Rubrica a cura di Marco Gollinelli

C’è un momento in cui occorre fermarsi e guardare la realtà senza veli, ma con occhi capaci ancora di stupore. Controcanto è la rubrica di Marco Gollinelli che osa andare controvento: uno sguardo schietto, a volte duro, ma sempre intriso di poesia. Analizziamo la nostra società senza paura di toccarne le crepe, perché è proprio da lì che entra la luce. Ogni parola è un atto di libertà, ogni riflessione un invito a pensare — non come tutti, ma come sé stessi.
LA LAMA DEL SILENZIO
Il ragazzo accoltellato a scuola per una ragazza non è solo una notizia di cronaca nera. È un atto d’accusa. Un’accusa che non colpisce soltanto chi ha impugnato la lama, ma un intero sistema di rinunce, silenzi e vigliaccherie educative che precedono il gesto.
L’opinione pubblica, come prevedibile, si è divisa immediatamente. Da una parte chi ha voluto ridurre tutto alla provenienza non italiana del ragazzo, trasformando l’episodio in una clava ideologica. Dall’altra chi ha reagito tentando di neutralizzare ogni possibile lettura scomoda, invocando la complessità per non trarne alcuna conseguenza. Due atteggiamenti opposti, ma ugualmente inutili. Perché entrambi evitano la sola domanda che conta: come si arriva a considerare la vita altrui sacrificabile?
Non si tratta di un raptus. Non è l’esplosione incontrollata di un istante. I fatti parlano chiaro: c’è stata una preparazione emotiva, forse anche materiale. E l’ipotesi che girare con una lama fosse una consuetudine, più che un’eccezione, rende il quadro ancora più inquietante. Non è la violenza improvvisa a spaventare di più, ma quella che si insinua nella quotidianità fino a diventare un’opzione.
Quel ragazzo sconterà una pena durissima. E la sconterà giustamente. Ma pensare che il peso di quanto accaduto ricada solo su di lui è una comoda menzogna. Perché prima di diventare colpevole, quel ragazzo è stato lasciato solo. E l’abbandono, quando riguarda un minore, non è mai neutro.
Nessuno sapeva. Nessuno vedeva. Nessuno controllava. Un figlio diventato estraneo dentro le mura di casa. E ora, come sempre, arriveranno le frasi di circostanza: “Era tranquillo”, “Non aveva mai dato problemi”, “Non ce lo spieghiamo”. Parole che non assolvono, ma aggravano. Perché raccontano una distanza abissale tra genitori e figli, mascherata da normalità.
Quando si chiederà conto di questa distanza, la risposta sarà probabilmente la più diffusa e la più codarda: “Non potevamo imporgli nulla, si ribellava”. Una giustificazione che suona moderna, ma che in realtà certifica una resa. Non è rispetto della libertà, è rinuncia alla responsabilità. Non è paura: è l’alibi del quieto vivere.
Qui sta il nodo che molti preferiscono non affrontare: la genitorialità, in troppi casi, ha cessato di esistere come funzione educativa. È stata sostituita da una convivenza passiva, da un’idea distorta di tolleranza che scambia l’assenza di regole per amore. Ma educare non è piacere ai figli. Educare è assumersi il rischio del conflitto, della frustrazione, dell’impopolarità.
Invece si è scelto di arretrare. Di lasciare spazio. Di non disturbare. E quando i confini spariscono, la violenza trova terreno libero. Perché un ragazzo che non ha imparato il limite non riconosce l’altro. E senza l’altro, la vita perde valore.
Eppure, come sempre, il dito viene puntato altrove. Contro la scuola. Colpevole di non educare, di non trasmettere valori, di non prevenire il disagio. Un’accusa comoda e ipocrita. La scuola può affiancare, non sostituire. Può insegnare, non crescere al posto delle famiglie. Chiederle di colmare ogni vuoto significa condannarla al fallimento e assolversi in silenzio.
Il vero fallimento è domestico. È avvenuto nelle case dove i ruoli sono stati scambiati, dove i genitori hanno chiesto ai figli di essere facili, non responsabili. Dove si è preferito evitare il conflitto piuttosto che esercitare l’autorevolezza. E oggi, davanti a una lama in una scuola, si finge sorpresa.
Forse è proprio qui che la giustizia dovrebbe intervenire con maggiore decisione. Non solo punendo il gesto, ma riaffermando un principio elementare: crescere un figlio è un dovere sociale, non un fatto privato senza conseguenze. L’abbandono educativo produce danni collettivi. E come tale va riconosciuto.
Condanne esemplari non come vendetta, ma come segnale. Per dire che la deresponsabilizzazione non è una virtù. Che la tolleranza senza limiti non è civiltà. Che lasciare soli i figli significa, prima o poi, lasciare soli anche gli altri.
Non servono più spiegazioni. Questo non è l’errore di un ragazzo, è la colpa sistemica degli adulti che hanno rinunciato a educare. È il risultato di una società che ha smesso di trasmettere il senso del limite e poi si è detta sorpresa quando il limite è stato infranto nel modo più violento possibile.
Ogni volta che un genitore ha preferito la pace domestica alla responsabilità, ogni volta che ha scelto il silenzio invece del conflitto, ha sottratto ai figli l’unico vero strumento di libertà: il rispetto della vita altrui. E ciò che non viene insegnato, prima o poi, viene negato.
Non c’è un “altrove” da incolpare. Non c’è un’origine comoda da evocare. Questa violenza è figlia nostra. È cresciuta nelle case, è maturata nell’assenza, è stata tollerata in nome di una falsa modernità che ha scambiato l’abbandono per progresso.
Una società che rinuncia a educare non genera individui liberi, ma esseri senza argini.
E quando gli argini crollano, il sangue non è un incidente: è la conseguenza.
