Il racconto del martedì di mark William McDowell
Non era un mattino qualunque, anche se la sveglia suonò puntualmente alle 6.45, e il caffè come sempre finì mentre io ancora cercavo di distinguere il profumo dell’arabica da quello dell’oblio notturno. Fuori, Roma era già in tumulto: clacson, motorini, voci al mercato. Eppure, in mezzo a quel caos, il mondo decise di piegarsi su un punto infinitesimale di spazio-tempo: il marciapiede davanti al bar Il Fulmine, in via delle Terme di Diocleziano. Proprio lì, tra un sorso di cappuccino e un sorriso rivolto al nulla, accadde.

Un lampo. No, non il solito bagliore dei tramonti romani, quel riflesso cangiante del Tevere che ogni sera finge di incendiare il cielo. Fu un bagliore dentro. Un’esplosione silenziosa che mi fece drizzare i capelli come se Giove avesse appena scagliato il suo dardo proprio sul mio petto. I secondi si dilatarono, il tempo si piegò su se stesso, e la realtà, quella che fino a un attimo prima era fatta di bollette, scadenze e mail si liquefò in un vortice d’oro. Alla fine del bancone, appoggiata al banco di marmo come una statua di Callas sospesa tra un’aria e l’altra, c’era lei.
Non so dire il colore dei suoi occhi, perché non li ho mai davvero guardati: li ho sentiti addosso, come un vento caldo di scirocco che mi scendeva lungo la nuca e mi scioglieva le ginocchia. So soltanto che, quando il suo sguardo incrociò il mio, il mio cervello quel fatale traditore smise di registrare il resto del mondo. La caffettiera smise di fischiare, il barista tacque in mezzo a un “Ehi, ragazzi”, e il rombo dei bus sembrò allontanarsi come un’eco in fondo a una cisterna.
Fu allora che la voce antica delle Metamorfosi risuonò dentro di me, come se Ovidio avesse preso posto sullo sgabello accanto al mio: Chi è toccato dal desiderio divino non può rimanere la stessa persona. E infatti non lo fui più. In quell’istante, il mio io di plastica da ufficio si spaccò in mille frammenti di luce, e ogni scheggia rifletteva un volto che non avevo mai visto ma che, in fondo, aspettavo da sempre.
Lo so, lo so: adesso qualche lettore razionalista starà già sospirando: Ma per favore, è solo dopamina. E invece no, non lo era. O meglio: lo era, ma era anche tutto il resto. Perché quella scarica la stessa che i neuroscienziati chiamano fase di ricompensa e attaccamento, non è mai solo chimica. È anche poesia, è anche paura, è anche la promessa che l’universo non ti ha dimenticato.
Mi avvicinai al banco come in apnea. Lei stava ordinando un caffè ristretto, zucchero di canna, goccia di latte di mandorla. Un ordine così preciso da sembrare un incantesimo. Il barista un ragazzo coi dreadlock e un tatuaggio di Saffo sul braccio annuì, poi si voltò verso di me con un sorriso da cospiratore: Tocca a te, amico. Aprii la bocca, ma uscì soltanto un suono che non era né parola né respiro. Lei sorrise. E in quel sorriso cera tutto l’Olimpo: Giove che scende, Eros che alza l’arco, Dioniso che scatena il suo tripudio di vini e flauti.
Le nostre mani si toccarono mentre prendevamo i rispettivi caffè. Un contatto brevissimo, nemmeno un secondo. Ma bastò per far scattare la terza fase: il riconoscimento. Non quello superficiale dei volti, ma quello più profondo delle cellule. Il mio sistema limbico quel vecchio saggio che abita nel cervello riconobbe il suo odore di cedro e vaniglia, la frequenza cardiaca, che, lo seppi solo dopo, batteva all’unisono con la mia.
Nei giorni seguenti, Roma diventò un set cinematografico. I sampietrini brillavano come pietre preziose, i gabbiani sembravano messaggeri di qualche dio minore, e persino il traffico, quel mostro quotidiano si trasformò in una sinfonia di clacson d’amore. Ci incontrammo ogni mattina al bar. Lui il barista iniziò a chiamarci i due fulmini, e ci regalò un tavolino riservato vicino alla finestra, dove i raggi del sole entravano obliqui come lance d’oro.
Parlammo di tutto e di niente. Scoprii che lei era un’archeologa, appena rientrata da una campagna in Anatolia, dove aveva disseppellito una statua di Cibele colpita, udite, da un fulmine antico. Il bronzo era fuso in un punto solo, mi disse, come se la dea avesse voluto lasciare il marchio di un bacio infuocato. Ascoltarla era come leggere un’ode: ogni parola aveva il peso di un mattone di Babilonia, e ogni silenzio era una finestra aperta sul cielo.
Una sera, mentre passeggiavamo lungo il Tevere, il cielo si aprì in un temporale d’agosto. I fulmini serpeggiavano tra le nuvole come radici di luce. Lei si fermò, alzò la faccia verso la pioggia, e disse: Lo sapevi che ogni scarica produce fino a un miliardo di volt? Eppure, il cuore umano, con i suoi miseri 100 watt, può essere più potente. Fu allora che capii: non eravamo noi a cercare il fulmine; era il fulmine che ci cercava da sempre.
La storia, come tutte le storie, doveva confrontarsi con l’atterraggio. I dopamina party terminano, le noradrenaline si esauriscono, e la corteccia prefrontale, quella che ci ricorda le bollette riprende il sopravvento. Ma il nostro fulmine non si spense. Perché, come ci insegna la ricerca, la vera discriminante non è l’intensità del colpo, ma la qualità del follow-up relazionale.
E noi seguimmo il rituale: i litigi su dove mettere le chiavi, le notti in cui lei scriveva sul campo e io cucinavo pasta al pomodoro cercando di non bruciarla, i fine settimana passati a riempire moduli per finanziamenti archeologici mentre i nostri amici ci chiamavano i Sumeri perché ci perdevano di vista per mesi. Ma ogni volta che il fuoco sembrava calare, un piccolo gesto una carezza sul braccio mentre lei leggeva, una nota lasciata sotto la tazzina ridiventava scintilla.
Oggi, a distanza di anni, il nostro primo tavolino al bar Il Fulmine è diventato un piccolo altare domestico: la tazzina da cui lei bevve, conservata come una reliquia; la foto scattata dal barista, in cui i nostri volti sono sfocati, ma il bagliore tra noi è nitido come una lama.
E ogni volta che qualcuno mi chiede: Ma il colpo di fulmine esiste davvero? penso a quella mattina. Penso a Zeus che si china dal cielo, a Ovidio che sorride in disparte, ai neuroni che ballano la carioca. Poi rispondo: Esiste. È un invito a riconoscere che l’infinito può entrare dalla porta di un bar e sedersi al tuo tavolo. Basta non chiudere gli occhi quando arriva.

Bello
Bello , leggero ma non banale , romantico ma non stucchevole. Un incontro che tutti vorrebbero!