di Mark W. McDowell

… «Come si fa?» chiese. «A tornare al Villaggio?»
Davide sospirò. «Jannette, non è una buona idea. Credimi. Ho visto cosa succede a chi ci prova.»
«Voglio solo sapere come si fa.»
Maria intervenne, la voce gentile ma ferma. «Il Villaggio appare solo a chi ha già fatto uno scambio. Ma non puoi cercarlo. Devi lasciare che sia lui a trovare te. Di solito succede nei sogni. Cominci a sognare il Villaggio, sempre più spesso, sempre più nitido. E poi, una notte, ti svegli e sei lì. Davvero lì.»
«E se chiedi di riavere quello che hai dato?»
«Puoi chiedere,» disse Francesca. «Ma il Custode ti chiederà qualcosa in cambio. E non puoi rifiutare. Se entri nel Villaggio una seconda volta, devi completare lo scambio. Altrimenti rimani intrappolata lì. Per sempre.»
Jannette aprì gli occhi. Tutti la guardavano con un misto di preoccupazione e comprensione. Sapevano cosa stava pensando. L’avevano pensato tutti, a un certo punto.
«Grazie,» disse. «Per avermi detto la verità.»
Le settimane che seguirono furono un’agonia di attesa e terrore. Jannette partecipò a tutti gli incontri del gruppo, ascoltò le storie degli altri, condivise le sue. Ma ogni notte, quando chiudeva gli occhi, cercava il Villaggio.
All’inizio non c’era nulla di diverso. Il solito giardino, le solite scale, i soliti orologi. Poi, lentamente, cominciarono a comparire dettagli nuovi. Una panchina di legno che non aveva mai visto prima. Un lampione che proiettava una luce dorata. E infine, una notte, il cancello.
Era esattamente come lo ricordava: ferro battuto, decorato con spirali e foglie, e oltre, la strada acciottolata che conduceva al Villaggio. Jannette si avvicinò, il cuore in gola. Allungò una mano verso il cancello, e quando le sue dita toccarono il metallo freddo, si svegliò.
Ma non nella sua camera.
Era in piedi davanti al cancello, per davvero. L’aria aveva quel profumo di gelsomino e cenere che ricordava fin troppo bene. Il cielo era di un viola profondo, senza stelle. E oltre il cancello, le luci del Villaggio brillavano come lucciole intrappolate nell’ambra.
«Sei tornata.»
La voce del Custode. Jannette si voltò e lo vide, identico a come lo ricordava: alto, vestito di nero, il volto nascosto nell’ombra del cappello a larghe tese.
«Sì,» disse, sorpresa dalla fermezza della sua voce.
«Sai cosa significa essere qui una seconda volta?»
«Lo so.»
Il Custode si avvicinò, e per la prima volta Jannette intravide qualcosa sotto il cappello: non un volto, ma una superficie riflettente, come uno specchio che rimandava la sua immagine distorta.
«Cosa vuoi?» chiese lui.
«Voglio riavere il volto di mia madre. Voglio ricordare com’era.»
«E cosa sei disposta a dare in cambio?»
Jannette aveva pensato a quella domanda per settimane. Aveva fatto liste mentali di tutto ciò che possedeva, di tutto ciò che era disposta a sacrificare. Ma ora, davanti al Custode, capì che non aveva scelta. Lui avrebbe preso ciò che voleva, indipendentemente da cosa lei offrisse.
«Cosa vuoi tu?» chiese.
Il Custode rimase in silenzio per un tempo che sembrò eterno. Poi disse: «Il tuo futuro.»
«Cosa significa?»
«Significa che potrai ricordare il passato, potrai vivere il presente, ma non avrai più un futuro. Non potrai più immaginare domani. Non potrai più fare progetti, sperare, desiderare qualcosa che non sia già accaduto. Vivrai in un eterno presente, con il passato restaurato ma il futuro cancellato.»
Jannette sentì le gambe cedere. Si appoggiò al cancello per non cadere. Vivere senza futuro. Senza la possibilità di sognare non nel sonno, ma nella veglia. Senza la capacità di immaginare un domani diverso da oggi.
«E se rifiuto?»
«Puoi tornare indietro. Ma non potrai più venire qui. Il Villaggio ti sarà precluso per sempre. E il vuoto che porti dentro rimarrà tale.»
