtà dei fatti come anche ad un bambino appare evidente.

Quella che con tutta evidenza ci troviamo di fronte è infatti un Europa di fatto costruita più per i tecnocrati che per i popoli e tutto è meno che solidale fra questi. E la riprova sta tutta in quello che già si mormora tra le varie stanze degli addetti ai lavori ed in quella che dovrebbe essere la nuova PAC 2021-2027 che per noi costituirebbe essa si  vera e propria linfa vitale di sopravvivenza di tutto il nostro settore agro alimentare e del relativo made in Italy. Un Europa in buona sostanza  laddove è il deficit di democrazia a prevalere rispetto a qualsiasi scelta sia economica che ecologica a partire dal richiesto affossamento del piano “Farm to fork”(che a sua volta non è che ci volesse un gran bene).

Così se dal punto di vista economico si stanno già rimodulando gli importi dei Recovery fund per i quali l’ Italia non sarà più il principale Paese beneficiario a vantaggio della Spagna (che tuttavia non sembra interessata ai suddetti prestiti) e per i quali l’ Italia, a fronte dei ventilati 209 miliardi,  al massimo ne potrà contare su 191,5 e comunque in una data ben lontana nel tempo. E’ non è che  dal punto di vista agricolo le cose si prospettano migliori visto la esiguità non certo equità nella distribuzione delle relative risorse con effetti che saranno per noi devastanti. Sarà infatti proprio la esiguità delle risorse a rendere ancor più esasperato il dibattito politico e la litigiosità dei singoli Stati ognuno ovviamente impegnato a far prevalere i propri interessi nazionali. Ma in casa di altri guai a chiamarli nazionalismi.

Ed è proprio guardando in casa nostra che vengono le note dolenti di una politica poco attenta alla salvaguardia di un settore, quello agro alimentare, che sarebbe esso si trainante per l’ intera economia. E se il settore è in sofferenza complice anche le attuali scellerate e demenziali chiusure di bar e ristoranti che hanno finito per assestargli un vero e proprio colpo di grazia atteso che questi ultimi altro non sono che il terminale di filiere agricole e agroalimentari integrate che gli vanno a sottrarre oltre il 30 per cento del fatturato, la sottrazione di adeguati sussidi alla relativa progettazione e sostegno alla produzione (il cosiddetto decoupling) faranno il resto.

E tutto questo sempre sperando venga definitivamente abortita l’ idea di quel “nutri score” ossia quella ennesima cervellotica idea elaborata (guarda caso) da Francia e Germania a scapito dell’ Italia ossia la nuova valutazione nutrizionale in etichetta basata sui contenuti di zuccheri e grassi, che andrebbe a penalizzare proprio i nostri prodotti DOP quasi fossero figli di un “Bio minore”. Una etichettatura a “semaforo rosso”, ancora guarda caso, di proprietà di un’ agenzia governativa francese che suggerisce ai consumatori cosa farebbe bene e cosa no alla loro salute.   

Eppure nonostante le imprese agricole e la difesa ambientale e della eco sostenibilità siano il futuro dell’ Italia e della sua necessità di sostenere il settore primario (l’ Italia è uno dei principali Paesi per la ricchezza e la varietà dei suoi eco sistemi, anche qui il futuro appare tutt’ altro che sereno.

E se la riforma della PAC del 2013 fu decisa in un periodo di piena recessione,  figuriamoci ora che il contesto economico e istituzionale è cambiato ulteriormente e non certo in meglio. Da allora infatti gli sviluppi geopolitici hanno ulteriormente aggravato l’incertezza dei mercati (uscita del Regno Unito dall’Unione nel gennaio 2020, la crisi del partenariato tradizionale UE-USA ed infine una generale stagnazione del multilateralismo commerciale senza che la proliferazione di accordi bilaterali sia riuscita  ad attenuare le tendenze protezionistiche e i conflitti commerciali), e hanno poi generato di fatto la comparsa di nuove sfide legate ai cambiamenti climatici e alla sostenibilità, che hanno accompagnato l’entrata in vigore dell’accordo di Parigi (COP 21), senza considerare infine  una crescita che è rimasta debole, fino a diventare assolutamente negativa a causa della pandemia di COVID-19.

Sta di fatto che la Commissione europea già a metà 2018 aveva  presentato le sue proposte legislative per la riforma della Politica Agricola Comune valida per il periodo 2021-2027 in termini assai esiziali, ma è anche un fatto che il protrarsi del negoziato sul Quadro Finanziario Pluriennale su cui come detto difficile trovare la quadra, ha reso necessario prevedere un periodo di transizione che si vede per ora costretto a prorogare al 31 dicembre 2022 la legislazione vigente sia pure con finanziamenti ridotti.

