
La Polonia rimpatria il doppio degli stranieri irregolari rispetto all’Italia, pur avendo ventidue milioni di abitanti in meno. Nel nostro Paese le forze dell’ordine fermano quotidianamente persone destinatarie di provvedimenti di espulsione, ma il sistema spesso non consente di darvi effettiva esecuzione. Nel frattempo, le proteste contro l’applicazione delle regole finiscono per colpire coloro che ,di quelle vicende , non hanno alcuna responsabilità.
di Marco Fancelli
Chi avesse visitato Varsavia vent’anni fa e vi tornasse oggi, faticherebbe a riconoscere la città.
La trasformazione urbanistica è essa stessa il riflesso di un Paese che, mentre gran parte dell’Europa rallentava, ha continuato a crescere.
Nel secondo trimestre l’economia polacca è cresciuta di circa il 3,8%. Lo stimano gli economisti di ING, dopo il 3,5% registrato nei primi tre mesi dell’anno. Nello stesso periodo, Italia e Germania si attestano intorno allo zero. A giugno la produzione industriale polacca è aumentata del 7,6%, quella delle costruzioni del 5,2%, mentre la retribuzione media lorda ha superato i 9.400 złoty mensili, pari a circa 2.150 euro, con un incremento reale del 3,3% al netto dell’inflazione.
Si aggiunge un ulteriore elemento: in Polonia il livello dei prezzi resta ancora inferiore di circa un quarto rispetto alla media europea. In pratica, in termini di potere di acquisto, cento euro a Varsavia equivalgono a circa centotrenta euro in una città come Roma, per l’acquisto dei medesimi beni e servizi.
Vi è poi un tema ampiamente discusso nel dibattito pubblico, ma raramente affrontato partendo dai dati.
La Polonia non ha chiuso le proprie frontiere, ma, al contrario, ospita circa due milioni di cittadini stranieri titolari di un regolare permesso di soggiorno e, per sei anni consecutivi, tra il 2017 e il 2022, ha rilasciato il maggior numero di “primi permessi” a cittadini extracomunitari rispetto agli altri Paesi europei. La motivazione risiede nel fatto che l’ingresso avviene prevalentemente attraverso canali regolari, con un contratto di lavoro e un titolo di soggiorno.
Sul confine con la Bielorussia, principale direttrice dell’immigrazione irregolare verso quella parte d’Europa, nei primi tre mesi dell’anno sono stati registrati 158 tentativi di attraversamento illegale, contro i 3.306 dello stesso periodo del 2022: una riduzione del 96%. Chi perde il titolo per permanere nel Paese, inoltre, non vi rimane a lungo. Nel 2025 circa 9.700 persone hanno lasciato la Polonia in esecuzione di un provvedimento di rimpatrio. A luglio undici cittadini georgiani, condannati per violenza sessuale, rapina, risse e guida in stato di ebbrezza, sono stati rimpatriati con accompagnamento forzato. L’esecuzione del provvedimento è avvenuta senza le prolungate controversie mediatiche che spesso accompagnano analoghe vicende nel panorama italiano.
Noi, nel 2025, abbiamo emesso 21.295 ordini di allontanamento dal territorio nazionale e ne abbiamo eseguiti 4.780, secondo i dati trasmessi dal Ministero dell’Interno a Eurostat. La Corte dei Conti rileva che in Italia viene effettivamente eseguito soltanto un provvedimento di espulsione su cinque. La Polonia, pur avendo ventidue milioni di abitanti in meno, realizza un numero di rimpatri pari a circa il doppio di quello italiano.
Per comprendere le ragioni di tale divario è necessario esaminare il funzionamento del sistema italiano.
Si tratta di un aspetto che costituisce motivo di forte frustrazione per molti appartenenti alle forze dell’ordine.
Ogni giorno gli operatori identificano cittadini stranieri irregolari, li accompagnano in Questura svolgendo per ore tutte le attività previste dalla normativ; tuttavia, in un numero significativo di casi, le persone vengono rimesse in libertà con un ordine di allontanamento volontario entro sette giorni. La ragione è nota: i posti disponibili nei Centri di permanenza per il rimpatrio sono appena 1.522 sull’intero territorio nazionale, distribuiti in undici strutture; mediamente circa la metà delle persone trattenute viene comunque rilasciata e, nel 2023, solo il dieci per cento di coloro che sono transitati in un CPR è stato effettivamente rimpatriato.
Evidentemente questa situazione contribuisce al ripetersi di vicende già note alla cronaca giudiziaria come quella che ha visto coinvolto il poliziotto Christian Di Martino. L’agente fu accoltellato alla stazione di Lambrate da un cittadino marocchino irregolare già destinatario di tre decreti di espulsione, l’ultimo dei quali non eseguito per l’indisponibilità di posti nei centri di trattenimento. L’epilogo fu il grave accoltellamento dell’agente.
