A cura di Federico Liberi
Un piano ambizioso, tra diplomazia e propaganda: ma la pace può nascere su fondamenta così fragili?

In data 29 settembre, il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha ricevuto alla Casa Bianca il premier israeliano Benjamin Netanyahu. L’incontro aveva un obiettivo chiaro, ma tutt’altro che semplice: provare a risolvere una volta per tutte la crisi in Medio Oriente e, nello specifico, a Gaza.
Nel corso del vertice il tycoon ha presentato un piano strutturato in 20 punti che è stato definito da lui stessocome “l’unica via realistica per porre fine alle ostilità e costruire un futuro di pace”. Un’iniziativa che, stando a quanto raccontato da diverse fonti americane, sarebbe stata elaborata con il contributo di diversi Paesi europei e arabi.
Il documento prevede, tra le altre cose, la liberazione di 48 ostaggi – di cui meno della metà sarebbero ancora in vita – da parte di Hamas entro le 72 ore successive all’entrata in vigore dell’accordo. In cambio, sarebbe garantito il rilascio di 250 detenuti palestinesi condannati all’ergastolo e di altri 1.700 arrestati dopo il 7 ottobre. Nel testo sono citate, inoltre, l’amnistia e l’esilio volontario per i leader dell’organizzazione palestinese, la demilitarizzazione e la “deradicalizzazione” della Striscia e l’affidamento temporaneo dell’amministrazione di Gaza a un comitato di tecnici palestinesi supervisionato da un organismo internazionale: il Board of Peace, guidato dall’ex premier britannico Tony Blair.
Per concludere, il piano permetterebbe ai gazawi di restare nella propria terra e di partecipare attivamente alla ricostruzione, mentre l’esercito israeliano sarebbe obbligato a ritirarsi gradualmente. Ma le condizioni restano rigide: se Hamas non accetterà, Israele sarà libero – secondo Trump – di “proseguire la sua opera”.
Un passo in avanti concreto, forse il primo da quel 7 ottobre 2023 che ha visto l’inizio di un’escalation gravissima per tutta la regione. Eppure, anche questa volta potrebbe finire tutto in un nulla di fatto.
Dal movimento islamista, difatti, non si sono fatte attendere le prime reazioni. Taher al-Nunu, consigliere per i media del leader politico di Hamas, ha ribadito a Reuters che “se l’occupazione finirà e sarà istituito uno Stato palestinese, allora le armi di Hamas diventeranno parte dello Stato”, respingendo al contempo qualsiasi forma di tutela straniera sul popolo palestinese.
Netanyahu, dal canto suo, ha accolto con favore la proposta definendola “pragmatica e realistica”, sottolineando la necessità di “disarmare Gaza attraverso una forza internazionale”. Per il premier né Hamas né l’Autorità nazionale palestinese potranno mai amministrare il territorio, che dovrebbe diventare un “modello” per la regione. Non è poi mancato un richiamo agli Accordi di Abramo, i quali, secondo Netanyahu, dovrebbero spingere i Paesi arabi moderati ad essere coinvolti direttamente nell’attuazione del piano di pace.
Eppure, dietro la cornice diplomatica israeliana, resta il nodo irrisolto della questione territoriale. A pesare sul conflitto non è solo la violenza di Hamas, ma anche l’espansione coloniale che si sta verificando – e che sta aumentando – in Cisgiordania.
Stando a quanto raccontano i dati, infatti, circa 750mila coloni oggi vivono in insediamenti considerati “illegali” dal diritto internazionale. Lo scorso agosto, inoltre, la Knesset ha approvato l’annessione di fatto della Cisgiordania, mentre di recente il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich – che nel frattempo ha dichiarato che, secondo lui, “è assurdo celebrare il piano di Trump” e che Netanyahu è “senza visione” – ha annunciato nuovi progetti edilizi nei territori occupati, in aperto contrasto con le risoluzioni ONU.
E in fondo anche Netanyahu non sembra essere così aperto a una soluzione che accontenti tutti. “Non ci sarà nessuno Stato palestinese, questo posto ci appartiene”, aveva dichiarato senza mezzi termini solo poche settimane fa, facendo intendere che non abbandonerà mai le sue ambizioni su Gaza.
I segnali che arrivano dalla regione, quindi, restano tutt’altro che incoraggianti e il piano di Trump sembra essere destinato a fallire fin dal principio.
I due attori coinvolti, infatti, non sembrano avere la volontà di “accontentarsi” e di rinunciare alle proprie idee pur di arrivare alla pace. Da un lato Hamas non appare disposto a rinunciare davvero al controllo della Striscia di Gaza, dall’altro Israele continua a considerare quel territorio parte integrante della propria sovranità. Due posizioni inconciliabili che rischiano di vanificare gli sforzi diplomatici della Casa Bianca.
E ormai la verità appare chiara: i tentativi del tycoon sono encomiabili, ma una pace duratura in Medio Oriente appare come una mera utopia.