Per quanto riguarda le proposte di riforma ad oggi sul tavolo per il periodo 2021-2027, vi è da osservare che vi sia una grande rilevanza del nuovo modello di attuazione che prevede l’elaborazione, da parte di ciascuno Stato membro, di un piano strategico nazionale le cui azioni dovranno concorrere al raggiungimento di 9 obiettivi specifici del più generale Piano Europeo altrimenti detto di Green Deal e di un obiettivo trasversale, attraverso la programmazione e l’attuazione degli interventi previsti in entrambi i pilastri della PAC (finanziati dal FEAGA e dal FEASR).

E se è vero che già in questa prima fase di lavoro si è dato avvio alla consultazione delle parti economiche e sociali e di parte degli stakeholder della società civile, in particolare con le organizzazioni impegnate nel settore ambientale e a difesa degli animali (gennaio 2020) e alla condivisione di tutto il materiale prodotto dai tavoli tecnici, è anche vero che vi è la forte impressione di idee assai confuse.

Eppure l’ obiettivo, tenuto conto dell’avanzamento del negoziato, è di giungere alla stesura di un piano strategico coerente ed evidence-based, in cui autorità pubbliche nazionali e regionali/provinciali e portatori di interessi, si potranno riconoscere per avviare nel corso del 2021 il confronto formale con la Commissione europea, che approverà tutti i programmi strategici della PAC in un ottica che mirerebbe a promuovere un settore agricolo sostenibile e competitivo in grado di contribuire in modo significativo al Green Deal europeo, in particolare per quanto riguarda la strategia “dal produttore al consumatore” e la strategia sulla biodiversità.

Ciononostante andando a ben vedere dalle parole ai fatti la proposta della Commissione relativa al quadro finanziario pluriennale (QFP) per il periodo 2021-2027 ha definito il bilancio agricolo del futuro nel quale sebbene l’Unione continui a destinare una quota significativa del suo bilancio all’agricoltura (28,5% del totale del periodo), sono stati proposti tagli molto significativi in termini reali (-15%), a causa dell’uscita del Regno Unito (contributore netto al bilancio dell’UE) e delle esigenze di finanziamento derivanti dalle nuove priorità dell’Unione (migrazione, frontiere esterne, economia digitale, trasporti).

E’ così che a seguito della crisi economica scatenata dalla pandemia di COVID-19, il progetto di bilancio a lungo termine del 2018 è stato sostituito, nel maggio 2020, da una seconda proposta rafforzata del piano per la ripresa economica,  il Next Generation EU appunto, che più che sussidi sembra prevedere piuttosto dei prestiti.

Sarà quindi necessario affrontare un enorme gioco di squadra da parte dell’ attuale Governo per addivenire a qualcosa di maggiormente strutturale e di lungo periodo in termini di rilancio e che riesca ad emanciparsi da quella politica targata “5 stelle” che fa del parassitismo e dell’ assistenzialismo a fondo perduto la propria bandiera.

In tale direzione punterebbe comunque il Ministero della Transizione Ecologica ed il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza con i suoi cinque obbiettivi legati a “rendere l’ Italia resiliente agli inevitabili cambiamenti climatici”, rendere il sistema “più sostenibile nel lungo termine garantendone la competitività la piena occupazione e la riduzione del gap tra le regioni”, lo sviluppo di “una leadership internazionale industriale e di knowledge” nelle principali filiere della transizione” e, da ultimo, “aumentando la consapevolezza di una cultura realmente ambientale proprio attraverso la de carbonizzazione e la sostenibilità.

Ma tutto questo, lo si ripete, lo si potrà ottenere  soltanto risolvendo del tutto le profonde contraddizioni di una compagine governativa che sappia scrollarsi di dosso le scorie di quella parte di essa maggiormente ideologicizzata, resistente al cambiamento, alla meritocrazia e allo sviluppo in cui è lo sterile assistenzialismo ed il parassitismo ad avere la prevalenza.

Soltanto così, eliminati gli indiani all’ interno del forte, potrà pensarsi di poter affrontare le difficili sfide che ci attendono in Europa ed al tavolo delle trattative perché solo una cosa è certa: credere ancora alla favola di una Europa solidale ed assistenziale a fondo perduto è come ostinarsi ancora a credere che siano le tartarughe a correre più delle lepri come in certe favole di Esopo.

Ma si sa, quest’ ultimo, oltre ad essere definito gobbo e deforme, secondo Erodoto pare finì per morire di morte violenta, ucciso dalla popolazione di Delfi, dopo essere stato assalito durante una delle sue orazioni pubbliche, proprio per la plateale assurdità di simili astrusità che possono esistere appunto solo nel mondo delle fiabe. Quelle stesse favole a cui qualcuno continua ancora a tutti i costi ad essere ancorato.

Mauro Mancini Proietti

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