Quando il sistema entra in crisi, si assiste al consueto rimpallo di responsabilità.
Da un lato, la politica attribuisce ai giudici la responsabilità delle difficoltà applicative; dall’altro, la magistratura replica di limitarsi ad applicare il quadro normativo predisposto dal legislatore. Ed è questo il nocciolo del problema: entrambe le ricostruzioni contengono una parte di verità.
Un esempio significativo è rappresentato dalla vicenda dei centri realizzati in Albania. Il protocollo risale al novembre 2023 e riguarda le strutture di Shengjin e Gjader, situate in territorio albanese ma sottoposte alla giurisdizione italiana.
Da allora si sono susseguiti provvedimenti di mancata convalida dei trattenimenti, ricorsi promossi dal Ministero dell’Interno, rinvii pregiudiziali alla Corte di giustizia dell’Unione europea, una sentenza della Corte di Lussemburgo sulla disciplina dei Paesi sicuri e, da ultimo, un decreto che ha trasformato il centro di Gjader in un ordinario Centro di permanenza per il rimpatrio. Il 23 aprile di quest’anno l’Avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea ha ritenuto compatibile il protocollo con il diritto dell’Unione, pur trattandosi di un parere non vincolante, in attesa della decisione definitiva della Corte.
Dopo oltre due anni di contenzioso istituzionale il risultato è questo: 536 persone transitate nel centro di Gjader nell’arco di un anno, secondo i dati diffusi dallo stesso partito di maggioranza. Nello stesso periodo la Polonia esegue un numero di rimpatri più che doppio nell’arco di due mesi, senza ricorrere a strutture analoghe all’estero.
Da oltre vent’anni il nodo continua a rimanere irrisolto, alimentando la contrapposizione politica, più che la ricerca effettiva di una soluzione stabile.
Ogni decisione giudiziaria viene immediatamente rivendicata come una conferma delle rispettive posizioni politiche e ogni episodio di cronaca diventa motivo di scontro pubblico. Nel frattempo, però, le persone destinatarie dei provvedimenti di espulsione rimangono spesso irreperibili e, non di rado, ricompaiono successivamente nelle cronache giudiziarie. Vi è poi un ulteriore profilo che merita particolare attenzione. L’Italia guarda con ammirazione ai Paesi nei quali il rispetto delle regole rappresenta un valore condiviso: dalla Svizzera alla Germania, fino alla Polonia. Eppure, in Italia, quando si tratta di far rispettare le leggi, accade frequentemente che l’azione delle Istituzioni incontri forme di contestazione che, in alcuni casi, degenerano anche in episodi di violenza.
È quanto accaduto il 20 luglio a Bologna, dove, al termine di un presidio pacifico organizzato in seguito alla morte di Abderrahim Fakir, deceduto durante un fermo di polizia, un gruppo di facinorosi ha devastato il centro cittadino per diverse ore. Il bilancio è stato di sessantaquattro agenti feriti, sei mezzi della Polizia danneggiati, vetrine di esercizi commerciali e sportelli bancomat distrutti, due autovetture incendiate e un cantiere del tram gravemente danneggiato. Confcommercio ha successivamente attivato uno sportello di assistenza per gli esercenti coinvolti, costretti a chiudere anticipatamente le proprie attività e a subire rilevanti perdite economiche.
Sulla morte di Fakir sarà la magistratura ad accertare eventuali responsabilità, ed è corretto che sia così. Diverso è il giudizio sulle devastazioni che hanno colpito il centro cittadino. Dietro una saracinesca non vi è un simbolo del potere, ma il lavoro di una famiglia, anni di sacrifici, un mutuo da sostenere e dipendenti che il giorno successivo hanno trovato la propria attività danneggiata. Colpire chi è del tutto estraneo ai fatti non rappresenta una forma di tutela dei diritti, ma un comportamento gravemente ingiustificabile.
Occorre allora individuare con precisione dove risiedono le responsabilità. Il problema non riguarda gli immigrati in quanto tali, né gli operatori delle forze dell’ordine chiamati ad applicare la legge. Le responsabilità principali sono riconducibili alle scelte legislative e amministrative che si sono succedute negli ultimi vent’anni. Il dato relativo ai provvedimenti di espulsione rimasti ineseguiti è rimasto sostanzialmente costante, indipendentemente dall’alternanza tra governi orientati verso politiche più restrittive e governi favorevoli a un’impostazione più aperta in materia di immigrazione.
