ART. 577 BIS C.P.
Commento a cura di Erika Basile
L’art.577-bis del codice penale italiano punisce “chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali”.
Si tratta del nuovo reato di femminicidio, introdotto con la Legge 2 dicembre 2025 n.181, approvata proprio il 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Diceva Michela Murgia “La parola femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perchè”.
Basta leggere i numeri: ogni tre giorni viene uccisa una donna.
Tutti abbiamo una madre, una sorella, una moglie e/o compagna, una figlia, un’amica: una donna che conosciamo bene forse potrebbe essere la prossima vittima.
Anche il Presidente Mattarella ha ribadito che “La violenza contro le donne è diventata un’emergenza di primaria importanza per l’Italia”.
Non seguiamo quelli che proclamano che basta dire omicidio e non conta il genere di chi viene assassinata; che i femminicidi debbano essere chiamati delitti passionali, negando quindi l’esistenza di un reato specifico; che i maschi forti, cioè quelli in grado di dominare le passioni, debbano difendere le donne da considerare semplicemente degli esseri fragili; che il genere maschile, al contrario, in questo modo viene criminalizzato, anche dall’eventuale inserimento a scuola dell’educazione sessuo-affettiva.
Bisogna parlare anche nelle scuole oltre che nelle famiglie di possesso, di fine di una relazione, di manipolazione, di violenza anche economica.
La risposta non può e non deve essere la rassegnazione. Il cambiamento di questa nostra soscietà e mentalità deve passare anche attraverso gli uomini. Anche gli uomini devono mobilitarsi per dire basta.
In Italia la maggiorparte delle donne non denuncia e l’uomo si sente in diritto di decidere sulla vita di lei. “Ma le donne non hanno bisogno di essere protette, hanno bisogno di non appartenere a nessuno. Perchè ogni volta che un uomo dichiara di proteggere una donna, sta contemporaneamente rivendicando il diritto di decidere da che cosa. Decidendo dove può andare, chi può frequentare, come può vestirsi, cosa può pensare, quando può andarsene.”
Ricordiamoci che “la violenza non inizia da uno schiaffo. Ma dal controllo” e riguardiamoci alcune scene del film di Paola Cortellesi “C’è ancora domani”, quelle in cui il fidanzato dice alla figlia della protagonista come si deve vestire e se si può truccare.
Damiano Rizzi, psicologo e fratello di una vittima di femminicidio, sostiene che “Non servono maschi forti che dominano le emozioni ma uomini capaci di riconoscerle e regolarle.”
Basta anche trovare delle giustificazioni al comportamento degli uomini: l’ira, la gelosia, la rabbia non valgono una vita umana. E smettiamola di dire alle donne come devono comportarsi se il maschio è violento: non andare all’ultimo appuntamento, non stare da sola, ecc.
“Da decenni si denuncia che i femminicidi sono in gran parte morti annunciate e che mostrano il fallimento delle risposte istituzionali alla violenza di genere”.
“Non vogliamo più seppellire donne. Ci vogliamo vive”
Concludo con i versi dell’attivista peruviana Cristina Torres Cáceres “Se domani tocca a me, vorrei essere l’ultima”.