Pensò a sua madre. Al suo volto perduto. A tutti quegli anni in cui aveva guardato fotografie cercando di riconoscere quei lineamenti, quella curva della guancia, quegli occhi che sapeva di aver amato ma che non riusciva a vedere davvero. Pensò al dolore di quella mancanza, a come la consumava ogni giorno, a come la svuotava dall’interno.
E pensò al futuro. A tutti i domani che non avrebbe più potuto immaginare. A tutti i progetti che non avrebbe più potuto fare. A vivere come un animale, solo nel presente, senza la capacità di sperare.
«Posso… posso pensarci?»
«No,» disse il Custode. «O accetti ora, o te ne vai per sempre.»
Jannette chiuse gli occhi. Vide il giardino dei suoi sogni, quello che attraversava ogni notte senza mai raggiungere l’altra parte. Vide la poltrona di velluto verde, apparsa dal nulla come un messaggio da un passato che non le apparteneva più completamente. Vide i volti degli altri, al gruppo del giovedì sera, tutti intrappolati nello stesso limbo tra ciò che avevano perso e ciò che avevano guadagnato.
E capì.
Capì che il Villaggio non restituiva nulla. Prendeva solo. Ogni scambio era una sottrazione, mai un’addizione. Recuperare il volto di sua madre significava perdere la possibilità di costruire nuovi ricordi, nuove relazioni, nuove versioni di felicità. Significava rimanere intrappolata in un passato restaurato ma sterile, senza la possibilità di crescere oltre quel dolore.
Aprì gli occhi.
«No,» disse. «Non accetto.»
Il Custode inclinò la testa. «Sei sicura?»
«Sì.» E mentre lo diceva, sentì qualcosa spezzarsi dentro di lei. Non il dolore — quello sarebbe rimasto — ma la speranza illusoria che esistesse un modo per cancellare il prezzo che aveva pagato. «Mia madre… non la ricordo. Ma l’ho amata. E questo non me lo puoi prendere. L’amore non ha bisogno di un volto per esistere.»
Il Custode rimase immobile per un momento che sembrò sospeso fuori dal tempo. Poi fece un passo indietro.
«Allora vattene. E non tornare mai più.»
Jannette si voltò e cominciò a camminare. Non sapeva dove stesse andando, ma sapeva che doveva allontanarsi dal cancello, dal Villaggio, da quella promessa avvelenata. Camminò finché le luci dietro di lei non scomparvero, finché l’aria non perse quel profumo di gelsomino e cenere, finché il viola del cielo non si schiarì in un grigio d’alba.
E si svegliò.
Era nella sua camera, nella sua vera camera. La luce del mattino filtrava tra le tende. Il soffitto aveva le solite crepe, le solite costellazioni familiari.
Si alzò, le gambe tremanti ma solide. Andò in cucina e preparò il caffè. Mentre l’acqua bolliva, guardò fuori dalla finestra. Il cortile era deserto. La poltrona di velluto verde non c’era più — qualcuno l’aveva portata via, o forse non era mai stata lì davvero.
Quella sera, al gruppo del giovedì, Jannette raccontò cosa era successo. Gli altri ascoltarono in silenzio, e quando ebbe finito, Davide annuì lentamente.
«Hai fatto la cosa giusta,» disse.
«Non lo so,» rispose lei. «Forse. O forse sono solo una codarda.»
Maria scosse la testa. «No. Sei stata coraggiosa. Ci vuole più coraggio a convivere con la perdita che a cercare di cancellarla.»
Jannette non era sicura di crederci. Ma quella notte, quando si addormentò, sognò di nuovo il giardino. Solo che questa volta, invece di cercare di attraversarlo, si sedette su una panchina e guardò i fiori. Erano bellissimi, di colori che non esistevano nella realtà. E per la prima volta da mesi, il sogno non le fece paura.
Non aveva recuperato il volto di sua madre. Forse non lo avrebbe mai recuperato. Ma aveva ancora il futuro. Aveva ancora la possibilità di sognare non solo nel sonno, ma nella veglia. Di immaginare domani. Di costruire nuovi ricordi che, forse, un giorno, avrebbero reso il peso di quelli perduti un po’ più sopportabile.
E forse, pensò mentre il sogno lentamente sfumava nell’alba, forse era abbastanza.
Forse doveva esserlo.