Le conseguenze ricadono su due categorie di persone. Da un lato i cittadini che percepiscono una crescente insicurezza negli spazi pubblici; dall’altro coloro che arrivano in Italia con l’intenzione di lavorare ma che, anche dopo molti anni, continuano a vivere in una condizione di irregolarità e precarietà lavorativa, con evidenti vantaggi per chi beneficia di manodopera priva delle necessarie tutele. In Polonia circa otto cittadini ucraini adulti su dieci svolgono un’attività lavorativa regolare e contribuiscono al sistema previdenziale di un Paese caratterizzato da una forte crisi demografica.
La differenza non risiede nelle persone, ma nella capacità dello Stato di rendere effettive le regole che esso stesso ha introdotto.
Detto questo, la Polonia non rappresenta un modello privo di criticità. Quest’anno il deficit pubblico dovrebbe avvicinarsi al 6,5% del prodotto interno lordo e il debito è previsto in crescita fino al 68% nel 2027, rispetto al 49,5% registrato nel 2023. Inoltre, a fine agosto terminerà il ciclo dei fondi europei che ha sostenuto una parte significativa della crescita economica. Nel 2025 nel Paese sono nati 238 mila bambini, mentre i decessi hanno superato quota 406 mila.
Anche la Polonia dovrà quindi confrontarsi con importanti sfide strutturali.
Ciò nonostante, le imprese statunitensi hanno investito quasi 40 miliardi di dollari e gli Stati Uniti rappresentano oggi il secondo investitore estero del Paese, dopo la Germania. Chi investe oggi in Polonia non lo fa soltanto per il costo del lavoro, ma perché ritiene quel sistema economico e istituzionale più affidabile, più prevedibile e più favorevole agli investimenti.
Resta e una domanda.
La Polonia sta finanziando il proprio debito attraverso investimenti in infrastrutture, capacità produttiva, sicurezza e funzionamento delle istituzioni. L’Italia convive con un debito pubblico di dimensioni ben maggiori e, dunque, con tutto quel debito, cosa abbiamo costruito?
Al primo gennaio di quest’anno la popolazione italiana è rimasta sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente soltanto perché alla diminuzione di 189 mila cittadini italiani ha corrisposto un incremento di 188 mila cittadini stranieri. Nel biennio 2023-2024 sono inoltre emigrati all’estero 270 mila italiani, il 39% in più rispetto ai due anni precedenti. Non stiamo semplicemente perdendo popolazione: stiamo perdendo una parte crescente dei nostri cittadini.
Vent’anni fa erano molti giovani polacchi a trasferirsi in Italia per lavorare nei cantieri. Oggi sono sempre più numerosi i giovani italiani a cercare opportunità all’estero, mentre quelli polacchi restano nel proprio Paese. Se questa tendenza dovesse proseguire, tra dieci o quindici anni un giovane italiano potrebbe preparare la valigia per trasferirsi a Varsavia.
Non è una previsione.
È una direzione.
E le direzioni, a differenza delle previsioni, possono ancora essere cambiate.
Fonti dei dati citati
• Crescita e produzione: stime ING Bank Śląski e Bank Pekao sul PIL del secondo trimestre 2026; dati GUS su produzione industriale e costruzioni, giugno 2026.
• Salari e prezzi: GUS, retribuzione media settore imprese giugno 2026; Eurostat, livelli dei prezzi per consumo effettivo individuale 2025.
• Immigrazione in Polonia: Urząd do Spraw Cudzoziemców, 2 milioni di permessi di soggiorno (aprile 2026); Ministero dell’Interno polacco, tentativi di attraversamento illegale al confine bielorusso, primo trimestre 2026; Straż Graniczna, dati sui rimpatri 2025 e primo semestre 2026.
• Rimpatri in Italia: Eurostat, ordini di allontanamento e rimpatri effettivi 2025; Corte dei conti, tasso di esecuzione dei provvedimenti di espulsione.
• CPR: capienza complessiva e tassi di rilascio e rimpatrio, elaborazioni su dati Ministero dell’Interno.
• Protocollo Italia-Albania: conclusioni dell’avvocato generale della Corte di giustizia UE del 23 aprile 2026, causa C-414/25; ordinanze della Corte di cassazione; dati sui transiti nel centro di Gjader.
• Bologna, 20 luglio 2026: comunicato della Questura di Bologna; Confcommercio Ascom Bologna.
• Conti pubblici polacchi: Commissione europea, previsioni economiche di primavera 2026; Fitch Ratings.
• Demografia: GUS per la Polonia; Istat, Indicatori demografici, per l’Italia.
• Investimenti esteri: rapporto AmCham Poland e McKinsey, 29 giugno 2026.




