
A cura dell’Avv. Emanuela Fancelli
Ci sono sentenze che chiudono un processo e altre che, invece, ne aprono uno molto più grande.
Non nelle aule di giustizia, ma nella coscienza collettiva. La condanna definitiva del gioielliere Roggero appartiene a questa seconda categoria. Il dibattito che ne è seguito non riguarda soltanto una vicenda giudiziaria. Riguarda il rapporto tra il cittadino e lo Stato, tra la legge e la giustizia, tra ciò che è giuridicamente corretto e ciò che viene percepito come giusto.
Molti hanno concentrato l’attenzione sul momento esatto in cui la legittima difesa sarebbe cessata per trasformarsi in eccesso, sui secondi trascorsi tra l’aggressione e la reazione, sulla distanza che separava il gioielliere dai rapinatori, quasi che la giustizia potesse essere racchiusa nella misurazione del tempo. Sono aspetti essenziali per il diritto e nessuno può negarne l’importanza. Eppure, fermarsi a questa analisi significa forse perdere di vista la domanda più profonda che questa vicenda ci consegna: una sentenza conforme alla legge è sempre anche una sentenza giusta?
l bisogno di vedere il male punito accompagna l’uomo da sempre.
È così radicato nella nostra natura che attraversa religioni, culture e tradizioni diverse. Quando ci affidiamo alla giustizia divina, alla Provvidenza, al karma o semplicemente alla saggezza popolare, ripetendo proverbi come “chi la fa l’aspetti”, non facciamo altro che cercare la stessa rassicurazione: credere che il male non possa rimanere impunito.
È un bisogno antico, universale, profondamente umano.
È lo stesso motivo per cui continuiamo a identificarci con il Giustiziere della notte, con Kill Bill, John Wick o con Robert McCall di The Equalizer o con tanti altri protagonisti della letteratura e del cinema. Non perché la violenza eserciti un fascino particolare, ma perché quelle storie raccontano un mondo nel quale la giustizia istituzionale ha fallito, è arrivata troppo tardi o non è stata capace di restituire alle vittime il senso dell’equilibrio perduto. Il vendicatore diventa così il simbolo di un’esigenza che appartiene a tutti: vedere il male trovare una risposta.
È proprio per sottrarre questo bisogno alla vendetta, rectius privata compensazione, che è nato lo Stato di diritto. La giustizia non è stata affidata al singolo, ma a un’autorità imparziale, perché nessuno fosse più costretto a farsi giustizia da sé. In cambio, lo Stato ha assunto il compito più difficile: garantire ai cittadini che ogni torto avrebbe trovato una risposta giusta.
Ma ogni patto vive di fiducia.
Ed è questa fiducia che il caso Roggero sembra oggi mettere in discussione.
Da giorni molti ripetono che la sentenza è conforme alla legge, ma la storia del diritto insegna che legalità e giustizia non coincidono sempre. Se così fosse, non avremmo mai modificato una legge, non avremmo mai corretto norme che il tempo ha rivelato inique, non avremmo mai sentito il bisogno di distinguere tra ciò che è legale e ciò che è giusto.
Per questo la vera domanda non riguarda soltanto Roggero. Riguarda ciascuno di noi.
Perché quell’uomo ha rincorso i rapinatori? Perché non si è fermato? Perché non ha affidato completamente il resto alla giustizia dello Stato?
Nessuno può conoscere ciò che accade nella mente di una persona in un momento così drammatico. Ma forse la domanda ancora più significativa è un’altra: perché una parte così ampia dell’opinione pubblica comprende quel gesto, pur senza necessariamente condividerlo?
Forse perché la “vendetta”, nella maggior parte dei casi, non è la causa e neppure il concetto più adatto a descrivere la complessità delle vicende.
È l’effetto della perdita di fiducia.
Quando il cittadino teme che il male possa restare impunito o che la risposta dello Stato non sia percepita come adeguata, nasce la tentazione di colmare quel vuoto da solo.Naturalmente uno Stato di diritto non può accettarlo. Se legittimasse la giustizia privata, rinnegherebbe se stesso. Ma proprio per questo non può limitarsi a chiedere ai cittadini di avere fiducia: deve meritarsela e deve valutare la vicenda nella sua particolarità nel modo più ampio.
La forza dello Stato non risiede soltanto nel monopolio della forza. Risiede, soprattutto, nella credibilità della sua giustizia. Perché è quella credibilità che convince il cittadino a rinunciare alla vendetta, confidando che sarà l’ordinamento a ristabilire l’equilibrio infranto.
Il caso Roggero, allora, non pone soltanto un problema giuridico. Solleva una questione ancora più delicata: come può lo Stato chiedere ai cittadini di rinunciare definitivamente all’idea di farsi giustizia da sé se essi non riconoscono più nella giustizia pubblica una risposta sufficientemente efficace, tempestiva e giusta?
È una domanda che non mette in discussione l’indipendenza della magistratura né il valore delle regole. Al contrario, riguarda il fondamento stesso dello Stato di diritto.
Perché una democrazia è davvero forte quando i cittadini non rinunciano alla vendetta per paura della legge, ma perché hanno fiducia nella giustizia.
Ed è proprio questa fiducia, oggi, che il caso Roggero ci invita a interrogare.

