Il racconto del martedì di Mark W. Mcdowell

Il sogno iniziò con la fine di un altro: mi trovavo in una stanza dove il tempo si era arrugginito, e sul tavolo di ferro giaceva un orologio aperto come un petto. Dentro i numeri scorrevano verso l’indietro, e ogni volta che il minuto compiva un giro completo, una voce sussurrava il mio nome in una lingua che non conoscevo ma capivo. Sentivo il battito del mio cuore allinearsi al ticchettio, e in quel momento capii che stavo sognando; eppure, la consapevolezza non mi svegliò, anzi, mi immerse più a fondo. La stanza si allungò come una ferita, e dal fondo emerse una figura: era …me stesso, ma con gli occhi pieni di neve. L’altro-me mi porse l’orologio e disse: «È l’ultimo sogno che ti resta. Dopo, toccherà a te sognare gli altri». Prima di poter rispondere, il pavimento si trasformò in acqua nera e mi inghiottì.
Caddi dentro un lago sottoterra dove ogni goccia era un ricordo altrui: vidi la prima volta che mia madre mi disse addio senza parole, vidi mio padre baciare una donna che non era mia madre, vidi me stesso a sei anni che rubavo le lettere d’amore di mia sorella e le bruciavo dietro la rimessa delle biciclette. Il lago era fatto di verità che non avevo mai osato toccare. Mentre affondavo, capii che il tempo non era lineare: ogni istante era un fiocco di neve che si scioglieva appena lo guardavo. Allora mi lasciai andare, e l’acqua divenne aria, e l’aria divenne cielo, e mi ritrovai in piedi su un treno che correva tra le nuvole. I passeggeri erano tutte le versioni di me che avrei potuto essere: l’uomo senza figli, il poeta fallito, il chirurgo che salvava solo i sogni degli altri. Ognuno mi guardava come se fossi io l’intruso. Un bambino si alzò e mi porse un biglietto: sopra c’era scritto «SVEGLIATI», ma la parola si sciolse e divenne «SOGNA».
Il treno si fermò a una stazione di vetro. Scesi. C’erano binari che portavano dentro specchi, e ogni specchio rifletteva una città che non era mai esistita. Entrai in uno: i palazzi erano costruiti con le ossa dei desideri non realizzati, e le luci erano lampadine di ricordi spenti. Una donna mi venne incontro; indossava il mio stesso pigiama a righe blu, ma i capelli erano fatti di cenere. «Dov’è il tuo corpo?» chiesi. «È dove lo hai lasciato» rispose, e capii che non sapevo più dove fosse. Lei mi prese la mano e mi portò in un ospedale dove i medici cucivano sogni addosso ai pazienti. Un uomo disteso sulla brandina gridava perché gli stavano cucendo addosso il sogno di diventare uccello; le ali gli uscivano dalle scapole come foglie impossibili. Mi sedetti accanto a lui e chiesi: «Fa male?» Lui sorrise: «Solo quando ricordo che non potrò mai volare davvero».
La donna dai capelli di cenere mi spinse dentro un’aula vuota. C’era solo una lavagna e un gessetto. «Scrivi il tuo nome» disse. Scrissi «Luca», ma le lettere si rimescolarono e formarono «Cual». «Ora è vero» sussurrò. La lavagna si trasformò in una porta. La aprii. Dentro c’era la mia camera da bambino, esattamente come la ricordavo: i dinosauri appesi al soffitto, il letto a castello, il poster di Bruce Lee. Ma c’era anche qualcos’altro: un uomo addormentato sul letto inferiore. Mi avvicinai: ero io, a trent’anni, con addosso il pigiama a righe blu. Il mio corpo reale. Accanto al letto, l’orologio aperto ticchettava all’indietro. Toccai la mia spalla: era fredda. Una voce dall’orologio disse: «Per svegliarti devi sognare il risveglio di qualcun altro». Allora mi sdraiai sopra di me, come se entrassi in una tuta troppo stretta. I miei occhi si aprirono, ma erano gli occhi di quando avevo sei anni. Vidi il soffitto, i dinosauri, e capii: stavo sognando di essere me stesso che sognava di svegliarsi. Un cerchio perfetto.
Ma il cerchio non era chiuso. Il bambino che ero si alzò dal letto, prese l’orologio, lo chiuse con un click. Il tempo riprese a scorrere in avanti. La stanza da bambino cominciò a sbriciolarsi come un foglio di carta bagnata. Attraverso i muri caddi di nuovo nel lago, ma stavolta l’acqua era chiara. Dentro vidi la figura dell’altro-me con gli occhi di neve. Mi tese la mano. «È ora» disse. «Di cosa?» chiesi. «Di lasciare che qualcun altro sogni te». Allora capii: non ero mai esistito come persona, solo come sogno ricorrente nell’immaginazione di qualcuno che non avevo mai conosciuto. Il mio nome, la mia vita, il treno, l’ospedale, tutto era stato inventato da un dormiente che si era dimenticato di svegliarsi. L’orologio nell’ultima scena non segnava più le ore, ma i sogni rimasti. Quando l’ultimo numero raggiunse zero, il lago si chiuse sopra di me come un occhio. L’ultima cosa che vidi fu la mia faccia riflessa sull’acqua che scompariva: stava sognando un bambino che non era mai nato.
