A cura di Erika Basile

Il Natale si avvicina e la mia mente è sommersa dai piacevoli ricordi delle feste trascorse da piccola
con i miei nonni. Sono di Gravina in Puglia, un centro della Murgia barese.
La Vigilia di Natale obbligatoriamente bisognava rispettare una sorta di regola non scritta di
digiuno, regola che valeva per tutti, grandi e piccini. Si potevano mangiare “soltanto” il baccalà
pastellato e fritto, oppure le pettoline, fatte di pasta di pane impastata con la verdeca al posto
dell’acqua. La verdeca è una sorta di vino novello, bianco e frizzantino, che tuttora si produce dalle
mie parti.
Per la famosa cena della Vigilia di Natale c’era il capitone, che, nero e solitario, ricordo mentre era lasciato a sguazzare
vivo nella vasca del bagno grande dei miei nonni fin dalla mattina. Mio nonno di buon ora si
recava in macchina a Bari, per andare al vecchio mercato del pesce, nei pressi del porto piccolo e
del Teatro Margherita, per comprare oltre al capitone anche altri mitili, cozze e vongole, da fare con
gli spaghetti per la cena.
Poi si andava tutti alla messa di mezzanotte e soltanto dopo, al rientro, si poteva iniziare la famosa
cena di Vigilia. Era tardi lo so, ma tutti poi riuscivamo a condividere piacevolmente il pasto
insieme.
Durante le feste natalizie dalle mie parti si usa tuttora fare dei dolci chiamati cartellate, anche loro
impastati con la verdeca, e poi fritti e ricoperti di zucchero e cannella. Mia nonna iniziava a
prepararle settimane prima e l’odore di frittura permeava tutta casa. E noi bambini, sapendo dove
conservava i vassoi dei dolci già fritti, andavamo a fare una prova di assaggio per capire se erano
sempre buoni come l’anno precedente. Mia nonna era bravissima anche a fare il torrone di
mandorle, le nostre mandorle, che da bambini con mio nonno andavamo a raccogliere direttamente
dagli alberi in campagna. Mi ricordo che bisognava schiacciare le mandorle, ma piano piano e non
con troppa energia, perchè dovevano restare intere; poi si immergevano nell’acqua bollente per
togliere quella pellicola marrone e infine tostarle nel forno. Soltanto allora venivano messe sul
fuoco in una grande pentola insieme allo zucchero caramellato: e prima che il tutto diventasse molto
duro, bisognava stendere per bene questo impasto sulla base di marmo freddo con un grande
mattarello. Quel torrone lì non sono più riuscita a ritrovarlo nei sapori di altro torrone fatto in casa o
comprato in pasticcerie artigianali. Sarà che il gusto di questo cibo è indissolubilmente legato ai
ricordi di me bambina e di persone amate che non sono più qui con me.
Mi ricordo i pomeriggi di festa passati a giocare a carte o a tombola intorno ad un tavolo, grandi e
piccini; e al centro tavola non mancavano mai vassoi enormi di dolci da cui attingere tra un numero
e l’altro. Ricordo che mio nonno, se era lui ad estrarre i numeri per la tombola, si avvicinava a me o
sbirciava dall’alto le mie cartelle per sapere quali numeri mi mancassero per vincere qualcosa e,
come per magia, quel numero tanto desiderato usciva.
I ricordi fanno parte oramai del mio bagaglio personale e attraverso il racconto ai miei figli li
tramando e li affido alle nuove generazioni, perchè continuino a diffondersi e soprattutto continui la
memoria del passato.
Buone feste a tutti noi!!!
